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Anche David Byrne si schiera contro Spotify

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‘Non c’è in gioco la sopravvivenza di artisti come me, ma quella degli emergenti’.

Anche David Byrne si schiera contro Spotify

Dopo Thom Yorke e Nigel Godrich, scende in campo contro Spotify un altro temibile avversario: David Byrne.

L’ex Talking Head ha espresso la sua opinione sui servizi di streaming on-demand attraverso un lungo articolo, pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian.

Come per Godrich e Yorke, secondo Byrne solo musicisti già noti e avviati potrebbero trarre giovamento da siti come Spotify, in quanto principali fonti di diffusione e di profitto delle proprie canzoni, mentre gli artisti esordienti dovranno presto smettere di lavorare in questo ambiente, se decideranno di servirsi quasi esclusivamente dei suddetti siti come fonte di guadagno.

Qualche tempo fa, Thom Yorke e i restanti Radiohead si sono accaparrati le attenzioni dei media quando hanno eliminato il loro ultimo album da Spotify”, ha scritto Byrne.

“Oltre a loro, alcuni altri artisti si sono lamentati pubblicamente dei servizi di streaming on demand (cito i Black Keys, Aimee Mann e David Lowery dei Camper Van Beethoven).

Bob Dylan, i Metallica e i Pink Floyd hanno resistito fino a qualche mese fa; io ho eliminato dal mio catalogo su Spotify quanta più musica ho potuto; gli AC/DC, Garth Brooks e i Led Zeppelin non hanno mai concesso il loro inserimento su questi servizi.

Di cosa si tratta, allora? Che cosa sono questi servizi, cosa fanno e perché i musicisti si lamentano?”.

Byrne si è quindi lanciato nella seguente spiegazione:

“Ci sono diversi modi per ascoltare musica online: Pandora è una specie di stazione radio che ti permette di ascoltare solo ciò che ti piace, ma non accetta richieste; su YouTube si trovano solo brani individuali pubblicati dalla gente o dalle corporazioni e Spotify è una libreria musicale che ti dà accesso a tutto ciò che vuoi, (se è nel catalogo), quando vuoi”.

“Alcuni di questi servizi funzionano solo quando sei connesso, mentre altri, come Spotify, ti permettono di scaricare le tue playlist e ascoltarle quando sei in giro. Per molti ascoltatori, la preferenza è ovvia: perché dovresti voler comprare un cd o pagare per scaricare, quando puoi ascoltare in streaming i tuoi album e i tuoi artisti preferiti senza pagare o per un’esigua tariffa mensile? Non sorprende quindi che lo streaming appaia come il futuro del consumo musicale: lo è già in Scandinavia, dove è nato Spotify, (il servizio di streaming più fornito della rete), e in Spagna. Gli altri paesi seguono a poca distanza”.

Spotify è la seconda fonte di entrate digitale più importante per le etichette in Europa, secondo la International Federation della Phonographic Industry (IFPI). Significativamente, si tratta di guadagni per le etichette, non per gli artisti. Ci sono anche altri servizi di streaming - Deezer, Google Play, Apple e Jimmy Iovine della Interscope ne lancerà presto uno di nome Daisy – ma la mia ipotesi è che, come per la maggior parte delle imprese online, alla fine dei giochi ne resterà solo uno. Non ci sono due Facebook o Amazon: il dominio e il monopolio sono gli scopi ultimi del mercato digitale”.

Le somme pagate da questi servizi per ogni ascolto sono ridicole: la loro idea è che se abbastanza persone usano il servizio, quei piccoli guadagni si accumuleranno. Sono quindi da incoraggiare la dominazione e l’ubiquità di questi siti: dovremmo riadattare i nostri principi in base a questa nuova realtà digitale, dove ci viene detto che il monopolio è un bene per noi”.

“Le grandi etichette, di solito, si accaparrano la maggior parte dei profitti, lasciando agli artisti solo il restante 15-20%. Le etichette indipendenti, invece, sono generalmente più oneste, a volte dividendo al 50% i guadagni. Damon Krukowski (Galaxie 500, Damon & Naomi), ha pubblicato uno sconcertante calcolo dei compensi ricevuti da Pandora e Spotify per la sua canzone “Tugboat”, mentre Lowery ha persino intitolato un articolo ‘La mia canzone è stata ascoltata 1 milione di volte su Pandora e tutto ciò che ne ho ricavato sono stati 16.89 dollari, meno di quanto ho guadagnato per la vendita di una singola t-shirt!’”.

