Roger Waters - Is This The Life That We Really Want, la nostra recensione

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Roger Waters - Is This The Life That We Really Want, la nostra recensione

Quinto album da solista per l’ex voce e basso dei Pink Floyd, Is This The Life That We Really Want è il primo lavoro in studio da 25 anni, dal 1992, anno in cui usciva Amused To Death.

Non è facile parlare di un nuovo lavoro di Roger Waters, musicista tra i più grandi al mondo e sicuramente tra i miei preferiti. Insomma, alla domanda se  Is This The Life That We Really Want sia o meno un bell’album, la risposta è: si, ma non so bene il perché.

Che Waters non sia un compagnone e l’anima delle feste  è assodato, e di certo non ci si poteva (né si voleva) aspettare il nuovo ballo dell’estate, ma immagino che una ragionevole via di mezzo non avrebbe guastato.

Di certo un grande contributo alla genesi della release l’hanno avuta il Brexit e, ancor di più l’elezione di Trump (per chi non avesse visto il video del brano Pigs eseguito da Waters a Citta del Messico davanti a 300mila persone, consiglio vivamente di osservare le proiezioni sulla fabbrica che fa da sfondo al palco, in cui si può ammirare Trump con un corpo di maiale, quello di una procace ballerina e altre interessanti fusioni del 45esimo presidente degli Stati Uniti con i soggetti più disparati), tant’è che non ha mai fatto mistero del fatto che la sua nuova fatica discografica sia una chiara critica – eufemisticamente parlando – al presidente.

Tutto vero, tutto giusto, ma è mai possibile che Waters debba necessariamente trovare un antagonista da combattere per scrivere la sua musica? Fu il muro di Berlino per The Wall, la guerra del Golfo per Amused To Death e ora questo.

The Temple’s in ruins/ the bankers get fat/ the buffalo’s gone/ and the mountain top’s flat
I tempi in rovina/ i banchieri ingrassano/ i bisonti sono andati/ le cime delle montagne si appiattiscono

Picture a courthouse with no fucking laws/ … Picture a leader with no fucking brain
Immagina un tribunale senza fottute leggi/ … immagina un leader senza fottuto cervello

When World War II was over/though the slate was never wiped clean/ We could have picked over the broken bones/ we could have been free
…we cannot turn back the clock/ we cannot go back in timeBut we can say “fuck you”

Quando è finite la seconda Guerra mondiale/ nonostante la lavanga non sia mai stata veramente pulitaAvremmo potuto imparare/ avremmo potuto essere liberi
…non possiamo portare indietro l’orologio/ non possiamo tornare indietro nel tempoMa possiamo dire “vaffanculo”

Contro Trump, contro l’establishment, contro la direzione capitalistica presa dopo la seconda guerra mondiale; in Is This The Life That We Really Want c’è tutto il Waters pensiero riguardo alla vita, la politica e a come dovrebbero andare le cose

If I had been God…/ I think I could have done a better job
Se fossi stato Dio…/ credo che avrei fatto un lavoro migliore

Detto ciò, credo sia il caso di spendere due parole sulla musica, che – credo – dovrebbe essere al primo posto nelle varie considerazioni. L’album è sfacciatamente autoreferenziale, in particolar modo al periodo The Wall e The Final Cut, senza però avere, né la genialità del primo, né la sonnolenza del secondo.

La voce di Waters si è invecchiata parecchio, e appena prova ad alzare il tiro si sente lo sforzo; ma è una voce ancor più evocativa, ancor più convinta e convincente. Gli arrangiamenti sono perfetti e si dividono tra momenti più carichi (Smell The Roses, Brocken Bones) e altri minimalisti (The Last Refugee, Ocean’s Apart), dando all’album una continuità che ne fa quasi una lunga suite piuttosto che un susseguirsi di tracce separate.

Nessuno spazio a escursioni dei bravissimi musicisti, ma solo la volontà di toccare le corde più nascoste, più intime dell’ascoltatore.

Disco profondo, scuro, introspettivo e sicuramente non mainstream, Is This The Life That We Really Want, è frutto di una ricerca interiore, sia musicale che personale, per trovare gli elementi che meglio riescano a mostrare il pensiero di Waters.

Nonostante la scarsa originalità e la sensazione di “già sentito” che permea il tutto,  per il sottoscritto è diventato una specie di droga e non riesco a fare a meno di ascoltarlo almeno una volta al giorno.

Le atmosfere ipnotiche tirano dentro l’ascoltatore senza scampo.

Waters rimane un genio.  



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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