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Kraftwerk live @ Rock In Roma 2019

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Nella splendida cornice di Ostia Antica la “centrale elettrica” teutonica ha prodotto tanta energia e tanto spettacolo. Kraftwerk, live in Ostia Antica.

Kraftwerk live @ Rock In Roma 2019

Tutto ebbe inizio 49 anni fa, in Germania a Dussendorf, per la precisione, dove si originarono quelli che sono considerati i pionieri della musica elettronica con uno stile unico che ha successivamente generato molte influenze nel panorama musicale della fine del XX secolo. Ralf Hutter e Florian Schneider mossero i loro primi passi sperimentando sonorità assolutamente nuove per l’epoca, passi che sfociarono nel primo album, omonimo, del gruppo nel 1971, lavoro che suscitò interesse e curiosità.

Subito dopo, Ralf Hutter lascia il gruppo per circa un anno e dopo esservi rientrato viene registrato “Kraftwerk-2” nel quale le sonorità “krautrock” si arricchiscono, per la prima volta, di suoni elettronici, fatto che connoterà tutti i lavori a seguire. Il culmine dell’utilizzo dell’elettronica in ambito strumentale si avrà nel 1973 con l’album “Ralph&Florian” ed a seguire l’introduzione di ritmi sintetici generati da pad autocostruiti e poi brevettati da loro stessi…quando l’arte incontra la scienza. Un anno dopo, ecco venire alla luce “AUTOBAHN”, album che configurò la connotazione sonora attuale del gruppo.

Entra in scena Karl Bartos, che prende il posto di Roeder, ed ecco definita la formazione storica dei Kraftwerk. Il 1975 è l’anno di “Radio-Activity” e nei tre anni successivi vennero pubblicati due concept: “Trans Europe Express” e il meno estremo e più orecchiabile (?) “The Man-Machine”. Sempre più coinvolti nell’utilizzo dell’elettronica ed influenzati dall’era dei computer, si arriva nel 1981 con “Computer World”. Segue poi ”Technopop”, progetto che però venne interrotto a causa di un incidente stradale che coinvolse Hutter ma dal quale venne estratto il singolo “Tour De France”, dedicato all’omonima gara ciclistica.

Tutti i lavori ebbero successo, vista l’originalità delle sonorità e alla ventata di novità nel panorama musicale, successo che ha però un arresto, o meglio una flessione, con l’album “Eletric Café”. Seguono raccolte e in particolare, nel 1991, venne pubblicato “The Mix”, raccolta che generò un tour promozionale in cui fece la comparsa Henning Schmitz in sostituzione di Bartos. Schmitz rimase poi in pianta stabile al gruppo. I Kraftwerk entrano in pausa compositiva e si riproposero nel 1999 con l’album “Expo-2000”, dedicato all’esposizione universale di Hannover.

Altra pausa fino al 2002, anno in cui i Kraftwerk rientrano in attività introducendo come strumentazione musicale i computer portatili in virtù delle classiche tastiere dei synth. Nel 2003, in concomitanza con il centenario del Tour de France, viene pubblicato un album “Tour De France Soundtraks” che scaturì successivamente in un tour mondiale, che a sua volta generò un disco live, “Minimum-Maximum”. Dopo il 2005 ci furono solo esibizioni dal vivo in Europa fino alla pausa del 2007, anno in cui venne pubblicato un remix dei brani “Aero-Dynamik” e “La Forme”.

Nel 2008 i Kraftwerk si esibirono in diversi concerti negli USA, concerti ai quali Schneider non partecipò e venne sostituito da Stefan Pfaffe. Pfaffe prese poi il posto di Schneider definitivamente dopo quasi 40 anni di permanenza nel gruppo di quest’ultimo. Ed ecco l’avvento dei concerti 3D. Nel 2011 ci fu “Retrospective”, all’Arena di Verona, una serie di otto concerti consecutivi, ciascuno dedicato ad un album.  Quasi 40 anni di evoluzione musicale, con un inizio avente sonorità ispirate alla “cosmic music” per poi passare al minimalismo, i Kraftwer hanno uno stile proprio, caratterizzato anche da un look rigoroso, minimalista, oserei dire “teutonico”, frutto proprio dell’evoluzione nel tempo, vicino all’estetica futurista. La loro sonorità “robotica” ha ispirato generi musicali quali la techno e la house. In sostanza inventori indiscussi del “techno-pop”, sancito in via definitiva con l’album “Autobahn” del 1974 e passaggio al digitale assoluto con “Radio Activity” e alla dance minimale con “Computer World” nel 1981. In sostanza un processo evolutivo continuo, riscontrabilissimo anche ai meno appassionati del gruppo, che li rende indiscutibilmente pietra miliare importantissima nell’ambito dei gruppi che hanno influenzato la musica negli ultimi 50 anni.