“Per una band formata da quattro persone che prendono il 15% dei diritti dagli streaming su Spotify, sarebbero necessari 236,549,020 ascolti perché ciascun componente riceva un salario minimo di 15,80 dollari all’anno. In prospettiva, la canzone dell’estate firmata dai Daft Punk, ‘Get Lucky’, che ha superato il milione di ascolti su Spotify alla fine di agosto, ha reso ai due musicisti qualcosa come 13,000 dollari ciascuno. Non male, ma ricordate che si tratta di una sola canzone estratta da un intero album, per la realizzazione del quale ci sono voluti tempo e denaro. Se questa fosse la loro principale fonte di guadagno, una somma del genere non ripagherebbe i conti. Quindi cosa succede ai gruppi che non hanno un tormentone estivo di fama internazionale?”.

“In futuro, se gli artisti dovranno puntare quasi esclusivamente su questi siti come fonte di guadagno, dovranno smettere di lavorare in questo ambiente entro un anno. Alcuni di noi fanno soldi anche in altri modi, ad esempio con i concerti, e alcuni di noi possono oggi esibirsi davanti a un buon numero di persone, perché in passato una etichetta discografica ci ha dato fiducia. Non posso negare che il supporto di una label è stato di fondamentale importanza per me, anche se non tutti gli artisti di successo ne hanno avuto bisogno. Quindi sì, io, come Thom Yorke ed altri artisti, potrei plausibilmente continuare a sopravvivere, perché non mi affido alle elemosine che mi arrivano dagli streaming musicali. Ma gli emergenti non hanno questo vantaggio: alcuni di loro non possono contare sui soldi che arrivano dai live o dalle concessioni dei diritti sulle loro canzoni (per spot pubblicitari o altri utilizzi, n.d.r.), quindi qual è la loro opinione su questi servizi?”.

“Molti artisti e musicisti indie vedono Spotify come un buon modo per esporsi e diffondere la propria musica, dove la gente può ascoltare il loro materiale senza rischi. Daniel Glass, della Glassnote Records, che segue gli amatissimi Mumford & Sons ha dichiarato: ‘Quando hai la qualità e segui da ben due anni una band di questo tipo, credo che sia più forte la paura di ostacolare il loro successo piuttosto che di lasciarli andare. Aprire il rubinetto e lasciare che la gente senta la loro musica, la ascolti in streaming e cose del genere è decisamente salutare”. Cellist Zoe Keating la vede allo stesso modo: ‘Spotify è un ottima piattaforma d’ascolto. Per quanto mi riguarda gli artisti dovrebbero vederlo come una fonte di nuove scoperte, piuttosto che di guadagni”.

 “Posso capire l’importanza di un posto dove le persone possano ascoltare o informarsi sul tuo lavoro, ma sicuramente ci sono molti altri luoghi adibiti a tali scopi. Io riesco a tenermi aggiornato senza usare questi servizi: vado direttamente sul sito di un artista o su Bandcamp, addirittura su Amazon, e poi, se mi piace ciò che ho sentito, posso sempre decidere di acquistarlo. Anche Cellist Zoe Keating sembra parta dal presupposto che ci saranno sempre altre fonti di guadagno, ma se questi servizi soddisfano le aspettative, non ce ne saranno più. Non capisco neanche questa visione di Spotify come una fonte di scoperte. Nella maggior parte dei casi, scopriamo un nuovo artista nel momento in cui ci viene consigliato da qualcun altro o ne leggiamo qualche informazione, non mentre ascoltiamo musica in streaming – anche se è vero che Spotify ha una pagina ‘discovery’ in cui, come per l’algoritmo di Pandora, ci vengono suggeriti degli artisti che potrebbero piacerci. Mi è stato detto che c’è anche un modo per vedere cosa ascoltano i tuoi ‘amici’, ma sarei comunque curioso di sapere come la maggior parte di queste persone trovino nuova musica. Sarei ancor più curioso di sapere se, questa gente che ‘scopre’ musica attraverso questi servizi, la acquisti in seguito.

In fondo, perché mai dovresti cliccare e andare su un altro sito a pagare per quella musica, quando puoi ne hai a disposizione una versione gratuita? Ma siamo pazzi?”.

Byrne ha quindi concluso: “Non c’è in gioco la sopravvivenza di artisti come me, ma quella degli emergenti e di coloro che hanno alle spalle solo qualche album, come ad esempio St Vincent, la mia attuale compagnia di viaggio, che non è esattamente una sconosciuta. Molti musicisti come lei, che sembrano avere una carriera già affermata, sono conosciuti e di gran talento, alla fine dovranno trovarsi un’altra occupazione o cambiare ciò che fanno per guadagnare più soldi. Senza nuovi artisti in ascesa, il futuro della cultura musicale sarà molto difficile. Una cultura basata sui successi commerciali è triste ed è sostanzialmente un male per gli affari. Non è lo stesso mondo che mi ha ispirato quando ero giovane. Molti fan (me compreso) hanno detto ‘la musica mi ha salvato la vita’, quindi deve esserci un qualche valido motivo per tenere a disposizione delle generazioni future un salvavita di questo tipo”.

 



  • Giornalista pubblicista specializzata in comunicazione musicale e televisiva
  • Consulente musicale
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