Sanremo 2018: Intervista ai The Kolors, in gara al Festival con Frida (Mai, Mai, Mai)

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Sanremo 2018: Intervista ai The Kolors, in gara al Festival con Frida (Mai, Mai, Mai)

Tra gli artisti che debuttano sul palco dell’Ariston in questo Sanremo 2018 ci sono anche i The Kolors, che canteranno anche per la prima volta in lingua italiana, presentando un pezzo dal titolo “Frida (Mai, Mai, Mai)”. Una canzone che, già dalle premesse e conoscendo anche il sound del gruppo, sembrerebbe essere molto ritmata, come abbiamo potuto intuire dall’intervista che ci ha rilasciato Stash Fiordispino a poche ore dalla prima performance alla 68esima edizione.

- La vostra prima volta sul palco dell’Ariston. L’avresti mai detto otto anni fa che un giorno ti saresti trovato qui?

Forse no, perché proprio otto anni fa iniziavamo a pensare al progetto Kolors, ispirandoci ai Franz Ferdinand, agli Arctic Monkeys e miscelando quel mondo lì al mondo del funk di James Brown. Una roba super anglofona, quindi, perché sai l’inglese, avendo tante parole tronche, è più predisposto sicuramente al funk, che è basato anche sul ritmo delle consonanti. Io molto spesso faccio riferimento a Pino Daniele, ad esempio, che quando faceva funk lo faceva in napoletano, che è molto simile all’inglese dal punto di vista della metrica. L’italiano, per un mio limite, non l’ho mai usato.

- E come mai adesso invece è arrivato il momento?

Perché questa volta abbiamo in mano una canzone che è un pezzo dei Kolors, ma in italiano. Prima di “Frida” non ero mai riuscito a farlo, forse per quel gap psicologico dell’italiano che, avendo le vocali alla fine di ogni parola, ti porta a stare un po’ più disteso con le melodie. Non a caso le cose italiane più famose nel mondo sono super melodiche. Però, già nella stesura di questo pezzo insieme a Davide Petrella, ci siamo resi conto che suonava proprio Kolors e quindi ci siamo sbizzarriti.

- A proposito di Davide Petrella, come l’avete presa la sua eliminazione a Sarà Sanremo?

Io sinceramente ci sono rimasto un po’ male, anche se comunque lui non l’ha vissuta male. Mi ha detto: “guarda, forse la televisione è una macchina che non riuscirò mai a guidare”. Ed è vero che è un altro sport, noi lo sappiamo benissimo. Lui è più da live marcio o da lavoro dietro le quinte, come autore, e sicuramente non è un pivellino in questo campo. Però io, personalmente, una chance gliela avrei data, ma mi rendo conto che ci sono cose che magari, come performance, sono state più forti. 

- Invece, questo pezzo anticipa un album ovviamente...

Non ovviamente. Stiamo sicuramente pensando di uscire con un nuovo progetto, ma non abbiamo lavorato ad hoc su Sanremo per avere poi la spinta e uscire con l’album. Abbiamo voluto vivere quest’esperienza come un test, anche per quanto riguarda la nostra sensazione con l’italiano. Al momento ci crediamo, siamo convinti che è una cosa che può aprire l’orizzonte dell’italiano/internazionale, ma comunque abbiamo sei o sette brani già pronti, di cui qualcuno è in italiano, e ne andiamo molto fieri. Non c’è un progetto discografico preparato, ma appena finirò Sanremo sicuramente tornerò in studio perché non vedo l’ora di buttare giù altre cose!

- E con chi stai lavorando in studio?

In questo periodo, a parte con Davide sulle cose in italiano, resta sempre tutto in casa Kolors. Su “Frida” ho collaborato con Luca Chiaravalli, che è una specie di deus ex machina qui a Sanremo, e infatti ha avuto ragione su tutto. Ci ha fatto lavorare sul suono e sull’arrangiamento, mi ha fatto aprire la mente, perché per Sanremo mi ha fatto capire che data la presenza dell’orchestra ci deve essere una pienezza di suono diversa da quella della radio. Però la produzione la curo sempre io interfacciandomi con i ragazzi.

- Venerdì suonerete con Tullio De Piscopo e Enrico Nigiotti, un’accoppiata decisamente interessante!

Grande Tullio! Sì, non abbiamo voluto semplicemente portare un nome, volevamo un nome in funzione della canzone. Il drumming di Frida è la caratteristica principale del pezzo, appena parte il brano ti rendi conto che c’è una figura di batteria che vuole rimanere in testa. Non come “My Sharona”, ma diciamo che l’intento è quello. Essendoci questo drumming così presente, abbiamo pensato di coinvolgere Tullio che per noi è un maestro, anche di vita. Lui ha un carattere assurdo: è il batterista per antonomasia, ma è il batterista col carisma e la personalità musicale, non la semplice tecnica, perché si concentra ad esempio sul suono del rullante. Infatti ha costruito degli elementi in funzione del brano ed è proprio quello che volevamo. Oltre a lui, la ciliegina sulla torta è Enrico Nigiotti, che si sta rivelando sempre di più un fratello. Ci siamo conosciuti qualche mese fa, mentre eravamo a una serata a Milano, e abbiamo iniziato a parlare. Enrico è un musicista coi controcoglioni e quindi ho provato a chiedergli: “tu verresti con Tullio a Sanremo?”. Lui ha accettato e di lì in poi ci siamo resi conto che è molto vicino a noi dal punto di vista umano e ci piace anche solo stare in sala prove a chiacchierarci.

- La tua fonte d’ispirazione per Frida è Frida Kahlo...

Non è la fonte d’ispirazione, attenzione. Logicamente lo si può pensare anche solo dal fatto che ho intitolato il pezzo Frida, ma in realtà è un paragone. Il brano parla di un amore contemporaneo, che è sicuramente diverso da quello di vent’anni fa. Ha delle regole diverse che adesso potrebbero farti stare male e che invece vent’anni fa non avrebbero avuto senso. Il “visualizzato”, per esempio. Io dico sempre: “in amore vince chi visualizza e non risponde” (ride). Se avessi detto questo vent’anni fa, altre persone avrebbero pensato: “ma questo è un alieno? Che sta dicendo?”. È paragonabile a quello che ha vissuto Frida Kahlo negli anni ’30, con un rapporto che forse va ancora più avanti del 2018, come concetto di amore. E questo, insieme al tipo di sofferenza che lei ha affrontato nella sua vita e alla positività interiore che le ha dato modo di risolvere momenti negativi, traducendoli anche in arte, era il paragone perfetto con quello che volevamo dire. Quindi non è una fonte d’ispirazione, ma proprio nei giorni in cui scrivevo il pezzo, ho visto un documentario su di lei e mi sono reso conto che c’era tanto di simile, nel concetto, più che nel tipo di rapporto intellettuale. Però nasce prima la canzone, poi il paragone.

- Allora in bocca al lupo!

Grazie mille! Non si dice “crepi”, ora si dice “viva”, come ci ha ordinato Baglioni, che ci ha spiegato che è così perché il lupo prendeva i cuccioli in bocca per proteggerli. Io ho sempre detto crepi sto cazz de lupo!

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Federica Carlino
  • Giornalista pubblicista specializzata in comunicazione musicale e televisiva
  • Consulente musicale
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