Speciali Musica

W:O:A Wacken Open Air

Questo articolo vuole essere, più che una semplice recensione del festival, il resoconto di una grande avventura sul teutonico suolo.

W:O:A Wacken Open Air

Un’avventura vissuta da 5 amici che (ormai ultratrentenni e privi dell’ esplosione tricologica che li contraddistingueva) hanno deciso di alimentare il fanciullino che è in loro, recandosi per il secondo anno di fila a Wacken (nella Germania del nord, vicino Amburgo), per assistere al più importante festival metal del mondo, il Wacken Open Air, W:O:A per gli amici. Dopo la consueta assunzione di benzodiazepine da parte del sottoscritto (che prova mal d’aria e sacro terrore anche sui simulatori di volo) e circa 2mila chilometri, atterriamo in territorio germanico.

La decisione di affittare un’auto è stata obbligata, perché dal nostro albergo (Amburgo) a Wacken, la distanza era di circa 80 chilometri; chiaramente avevamo provato ad alloggiare nelle vicinanze del festival, ma tutte le case (non ci sono Hotel a Wacken) erano già state affittate da più di un anno, quindi, il posto più comodo risultava essere Amburgo. C’è comunque da dire che, per le persone a cui non desse fastidio essere vincolati negli orari, ci sono degli efficientissimi pulmini per il trasporto dei metallari.
Dopo aver posato i bagagli in camera, la prima serata amburghese è passata tra un aperitivo ed una cena a base di patate e Wienerschnitzel (ottima cotoletta austriaca fortemente presente anche in Germania), che non abbiamo digerito… e che forse non digeriremo mai.

Primo giorno

Ci sarà un motivo per cui i tedeschi , i danesi, gli svedesi e compagnia bella vengono in Italia a marzo e li troviamo nudi a Ostia e nelle fontane, no?
Il motivo è che nella Germania del nord le persone conoscono il sole solo perché gliel’hanno raccontato. Quattro agosto: dieci gradi, cielo coperto da nuvole minacciose, vento e qualche fastidiosa goccia di pioggerellina. Ad Amburgo è arrivata l’estate.
Dopo un’ora di macchina, verso le undici (il festival sarebbe cominciato alle 15) arriviamo nella ridente località rurale che porta il nome di Wacken .
Milleottocento abitanti e 25mila mucche, più o meno.

Il concetto è quello di Woodstock, un posto privo di qualsivoglia attrattiva ma con ettari ed ettari di terreno libero per costruire il microcosmo che servirà ad ospitare i circa 100mila metallari accorsi qui da tutto il mondo per il W:O:A.
La prima cosa da fare è stata prendere gli accrediti stampa nell’ ufficio preposto, faccenda che abbiamo sbrigato in pochi minuti grazie alla grande organizzazione e cortesia da parte del personale tedesco.
Usciamo dal prefabbricato e inizia a diluviare.
Cominciamo bene... Il vestiario adatto al W:O:A è il classico “a cipolla”, non tanto per l’odore, quanto per la modulabilità degli strati d’abbigliamento. Abbiamo portato ogni cosa, dall’infradito al Doposci, dalle pinne al Colbacco. Mediamente una giornata del Festival dura dalle undici del mattino fino alle tre di notte, con un’escursione termica tipica del deserto del Gobi, perciò bisogna essere preparati ad ogni evenienza.

Nel mentre che, grazie al cielo, smette di piovere, le danze si aprono con gli Skyline e Doro Pesch, madrina fin dal primo anno (A.D. 1990) del festival. Tantissimi sono i gruppi che si susseguono sui vari palchi (uno centrale, il True Metal Stage, e due laterali, Black Stage e Wakinger Stage), da segnalare le ottime performances dei Blind Guardian (con un Hansi Kuersch in piena forma), degli Helloween e dell’inarrivabile, immarcescibile, insuperabile,inderogabile (?) Ozzy.

Verso le ventidue e trenta fa il suo ingresso il Madman in persona, regalandoci uno show incredibile di quasi due ore. Solo grandi e adorati classici per l’ex frontman dei Black Sabbath. Terminato l’ultimo concerto ci dirigiamo verso la macchina per approdare così al giusto riposo del guerriero nel nostro hotel.



Secondo giorno


Intorno a mezzogiorno , tornati sul campo di battaglia ed essendoci un po’ acclimatati, abbiamo cominciato a guardarci intorno. L’arena è circondata da uno spazio adibito a camping grande come una piccola città, a braccio si possono contare 15-20mila tende e il paesaggio di quell’area è di chiaro stampo postapocalittico in stile Mad Max.

Decine di migliaia di soggetti improponibili in fila per le docce, metallari tatuati con frasi che promettono morti violente ma con ai piedi le pantofoline di Hello Kitti, gruppi di zombie ubriachi da settimane che non trovano (e di sicuro non troveranno) più la loro tenda, gente completamente nuda con il tatuaggio (giuro) di Patrick, l’amico di Spongebob sui glutei.



Attraversato questo girone infernale si arriva all’area VIP (!), cui possiamo accedere grazie a mamma Coming Soon. L’area VIP è un paradiso per riposarsi tra un concerto e l’altro; deliziosi panini con il maiale (QUALUQUE alimento presente in loco è propedeutico ad una gotta fulminante), fiumi di birra, panche per sedersi e vari stand di strumenti musicali.

