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Fargo 4 o L'eleganza al potere: incontro con Gaetano Bruno, fra i protagonisti della nuova stagione della serie

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Kansas City, 1950. La nuova stagione di Fargo, la quarta, ci porta al centro di una sfida fra due bande criminali, una afroamericana e una italiana. Abbiamo intervistato il più americano eppure palermitano fra loro, Gaetano Bruno.

Fargo 4 o L'eleganza al potere: incontro con Gaetano Bruno, fra i protagonisti della nuova stagione della serie

La grandezza di una serie televisiva si misura anche nella sua capacità di reinventarsi, stagione dopo stagione, senza perdere la propria natura e il suo stile. È il caso di Fargo di Noah Hawley, un gioiello che ha mantenuto per le prime tre stagioni il patto di sangue con il film dei fratelli Coen, riproponendone atmosfere e l’ironia spiazzante in bilico fra il noir e il surreale. 

Arriva ora la quarta stagione, in onda da oggi 16 novembre alle 21.15 su Sky Atlantic e NOW TV. Una stagione più personale, che si concentra su una lotta fra bande afroamericane e italiane nella Kansas City del 1950. Nel farlo, applica la ricetta della serie a un’analisi sulle dinamiche del potere alla radice dell’America di oggi, fra immigrazione e razzismo. Fra genere e ironia, insomma, anche se siamo nel territorio del cinema gangster, e i riferimenti a tanti caposaldi di quel genere sono frequenti.

Noah Hawley è sempre saldamente alle redini di quest’annata, gustosissima, raffinata e di gran divertimento, come confermano scelte di casting non banali, come quella di Chris Rock capobanda dei black e Jason Schwartzman, che onora le sue radici nella famiglia Coppola interpretando il figlio, ed erede, del boss Tommaso Ragno. Proprio lui, e non è il solo. Fra gli italiani ci sono anche l’altro figlio, appena giunto in America, un Salvatore Esposito esagitato e spietato, nonché un bel po’ fuori di testa, e Francesco Acquaroli, altro membro del clan.

C’è anche Gaetano Bruno, però, che si diversifica dagli altri ruvidi membri della famiglia, per il suo savoir faire affascinante, è il più eterodosso del clan, Constant Calamita. Uno dei più nobili caratteristi del nostro cinema, ha esordito con Le conseguenze dell’amore, per poi lavorare con Giuseppe Tornatore, in Baarìa, Francesca Comencini, Edoardo De Angelis, Michele Placido e molti altri. Lo abbiamo intervistato telefonicamente.

Com’è arrivato da Palermo a Kansas city, anche se avete girato a Chicago? Com’è finito nel cast di Fargo?

Ho fatto un provino in lingua, poi dopo soli tre giorni mi hanno chiesto le taglie, dicendomi che ero piaciuto molto a Noah Hawley, lo showrunner, regista e produttore di Fargo. Dopo dieci giorni è arrivata la fatidica telefonata. È surreale, quando ti dicono che sarai nel cast principale di una delle serie che più ami e più hai amato nella tua vita. Il risultato è un misto di gioia e incredulità.

Fargo racconta l’America in modo molto particolare, con ironia. In questa quarta serie ci si discosta dal film e dalle altre serie, raccontando le radici degli Stati Uniti, l’immigrazione, la lotta fra bande criminali rivali.

La quarta stagione può essere letta, al pari di tutte le grande opere seriali, come una storia gangster, facendoti affascinare dall’eterno conflitto fra bande che cercano di affermare la loro presenza sul territorio, per concludere i loro affari a Kansas City, o si può andare più in profondità, in maniera interessante, come una disamino su quello che l’uomo è disposto a fare per conservare il potere. C’è una frase illuminante, presente nella prima pagina del primo episodio della sceneggiatura, che è la cifra espressiva del racconto di Fargo. Una frase di Abraham Lincoln, “bene o male tutti gli uomini possono sopportare le avversità ma se tu vuoi veramente testare il carattere di un uomo dagli il potere”. È esattamente quello che succede in questa storia, con le due famiglie che, come accadeva in passato per mantenere l’equilibrio nella spartizione del potere, si scambiavano i figli. È una narrazione particolarmente avvincente, perché ci sono tantissimi personaggi, linee narrative, con un cast eccezionale. Per noi italiani è stato come fare un giro di giostra nell’industria dell’entertainment.

Altre volte ha interpretato dei siciliani, o dei mafiosi in patria. In questo caso, interpretate degli immigrati in America da non molti anni, condividendo un certo spaesamento con i vostri personaggi, visto che siete anche voi stati catapultati negli Stati Uniti. Forse anche per questo Noah Hawley ha scelto voi dall’Italia?

È molto interessante. Avevamo sicuramente i primi giorni un po’ di timore, ne parlavo con gli altri italiani sul set, Tommaso Ragno, Salvatore Esposito, Francesco Acquaroli. È stato un nostro punto di forza per entrare ancora di più nella dimensione dei personaggi, fermo restando che c’è sempre qualcuno più a sud di te, come il copione sia eternamente lo stesso, lo dimostrano anche i rapporti fra i vari gruppi di criminali nella serie. Constant Calamita, il mio personaggio, era stato immaginato molto più rude e grezzo, anche monodimensionale, da Noah Hawley. Con il provino ho provato a proporre una visione diversa, raffinata ed elegante, con una postura che lo distingue dal resto della famiglia e mantiene tutto il tempo. Noah Hawley ha accettato la visione che ho proposto. Tra l’altro ha voluto incontrarci a Viareggio, dove abbiamo parlato di storia di Fargo, per grandi linee. È stato un momento moto emozionante, ci trovavamo davanti a uno degli showrunner più importanti del mondo, che ci aveva scelto. Come attore, l’interpretazione di Billy Bob Thornton nella seconda stagione è per me un punto di riferimento assoluto.

