Speciali Musica

Primavera Sound 2013

Parc del Fòrum 23-26 maggio


Sembra da vecchi e non è per niente rock'n'roll parlare del tempo, ma il discorso meteorologico va affrontato, subito e poi accantonato, per creare le premesse di un'edizione rigogliosa come non mai di questo Primavera Sound: faceva un freddo cane, diciamolo! La pioggia, meno male, è stata clemente. Ma contro i capricci del cielo l'essere umano ancora non può fare nulla (e speriamo che mai possa): il festival del resto si è impegnato nell'organizzazione e nella realizzazione minuziosa e sostanziosa di una line up memorabile.

Apri il programma e capisci subito che dovrai fare delle scelte difficili! Perché tanta sarà la roba da vedere; il Primavera quest'anno contava un totale di 230 live. E perché lo schedule di quest'anno soffrirà di un po' troppe sovrapposizioni e la decisione di mettere i due palchi principali agli antipodi dell'area festivaliera imporrà, in alcune circostanze, una situazione di transumanza. Saranno tanti i concerti belli ed emozionanti, alcuni passeranno un po' così e non mancherà qualche delusione.

Molti saranno i live persi a malincuore e per le ragioni più disparate ma che sarebbero stati degni di nota: Goat, Kurt Vile & The Violators, Four Tet, Swans, Tinariwen e...peccato non aver fatto un giro sulla ruota panoramica di californiana memoria (ma mi avevano detto che spesso si bloccava e l'idea di rimanere imprigionata lassù non mi piaceva proprio).

Il giovedì si apre nel migliore dei modi: le Savages, dure e meravigliose, regalano una performance coinvolgente e di raggelante bravura. Transumanza. Sul palco dell'Heineken partono i Tame Impala che, figli della psichedelia degli anni '70, rendono al meglio i loro pezzi dal vivo, da “Apocalypse Dreams” a “Feels Like We Only Go Backwards” passando per l'immensa “Elephant".
Arriva il primo flop della serata: sullo stesso palco degli australiani alle 22.55 salgono The Postal Service: si sente subito che Ben Gibbard non ha la voce al meglio e tutto il live risulta un po' sottotono e lievemente noioso. Il loro “Give Up” lo avevo consumato nel 2003 e l'unica emozione è quella che riattingo da quei ricordi solo lontanamente echeggiati dall'esibizione sul palco di stasera.
Transumanza.
Sul palco del Primavera un mare blu pieno di meduse luminose ed eteree fanno da sfondo ai Grizzly Bear, di certo uno dei progetti più interessanti degli ultimi anni in campo sperimentale. Molta gente li definisce soporiferi dal vivo ma la loro capacità di creare intimità è unica e forse solo lievemente penalizzata dalla location che magari non gli si addice perfettamente (sicuramente in un club con un'ottima acustica rendono al meglio).
Transumanza.
All'1.40 iniziano gli headliner di questa prima serata: i francesi e sornioni Phoenix. In tour con l'album probabilmente meno riuscito della loro carriera, riescono comunque a regalare un'ora e mezza complessivamente movimentata e dall'ottimo ritmo, sostenuto principalmente dal prestante batterista Thomas Hedlund che è l'elemento di svolta di tutto il concerto. Momento epilessia, con “Sunsrukpt!”, momento stage diving avec fil rouge di Thomas Mars su “Rome” e finale con special guest con J Mascis che, coi suoi Dinosaur Jr. aveva fatto uscire un remix di “Entertainment” qualche mese fa.
Transumanza.
Davanti al muro di confusione degli Animal Collective sale un po' di sconforto e la conferma che dal vivo non mi vanno proprio giù (non mi erano piaciuti nemmeno a Ferrara per il tour di “Merriweather Post Pavilion” che rimane comunque il loro album più riuscito).
Girate le spalle al Primavera l'attenzione viene rivolta al djset di John Talabot (che la sera prima aveva fatto il sold out col suo live all'Apolo): ho ricordi un po' sfuocati, ricordo solo che eravamo ancora tanti e che abbiamo ballato. Alcuni di noi per scaldarsi bevevano caffelatte. Rientro all'appartamento: ore 7.00.