La giornata scorre tranquilla, tra band che si susseguono, cambiamenti climatici tropicali e tanta, tanta birra. A tal proposito , è doveroso accennare ad una figura professionale mai vista in Italia, il refiller. Costui, dotato di considerevole forza fisica ed un coraggio da soldato del Mossad si aggira tra la folla con un enorme barile pieno di birra ghiacciata sulle spalle e la pistola per riempire i bicchieri alle persone che lo assalgono prendendo la rincorsa anche da notevole distanza.

Il sottoscritto, che non apprezza la birra e per questo è il guidatore, viene regolarmente guardato malissimo da tutti (non si fidano di chi non beve birra, non si fidano proprio).
Second day ricchissimo di gruppi, si apre con i Prima Fear, per passare ai Morbid Angel, Sodom, Children of Bodom, Rapsody of Fire (italianissimi), Trivium ed Airbourne, e questi sono solo quelli che abbiamo visto noi (è praticamente impossibile stare dietro ad ogni performance). Headliner della serata sono in mostri sacri Judas Priest, che con oltre due ore e mezza (!) di musica, ripercorrono la loro strabiliante carriera dimostrandoci di essere sempre in gran forma a dispetto dell’età. Chiudono gli Apocalyptica, che sempre restando in tema di età, noi non riusciamo a vedere per la stanchezza e, distrutti ma felici, ci appropinquiamo alla macchina per tornare indietro e, finalmente, fare la nanna.



Terzo giorno


Ultimo giorno: non ci possiamo/dobbiamo assolutamente risparmiare. Decidiamo di fare e vedere QUALUNQUE cosa.
Cominciamo dagli stand di cibo all’interno dell’arena.
Piatti tipici (almeno secondo loro) di tutte le cucine più gettonate. Si comincia da quella greca per passare agli spaghetti cinesi piuttosto che alla cucina messicana; decine e decine di libere interpretazioni teutoniche dei piatti più famosi. Famosi come i tortellini al ragù bolognese, ad esempio.

Per carità, buon senso vuole che durante un viaggio ci si adegui alla cucina locale, ma quando la cucina locale consiste in crauti, patate, aringhe e wurstel, capirete bene come dopo tre giorni si possa anche aver voglia di sperimentare altro … e allora perché non provare un fantastico piatto di spaghetti al ragù bolognese con tanto di non meglio identificati mitili bivalve e paprika? C’era la pizza marGEritHa, con tanto di fontina, gli spaGetti ed i fettuccinI, poi il panino cHiabatta ed infine il maGLiale.

Con un vago senso di colpa per il delitto culinrio commesso ci dirigiamo verso il villaggio vichingo (!) Covo di nequizie e piatti – ovviamente- vichinghi: pane fatto al momento con la farina vichinga, spiedini vichinghi, braciole vichinghe, senza contare gli immancabili gadget vichinghi. Sentite la mancanza di un’ascia bipenne in soggiorno? Ritenete che una ”cotta di maglia” potrebbe esservi utile nelle riunioni di condominio? E perché non una bella pelle d’orso sintetica ed una mazza ferrata? Insomma, tutto e di più per quanto concerne l’abbigliamento e l’arredamento della casa di un vichingo che guarda al futuro ma che strizza un occhio al passato.

Una cosa che ci ha davvero colpiti è stata la vasca comune nel ristopizza vichingo. Una tinozza del diametro di più di tre metri, in cui gli avventori del locale potevano entrare a rilassarsi dopo essersi completamente denudati. Considerando che in tutta l’aera del W:O:A c’è del terriccio ed un parente della paglia che rende il tutto simile ad un’immensa stalla, con conseguente colorazione brunita degli astanti, non ci sembra pessimistico ipotizzare la presenza, al suo interno, di ogni genere di malattia, dal morbo di Kron a quelle debellate il secolo scorso.
Dopo il villaggio vichingo non poteva certo mancare la consueta visita al metal market, due lunghissime vie ricavate tra un’infinità di stand. Tralasciando il merchandise del W:O:A (dai preservativi al pacemaker), era presente ogni genere di capo di abbigliamento, parrucca, spillina, cinta, zaino, sedia, casco del male, cappello del male, bastone da sciamano figlio del male (ci sono molte cose del male), animale impagliato (!),pitale e sedia con i teschi che si possa desiderare e tantissimi tatuatori e piercer.

Dopo tutto questo scialacquare e sperperare, non possiamo, però, non parlare dell’ultima, splendida giornata musicale: Mayhem, Kreator, Sepultura, Children of Bodom, Iced Earth e Avantasia su tutti (i quali hanno, ahimé annunciato che sarebbe stato il loro ultimo concerto prima di sciogliersi). Dopo essere stati graziati dall’assenza di pioggia per tre giorni, proprio durante il gruppo di chiusura, i sempre fantastici e devastanti Motorhead, comincia a piovere, come se qualcuno, lassù, volesse informarci che è ora di finirla e di tornare alla vita reale. Questo però non basta a raffreddare gli 80mila fan (io per primo) che gridano Overkill! Overkill! Overkill!



Tre giorni di musica, tre giorni di poco sonno, tre giorni con i miei migliori amici. Tre giorni fantastici.
Che ripeteremo il prossimo anno.
Ma è ora di tornare … E quindi uscimmo a riveder le stelle.


www.wacken.com


  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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