A proposito di scontro fra mondi diversi, immagino poco di più diverso fra il suo stile recitativo e quello di Chris Rock, famoso come stand-up comedian, qui capobanda del vostro clan rivale, o di Jason Schartzmann. Com’è andata?

Proprio per la predilezione di Chris Rock per la parte comica, Noah Hawley l’ha convocato per dirgli che aveva avuto questa idea e lo volevo come protagonista, esattamente per andare dall’altra parte. A parte i primi giorni in cui prevaleva la novità, è stato tutto molto naturale, stando lì ti rendi conto come i set si assomigliano in tutto il mondo. La disponibilità e la cura degli altri colleghi è stata massima e ci ha permesso di sentirci a nostro agio e dare il massimo. Ci sono stati molto rispetto, solidarietà e complicità, oltre a divertimento. In una parola: affiatamento. Basti pensare che appena ho visto per la prima volta un grande attore come Jason Schwartzman mi ha fatto una confidenza molto preziosa, confessandomi come fosse terrorizzato all’idea di interpretare il suo personaggio. Sia negli italiani che negli americani ho trovato dei preziosi compagni di lavoro, così come in Noah Hawley e negli altri registi. C’è stato sempre con un confronto condiviso.

foto Andrea Pirrello

Una delle ricchezze del cinema americano è sempre stata l’attenzione ai caratteristi e ai ruoli anche minori. È un percorso secondo lei ancora più in atto oggi grazie alle serie televisive, che permettono di raccontare storie più ampie e personaggi nel dettaglio, non concentrandosi solo, come in passato accadeva al cinema italiano, solo i protagonisti?

Sì, e no. Un certo tipo di serialità americana ai massimi livelli gode di questa attenzione, ma dipende sempre dalla sensibilità degli autori. Mi viene in mente che ancora la gente mi ricorda, parlando del mio ruolo ne Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino, per la tuta che indossavo, o un certo movimento che facevo con gli occhiali. Basta una breve scena per mettere a fuoco un personaggio, per un fatto estetico o per il modo in cui il regista decide di raccontarlo con la macchina. In questa serie ho lavorato con quattro registi, tra cui Noah Hawley, che l’ha materialmente scritta. Si sono attenuti a una sceneggiatura, mentre in Italia capita che il regista sia anche autore del film che deve fare. Questo nella serialità non è previsto, c’è un confronto fra showrunner e regista, alla ricerca di un comune denominatore, rappresentato dalla cifra stilistica di quello che stanno raccontando. A noi è capito di dover rigirare delle scene di Fargo, perché lo showrunner voleva mettere più a fuoco alcuni passaggi. A me non era mai capitato prima, mentre lì erano tutti abituati. Nella seconda stagione, mi hanno detto, hanno rigirato quasi un’intera puntata. Sentono il dovere di tenere uno standard qualitativo particolarmente alto.

Quant’è importante per lei la formazione teatrale palermitana, con Emma Dante, o in generale l’essere siciliano e portare la sua scuola in giro per il mondo?

La mia formazione è stata importante, le esperienze a teatro mi hanno chiarito le idee sul percorso che avrei voluto intraprendere, per cercare di consolidarlo davanti a una macchina da presa. Sono nato e vissuto a Palermo, assimilando la storia della mia città e un modo di dire o non dire le cose, attraverso dei sottotesti per farle passare ugualmente, che mi hanno determinato. Quando ti confronti con altre realtà e linguaggi, è come per la dizione, la studi per poi dimenticarla facendola tua, per non parlare in maniera affettata e finta. Lo stesso avviene nella recitazione. Il modo in cui reciti attiene alla continua ricerca che fai nell’interpretare, in questo caso, un personaggio italoamericano che si trova dall’altra parte del mondo, che ha un destino un po’ diverso rispetto agli altri della sua ‘famiglia’ criminale; è più ‘americano’ rispetto agli altri.

C’è un momento in cui si è reso conto che avrebbe voluto fare l’attore, e uno in cui si è reso conto che avrebbe potuto farlo, o i due momenti coincidono?

Non ho avuto fin da piccolo il sacro fuoco dell’arte, manco per niente. Ho sempre avuto una certa curiosità per questo mondo, quando passeggiavo per Palermo e vedevo la scritta, ‘Scuola di recitazione Teates’, diretta da Michele Perriera, mi domandavo cosa facessero. Una volta, mentre facevo l’estate l’animatore turistico per alzare qualche soldo, mi sono trovato catapultato su un palcoscenico dal capo villaggio, con tre battute in croce. Non volevo, essendo di base timido e riservato. Alla fine sono salito e ho visto che le persone stranamente mi seguivano e ridevano. Da lì forse è scattata la molla per approfondire quella dimensione e sono entrato in una scuola di recitazione. Poi lì mi sono reso conto come fare l’attore non significhi niente, ci sono tantissimi linguaggi attoriali e modi di recitare, o semplicemente di interpretare in personaggio, capisci anche l’importanza del tuo corpo, non solo della parola, per far arrivare al pubblico quello che vuoi dire.

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  • critico e giornalista cinematografico
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