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Pink Floyd a Venezia, era il 15 Luglio 1989

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Oggi, nel 1989, i Pink Floyd si esibivano nel famosissimo concerto a Venezia.

Pink Floyd a Venezia, era il 15 Luglio 1989

Più che un articolo di musica, questo è il racconto di una storia personale, di quelle che “prima o poi le racconterai ai tuoi nipotini potendo dire fieramente…io c’ero”. Oppure che ti troverai un giorno a scrivere sul sito di ComingSoon. E’ la storia di quel pazzo concerto che si tenne a Venezia nel luglio 1989: Il concerto gratis dei Pink Floyd.

Un anno prima, nel giugno 1988, eravamo entrati allo Stadio Flaminio con il nostro carico di brufoli e di dubbi. Era il primo tour dopo lo scioglimento, il distacco, l’apocalisse: Roger Waters aveva sbattuto la porta. "A Momentary Laps of Reason" era un album prevedibilmente diverso, comunque bellissimo, con la “nuova impronta” Gilmour/Wright. Sarebbe stato un sogno ascoltarlo dal vivo… ma il resto? Al tempo non c’era internet. Non c’erano telecamerine digitali e video su youtube o “Pink Floyd tour 1988 tracklist” da scrivere su google: avrebbero suonato le canzoni di "The Wall," di "Wish You Were" here o "Dark Side of the Moon" o era vero che c’era una causa in corso con Waters e non avrebbero potuto suonare nulla?


Il Flaminio accolse decine di migliaia di fortunati con un palco che era il massimo della tecnologia tra schermi ed impianti luci/laser. Un sistema di speakers distribuito in diversi punti dello stadio creava un perfetto effetto cuffia. E allora, nelle tre ore di attesa, ogni tanto si sentivano volare elicotteri immaginari,   oppure ci si girava di colpo per veder passare uno stormo di gabbiani che nessuno vide mai. Immaginate cosa potè succedere dopo. Uscii da quel concerto sapendo di aver assistito a qualcosa di indimenticabile e che da quel momento in poi sarei stato costretto a paragonare qualsiasi performance live a quello spettacolo di oltre due ore e mezza, durante il quale… si: suonarono alla perfezione tutto quello che era possibile suonare dagli album della fase Waters. Il tour diede vita al doppio live "Delicate Sound Of Thunder", di cui vediamo un classico: "On the Turning Away".

E cosi, quando si sparse la voce di un concerto gratis a Venezia nel luglio 1989 fu subito chiaro il da farsi. Gruppo di amici, con gli stessi brufoli dell’anno prima ma con molti dubbi in meno e un piano di attacco: andare alla stazione Termini la sera prima, prendere il treno notturno per Venezia, arrivare all’alba e poi bivaccare la giornata in piazza assicurandosi la prima fila. Tanto il  grosso del pubblico sarebbe partito l’indomani mattina presto.

Arrivati a mezzanotte alla stazione ci rendemmo conto che non eravamo probabilmente i soli ad avere avuto questa idea. Termini era letteralmente piena di gente. Tutti, o quasi, con una maglietta dei Pink Floyd. L’arrivo al binario del treno già semipieno,  da Napoli per Venezia, fu accolto da cori da stadio che neanche dopo una vittoria dei mondiali. Per entrarci tutti, fini che un mio amico preferì sdraiarsi sul portavalige di ferro sopra le poltrone, io dovetti incastrare le gambe sotto ad un poggiapiedi. Decisamente non un posto per malati di claustrofobia! Non dormimmo un minuto… ma alle sette e mezza, con un paio di giustificate ore di ritardo eravamo a Venezia… ed il mio gruppo era l’unico che aveva pagato il biglietto. Bel piano, si.


E cosi eccoci in Piazza San Marco. Sono le otto del mattino. Mancano 13 ore al concerto e ci sono già cinquemila persone accampate. I Veneziani non sono collaborativi: quell’evento è stato organizzata dai consiglieri di Mestre, non è roba loro. Hanno cercato di impedire il concerto, hanno comunque limitato i decibel. Ma non sono contenti e sottovalutano, come avevamo fatto noi, il fatto che se metti insieme le tre parole PinkFloyd/Venezia/Gratis non ci sarà solo gente da Roma a vederlo. Arriveranno da Milano, Torino, Marsiglia, Barcellona, Parigi, Londra. Alcuni si organizzeranno apposta dagli Stati Uniti. I Pitura Freska, reggae band lagunare degli anni 90, hanno scritto uno dei loro pezzi più famosi proprio su quella giornata, vissuta da veneziani. Ve la ricordate?

Alle cinque del pomeriggio la piazza è piena e ancora devono arrivare i treni speciali partiti  dalle principali città italiane. Alle sette la piazza viene chiusa: se esci non rientri. Peccato che per evitare la disidratazione abbiamo bevuto casse su casse d’acqua… sorge il problema “plin plin”. Ma noi, mai domi, restiamo li e in fondo sarà che stiamo stanchi morti, sarà che stiamo sotto il sole da 11 ore, sarà che siamo giovani all’avventura, ci divertiamo assai.

Cosi finalmente comincia il concerto: che si vede, bellissimo, ma non si sente. O quantomeno.. si sente ma se canti non si sente più. Siamo lontani anni luce dalla "One Of These Days "sentita l’anno prima che ci rimbombava nella testa e in tutto il corpo.  Eccola qui:  

Il palco è messo in modo leggermente obliquo rispetto alla pizza, a favore delle telecamere. Sotto il palco una quantità enorme di gondole, motoscafi e barchette. I lasers illuminano la laguna e la piazza. Il colpo d’occhio è sensazionale. Tempo tre quarti d’ora e uno di noi cade semi svenuto per terra: si rialza ed ha la faccia di un colore tra il marrone e il viola. Insolazione e disidratazione. Dobbiamo portarlo fuori, spostarci da li, ma vogliamo comunque cercare di continuare a sentire il concerto. Ci mettiamo Time e le due canzoni successive per uscire dalla piazza che intanto prova a sedersi. Oramai fuori dalla piazza, ma in grado di vedere qualcosa assistiamo all’ovvio delirio di "Another Brick in the Wall" a poi agli ultimi pezzi, tra i quali "Comfortably Numb" con il suo lunghissimo assolo di chitarra  e  la tiratissima quanto spettacolare "Run Like Hell" che chiude il concerto. Il light sets, i laser prima ed i fuochi di artificio finali ci mettono il cuore in pace: è stato bellissimo.

A questo punto si pone il problema di come tornare a casa. Rientrare in una piazza san marco semi svuotata fu agghiacciante: per terra era letteralmente rimasto un disastro. Su tutti i canali intorno alla piazza si erano riversate migliaia di persone con quel problemino dovuto alla piazza chiusa per ore. I treni erano talmente carichi di gente che dovemmo dividerci: riuscimmo, con un mio amico, a  salire su un treno per Milano, dove abitavano dei parenti, solo alle 5 del mattino. E viaggiammo in piedi.


Una lunga doccia, 12 ore almeno di sonno e poi prontri per ritornare verso Roma con la soddisfazione, comunque sia andata, di poter dire, o scrivere, un giorno, "io c’ero".



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