Eric Gales - The Bookends

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Eric Gales - The Bookends

Non che io voglia inaugurare una rubrica “consigli per gli acquisti” – non ancora, almeno -, ma ogni tanto mi capita di ascoltare dischi per cui vale la pena spargere la voce, specialmente se l’artista in questione non è un nome troppo noto al grande pubblico.

Eric Gales (Memphis, classe ’74) è stato un “enfant prodige” che ha inciso il suo primo album a soli sedici anni (The Eric Gales Band- 1991): imbraccia la chitarra a soli 4 anni quando i suoi due fratelli Eugene e Manuel gli insegnano a suonare nello stile di Jimi Hendrix e BB King. Davvero curioso il fatto che Gales suoni in modo mancino una chitarra destrimane rovesciata (con le corde gravi verso il basso), pur non essendo mancino; tale caratteristica impostazione sullo strumento deriva dal fratello Manuel (in arte Little Jimmi King, morto prematuramente a soli 38 anni stroncato da un attacco cardiaco), il quale era effettivamente mancino.

La vita di Gales è stata vissuta per gran parte in contromano, combattendo contro le dipendenze da droghe e alcol. Dopo aver toccato il fondo ed essersi ripulito, nel 2017 torna sulle scene con l’album Middle Of The Road, che diventa il suo primo disco a entrare nella Billboard Top Blues Albums in 4a posizione. A due anni di distanza eccolo nuovamente alla ribalta con lo splendido The Bookends, dove il blues si fonde alla perfezione con rock, soul, funky e R&B, grazie a un songwriting maturo, alle grandi capacità vocali e chitarristiche di Gales e alle illustri collaborazioni presenti sulla release.

Già la prima traccia, Intro, ci fa presagire che non si tratta di un blues album convenzionale: con un sound acido e volutamente dissonante, Gales ci regala due minuti di chitarrismo a cavallo tra sonorità fusion e rock, con rimandi al miglior Tom Morello (Rage Against The Machine, Audioslave). Già la seconda Something’s Gotta Give (estratta come singolo) ritorna su sentieri più convenzionali, rivelandosi una bellissima soul/R&B song con la pregevole partecipazione del gospel vocalist B. Slade, in cui emergono rimandi al genio di Stevie Wonder.

Decisamente più rock oriented, Watcha Gon Do si apre nei ritornelli, dimostrando un appeal più orecchiabile e viene scelta come singolo apriprista.

Ecco di nuovo Wonder – e di certo non dispiace – che fa capolino con la soul/fusion It Just Beez That Way, che ci accompagna al mid tempo di How Do I Get You, brano un po’ scontato, a dire la verità, che strizza  l’occhio a un Kid Rock più “colto”. Slow blues di stampo classico nella lunga e sexy Southpaw  Serenade in cui appare il bravo Doyle Bramhall II (da decenni nella band di Eric Clapton) per dare vita a dei pregevoli scambi solistici tra i due.

Si riprende con un riff à la Guns ‘n Roses per la moderna Reaching For A Change - che fa pensare più al grunge come dovrebbe essere nel 2019, piuttosto che a un blues album – per approdare alla originale Somedoby Lied, che ricorda le atmosfere di Dave Matthews.

Strepitosa la versione di With A Little Help From My Friends con la bravissima – e, ultimamente, onnipresente – Bett Heart, in cui gospel e blues al testosterone si toccano e si rincorrono per oltre 6 minuti.  Resolution è un brano strumentale – abbastanza noioso, ad essere sinceri -  in cui Gales dimostra tutte le sue  - incredibili – doti chitarristiche, e che ci accompagna alla conclusione di The Bookends con  una versione alternativa di Somebody Lied, ovvero Pedal To The Metal, in cui troviamo di nuovo il bravissimo B. Slade.

Album ottimamente prodotto e suonato, The Bookends è sicuramente una delle cose più interessanti che mi siano capitate tra le mani ultimamente e va assolutamente ascoltato: qui si tratta di ottima musica.



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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