Menzione speciale ai Blur, quella di venerdì è stata la loro giornata. I quattro producono uno degli show più divertenti e riusciti del festival: con loro è come tornare sempre adolescente e rivivere i fasti dell'esplosione della Cool Britannia. Damon Albarn è super carico e si presenta con un bell'incisivo dorato, giacca di jeans e sneakers d'ordinanza. Alex James con quel suo solito atteggiamento “un po' ti seduco, un po' mi annoi”, Graham Coxon presente più che mai e Rowntree con la sua Fred Perry che spunta da dietro la batteria. Aprono facili con “Girls & Boys” e ripercorrono tutta la loro produzione passando per momenti salienti quali “Beetlebum”, “Coffee & Tv”, “Country House” durante il quale Damon si tuffa davanti alla folla e, per l'agitazione, mostrerà pubblicamente le terga, la meravigliosa “End of The Century”, l'ultimo (beatlesiano) singolo “Under The Westway”, approdando finalmente all'encore con l'immensa “The Universal” e chiudendo col botto di “Song 2”. Tutto il resto è noia? No, non proprio. Perché prima di loro, al Primavera, si esibisce James Blake: che voce! Per lui valgono molte delle cose dette per i Grizzly Bear, se non contiamo il fatto che i suoi bassi in un luogo chiuso aprirebbero le viscere delle persone nelle prime file. Incredibile davvero.
La giornata era iniziata con i danzerecci ma quasi inutili Django Django, che vincono il premio per le camicie più brutte della storia (vedi fotogallery).
Avevo molte aspettative nei confronti di Solange, la sorella alternativa del colosso industriale Beyoncé: davanti al piccolo palco del Pitchfork la folla era ben nutrita ma il live è stato flebile e al di sotto delle sue possibilità vocali. Probabilmente la scaletta non ha aiutato finendo per ottenere un pubblico appena tiepido.
L'altra grande delusione arriverà dai The Jesus and Mary Chain: saliti sul palco come se fossero appena usciti dal pub della riot attitude, dei fratelli Reid è rimasto ben poco e il concerto non risulta che un sufficiente compitino a cui non vorresti mai assistere. Unica nota: per “Just Like Honey” ospitano sul palco Bilinda Butcher dei MBV.
Transumanza.
Avendo alcuni amici dalla spiccata dance attitude arrivo al Pitchfork per vedere altri due fratelli, questa volta della nuovissima scena elettronica inglese: Disclosure. Ci risollevano un po' il morale, facendoci sgranchire le stanche membra. Rientro all'appartamento: ore 7.00.

Sabato, ultimo giorno di permanenza ispanica, il fisico inizia a vacillare ma la voglia c'è: aspetto principalmente Nick Cave e Dead Can Dance. Assoluti, incredibili. Un mio amico direbbe che uso troppi aggettivi ma di fronte a questi due pilastri non sono sufficienti. Il duo London-based suona al Ray-Ban, cornice perfetta per un concerto di intima contemplazione. Il vento e l'imbrunire hanno completato il pathos irreale. Transumanza. In attesa di Nick Cave, compare sugli schermi l' anticipazione, preceduta da vari avvisi su Twitter durante la giornata, del 2014: la prima conferma dei Neutral Milk Hotel per la quattordicesima edizione che si terrà 29,30 e 31 maggio (e per cui gli abbonamenti saranno in vendita già a partire dal prossimo 3 giugno). Di Nick Cave, se c'è bisogno di parlare, posso solo dire che è uno che sa come fare un concerto: serratissimo, senza respiro, una caduta libera da brividi allo stomaco. Questo sabato 25 maggio 2013 verrà ricordato grazie a questa infilata mistica: ancestrali i Dead Can Dance, tostissimo e gran maestro di concerti Nick Cave, capisci che dopo una doppietta del genere non sarai più la stessa persona.

E allora, non vuoi più sentire altro e decidi che questo festival non poteva finire meglio, come quando, stavolta un po' inaspettatamente, hai riservato il boccone più prelibato per la fine e ne vuoi mantenere il sapore il più a lungo possibile.

Mentre cammini per l'ultima volta attraverso l'immenso Parc Del Fòrum, ragioni sulle sensazioni che ti lascia partecipare ad un festival, ora che l'adrenalina è ancora in circolo ma che l'orizzonte fa intravedere di nuovo la “vita vera”: tutta la frenesia ipercinetica dell'esposizione massiva a così tanti concerti in quel breve lasso di tempo ti fa temere di non assimilare al meglio ciò a cui stai assistendo, di non avere il tempo di metabolizzare ma poi ti accorgi che non è così. Le emozioni arrivano senza l'aiuto del cervello, senza i filtri della razionalità. A maggior ragione in un habitat particolare come quello della fruizione della musica dal vivo: assistere ad un concerto è, differentemente dalla fruizione di tante altre opere d'arte come sculture, quadri, performance teatrali, cinema, un evento di condivisione immediato, creatore di aggregazione, che diventa la tua serata.

Inoltre, questo è un po' un parco giochi: il concetto di realtà è lievemente spostato e ciò permette di vivere con intensità e totalità la tua passione. Poi è vero che non ti ricorderai cos'hai usato per nutrirti, probabilmente perderai il conto delle birre bevute e stravolgerai completamente il tuo bioritmo ma anche questo fa parte della magia. Così come quando da bambino ti portavano al parco divertimenti: i tuoi genitori non applicavano regole e potevi godere di un'immunità totale. E, come quando eri bambino, finalmente torni a casa tanto felice e soddisfatto, facendoti uno dei sonni più belli di sempre.

Per rivedere alcuni dei live principali, ecco il canale You Tube del festival.

Photo Credit: Dani Canto, Eric Pamies, Federica Olivieri, Xarlene

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