Greta Van Fleet - Anthem of the Peaceful Army, la nostra recensione

-
1
Greta Van Fleet - Anthem of the Peaceful Army, la nostra recensione

Non trovo sia facile recensire una band come i Greta Van Fleet, perché certe sonorità nel 2018 sollevano una serie di riflessioni sullo stato di salute del rock, che non possono essere trascurate: siamo arrivati davvero a un punto in cui per guardare al futuro siamo costretti a scimmiottare il passato?

Si, perché parlare di un sound “ispirato” ai Led Zeppelin e ai “fine sessanta/inizio settanta” mi pare davvero eufemistico. Ma non si tratta solo delle sonorità, qui parliamo anche delle movenze, dell’abbigliamento dell’atteggiamento in generale.

Siamo giunti a una tale empasse creativa da accogliere dei cosplayer di lusso nell’olimpo del rock?

E – soprattutto – come suona questo Anthem Of A Peaceful Army?

Iniziamo subito col dire che i giovanissimi ragazzi di Frankenmuth (Mitchigan), suonano bene; poco importa se sono nati 50 anni in ritardo e dalla parte sbagliata dell’oceano, i Greta Van Fleet hanno studiato alla perfezione la lezione impartita da Page, Plant e soci.

Produzione perfetta per un rock d’annata con la qualità delle registrazioni di oggi,  et voilà! Un bel discone da ascoltare tutto d’un fiato in auto mentre si fa una gitarella. Si, perché, purtroppo, nonostante la bravura dei ragazzi e la qualità compositiva di alcuni brani, il tutto suona come già sentito, e come tale lascia delle tracce poco profonde nell’ascoltatore.

Mi ricordo ancora la prima volta che ho sentito parlare dei Greta Van Fleet “ma li hai ascoltati quei ragazzini che suonano come i Led Zeppelin ?”, cosa che può sembrare un complimento – fino a un certo punto - , ma che in realtà non lo è, in quanto relega il combo americano giusto un gradino sopra le cover band.

Spesso mi è capitato di sentire paragonare i Greta Van Fleet al fenomeno dei Darkness quando uscirono nei primi duemila, in quanto fortemente ispirati da band come Queen, AC/DC e Van Halen, ma la qualità compositiva e la personalità dei fratelli Hawkins è anni luce avanti ai Greta Van Fleet: un conto è ispirarsi (siamo nani sulle spalle di giganti, diceva il filosofo), un altro è scopiazzare.

Ciò detto, l’album (il primo full lenght, dopo l’ep From The Fires) è sicuramente gradevole e si lascia ascoltare con piacere, su tutti l’opening track Age Of Man, evocativa e accattivante mid tempo , le zeppeliniane The Cold Wind, When The Curtains Fall (singolo) o Lover Leaver, che sembra una b-side degli Zep. Non manca il lato più folk/acustico che emerge in brani come Watching Over, The New Day o Mountain of The Sun, che però convince meno di quello “tirato”. Le ballad You’re The One (noiosa) e la titletrack Anthem (non male, ma nulla di ché) completano il quadro di un album ben suonato e ben congegnato che , ahimé, puzza di operazione commerciale lontano un miglio.

Da consigliare solamente ai nostalgici “open minded”, perché quelli davvero integralisti dubito apprezzerebbero l’offerta dei Greta Van Fleet.



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
Lascia un Commento
Lascia un Commento