Megadeth live al Rock In Roma 2018

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Megadeth live al Rock In Roma 2018

Confesso di essere rimasto stupito da parecchie cose, ieri sera: innanzitutto dall’esiguo numero di persone presenti – a braccio direi meno di duemila -, che risulta quasi offensivo considerando la storia un gruppo come i Megadeth (anche perché sono tristemente convinto che Sfera Ebbasta e la sua pelliccia rosa faranno il sold out), e poi per la desolazione del Rock in Roma di quest’anno; non che abbia mai brillato per organizzazione, ma è sempre stato esteticamente curato, con parecchi sponsor che regalavano gadget e iniziative di varia natura, il tutto in un contesto festaiolo. Ecco, ieri sera sembrava di essere entrati in una villa comunale di notte scavalcando i cancelli: poche persone, poche luci, zero pubblicità e strisce bianche e rosse per delimitare dove si doveva passare per accedere all’area concerto.

Una volta arrivato dentro e aver imprecato per la pioggia che è cominciata nell’esatto momento dell’inizio dello show, cerco di prendere la cosa con filosofia e di godermi il concerto.

L’ottima acustica – perfezionata dopo un paio di brani – unita alla bravura del combo losangelino, fanno dimenticare presto tutte le varie pecche (compresa la solita assenza di telecamere e il conseguente spegnimento degli schermi che vengono accesi sono per le pubblicità).

Non ricordo con precisione l’ultima volta che ho visto i Megadeth dal vivo - mi pare fosse il tour di Super Collider -, ma ricordo estremamente bene i miei 15 anni e il tour a supporto di quel capolavoro che era Countdown to Extinction: si parla della formazione più blasonata con il grande Marty Friedman alla chitarra e il compianto Nick Menza alla batteria. Bene, dopo quella volta ho avuto molte occasioni di vederli dal vivo (abbiamo anche intervistato il simpaticissimo Dave Ellefson qualche anno ora sono), ma – ed è questa l’altra cosa che mi ha piacevolmente sorpreso -  è la prima volta dai lontani anni che rimango sbalordito dalla formazione. Senza nulla togliere agli ottimi Chris Broderick (chitarra) e Shawn Drover (batteria), con l’arrivo del brasiliano Kiko Loureiro (Angra) alla seicorde e del belga Dirk Verbeuren (Soilwork) dietro le pelli, il livello della band e decisamente salito. La coesione è ai massimi livelli e l’apertura dello show con Hangar 18 stende gli astanti (pochini ma irriducibili) che, in barba alla pioggia, gridano e saltano come forsennati. La voce di Mustaine , così come la sua empatia nei confronti del pubblico non sono certo il punto di forza del gruppo, ma l’esibizione è magistrale e i ragazzi danno davvero tutto sul palco e, complice una scaletta di classe, rendono felici gli astanti.

Setlist, dicevamo, che accontenta un po’ tutti, ripercorrendo in maniera variegata tutta la loro – ampia – ampia discografia: da the Mechanix del primo album (gemella separata alla nascita da The Four Horsemen dei Metallica), passando per In My Darkest Hour (So Far… So Good… So What!), The Conjuring e Peace Sells (Peace Sells…  But Who’s Buying?), Trust e She-Wolf (Cryptic Writings), le immancabili perle di Rust In Peace, quali Holy Wars… The Punishment Due (cui è affidata la chiusura dello show), Dawn Patrol, Take No Prisoners, Hangar 18, e Tornado Of Souls, senza tralasciare Dystopia con The Treat Is Real e la titletrack.

Anche a Tout Le Monde (Youthanasia), Sweating Bullets e Symphony Of Destruction (countdown To Extinction) trovano spazio nella ricca scaletta che il gruppo suona ininterrottamente per più di 90 minuti.

A  discapito di un’organizzazione poco presente e di un tempo decisamente inquietante, per il combo di Los Angeles è stata un’ esibizione magistrale che li colloca nel pieno di una seconda giovinezza.

Qui la gallery fotografica del concerto:



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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