Ed eccoci qua in una caldissima serata romana ad assistere allo spettacolo 3D, modernissimo, in un contesto affascinante ed antichissimo, un contrasto “dolce-salato” che non può lasciare indifferenti.

Il Teatro Romano di Ostia Antica. Che dire? Stupendo! Ralph Hutter alla voce, tastiere e synth; Fritz Hilpert alle percussioni elettroniche; Henning Schmitz al synth e percussioni elettroniche; Falk Grieffenhagen alle proiezioni video, pronti ad essere elettrizzati e trasportati in atmosfere surreali. Nel pieno rispetto del loro stile, il palco, contenuto, con le quattro postazioni a T; dietro uno schermo sul quale verranno proiettati gli effetti 3D.

Ecco come siamo stati accolti. Tutti seduti sui gradoni dell’antico teatro romano, una seduta dura e cruda, “archeologica”, con due millenni di esistenza. In attesa una buon numero di pubblico, piuttosto omogeneo come fascia di età, composto e desideroso di musica ma anche di spettacolo. Iniziamo!  “Numbers”  e già dalle prime note iniziano le proiezioni tanto anticipate che con l’ausilio degli occhiali 3D, di buonissima fattura, va detto, ci fanno arrivare di fronte al viso numeri verdi. Come inizio va benissimo.

Qualche espressione di meraviglia, inevitabile, di coloro che per la prima volta, forse, assistevano ad una performance live dei Ktaftwerk. Si prosegue, linearmente, con “Computer World- It’s More Fun to Compute”. Proseguendo, senza interruzioni, “The Man Machine”, “Neon Lights” ed altri brani celebri. Ogni pezzo è accompagnato da proiezioni inerenti al brano, descrittive, pur avendo un aspetto minimal. Musica da guardare, oltre che da ascoltare. Eccoci ad “Autobahn” e si inizia a viaggiare in sulle autostrade tedesche, si passa a “Radioactivity”, si fatica per le salite montane e collinari con “Tour De France” e poi ci si rilassa in treno con “Trans Europe Express”. Piccola precisazione personale ad onore di chiarezza in merito: ho detto si viaggia, si fatica e ci si rilassa. Esatto. Perché? Perché i brani dei Kraftwerk, alcuni più alcuni meno, per lo più musicali e non canzoni vere e proprie, hanno la capacità di descrivere perfettamente la sensazione di ciò che raccontano. Ad esempio “Trans Europe Express”, brano tra i miei preferiti, trasmette la sensazione di un viaggio in treno attraverso la vecchia Europa proprio come erano i viaggi su rotaia prima dell’avvento dei treni veloci. Ipnotici, per via della cadenza ritmica del rumore delle ruote sui binari, solenni, con la lentezza che dava la possibilità di ammirare come in una pinacoteca i quadri raffiguranti i panorami aventi come cornice i finestrini. Ma torniamo a noi.

Le immagini proiettate le conosciamo, sono saldamente legate alle grafiche delle cover degli album e le animazioni 3D ne aumentano l’effetto corroborante alla musica. Il loro stile meccanico/elettronico non poteva far mancare all’esibizione “The Robots”, forse il brano che meglio sintetizza il loro stile musicale. Poi “Pocket Calculator/Dentaku”, enunciato anche in italiano e chiudiamo con “Boing Boom Tschak/Technopop/Music Non Stop” A turno i quattro robot tedeschi lasciano il palco elargendo un inchino non prima di aver eseguito un piccolo assolo con il loro dispositivo musicale. Si, perché nonostante si possa immaginare che i loro brani vengano semplicemente riprodotti nulla è di più sbagliato. L’esibizione dei Kraftwerk è una esibizione live a tutti gli effetti con i brani eseguiti live. Questo, sicuramente, può sembrare strano ma tanto è. Abituati ad assistere a chitarre, batterie, bassi e quant’altro, vedere quattro persone praticamente immobili davanti ad uno stand armeggiare con pomelli e potenziometri certamente disorienta. Concluso il tutto ci allontaniamo camminando nello splendido parco archeologico verso l’uscita, appagati da quello che è stato un gran bello spettacolo. Un qualcosa sicuramente di “nicchia” per orecchie (ed occhi…non dimentichiamocelo mai) evolute e per certi versi esigenti. Composto, per certi versi austero, elegante e raffinato, mai algido nonostante questa tipologia di musica possa esserlo. Afflussi e deflussi composti ed organizzazione impeccabile hanno reso questo evento godibilissimo un piccolissimo appunto, ma giusto per trovare il pelo nell’uovo, un solo mini chiosco per cibo e bevande, che ha generato una fila piuttosto lunga e lenta. Davvero una bella serata dell’estate musicale della Capitale.

Alla prossima.



di Andrea Alesse
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