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Volevamo andare lontano: "Il mio omaggio agli italiani che hanno cambiato la Germania"

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Incontro con Daniel Speck, autore della miniserie in onda su Rai 1 (e del romanzo).

Volevamo andare lontano: "Il mio omaggio agli italiani che hanno cambiato la Germania"

Amante dell’Italia da molti anni, Daniel Speck è uno sceneggiatore e scrittore che si è fatto conoscere lo scorso anno, anche da noi, per il romanzo Volevamo andare lontano (edito da Sperling & Kupfer): una storia fra Italia e Germania, dagli anni Cinquanta a oggi. Ieri sera ha coinvolto oltre 3 milioni di telespettatori su Rai 1 la prima puntata di una miniserie basata sul romanzo, scritta da Speck stesso, che stasera si concluderà con una seconda serata, sempre alle 21.25. 

Una storia d’amore negli anni ’50 fra il nonno tedesco della protagonista, Julia, e una siciliana emigrata a Milano è il cuore dell’azione di un affresco storico lungo decenni e tre generazioni, di cui abbiamo parlato con Speck, incontrandolo a Roma

Dove nasce la sua passione per l’Italia?

Proprio qui, a Roma, negli anni ’90, quando ho studiato alla Sapienza Storia del cinema. Certo, prima amavo il neorealismo, proprio per questo mi sono detto che dovevo andare a Roma a studiare cinema. Sono film che mi hanno marcato, come Rocco e i suoi fratelli, a cui ho pensato molto scrivendo Volevamo andare lontano, con il suo occhio sincero sulla realtà, sulle persone normali, ma allo stesso tempo con una grande carica emozionale. Nei film tedeschi o c’è del melodramma superficiale o qualcosa di serio ma palloso, senza emozione. Gli sceneggiatori e i registi del neorealismo sono stati capaci di guardare la realtà con sincerità, ma anche con un grande amore, che ti commuove.

Volevamo andare lontano racconta l’immigrazione, il dialogo fra culture diverse nel corso di decenni, essendo anche un grande affresco storico.

L’idea era raccontare le relazioni fra Italia e Germania attraverso la storia di una famiglia nel corso di tre generazioni. Raccontare la nascita dell’Europa di oggi attraverso un microcosmo, una famiglia italo-tedesca. Per farlo ho scelto il dopoguerra e l’amore che nasce fra Vincent e Giulietta e un figlio che nasce e soffre di tutto quello che loro non possono realizzare nella loro relazione così legati alle loro origini. Soprattutto Giulietta, con la mentalità siciliana degli anni ’50, nonostante il grande amore che prova verso quest’uomo così diverso, che le dà il coraggio di essere se stessa e realizzare la sua passione, la moda.

Ci sono state modifiche o tagli dolorosi nella miniserie, rispetto al libro?

Ho scritto in parallelo il romanzo e la sceneggiatura. È sempre doloroso l’adattamento, anche da spettatore dico sempre che il romanzo è meglio, essendo più ricco e approfondito. Quello che mi interessava era dare un’immagine reale dell’Italia e della Germania al di là degli stereotipi, che forse ci sono in minima misura nel film, anche se non sono creazioni mie, ma figlie dei compromessi che bisogna sempre fare.

Lei viene da Monaco e ha conosciuto le varie immigrazioni italiane in quella città.

L’immigrazione di oggi è fatta tutta di laureati, anche a Monaco, non solo a Berlino; di giovani accademici, persone molto diverse rispetto agli operai che arrivavano decenni fa, soprattutto del sud, che hanno cambiato in positivo la Germania. Hanno portato un altro modo di vivere che, secondo me, mancava e che oggi trovi nel mio paese, che è diventato più leggero, accogliente e aperto al mondo. Per non parlare della maggiore sensibilità nei confronti del cibo. Gli italiani hanno veramente portato l’arte di mangiar bene in Germania, dove prima si mangiavano delle schifezze. Tanti immigrati sono venuti negli anni Sessanta per lavorare nelle fabbriche, poi si sono stufati e hanno aperto un ristorante. Nel 1955, quando inizia la storia, a Monaco c’erano 5 ristoranti italiani, oggi sono 700, più di quelli tedeschi. A Monaco, quando vai a mangiare fuori, vai dall’italiano, anche quelli della destra. Io da bambino sono cresciuto praticamente con cibo italiano in una famiglia tedesca, era normale per me. A un certo punto mi sono chiesto come fosse arrivato il cibo italiano: i miei nonni non lo sapevano, ma si ricordavano il primo Gastarbeiter (lavoratori ospiti, temine coniato nella Germania degli anni ’50 ndr) italiano che hanno invitato a casa loro, poi ricambiati. La storia per me è un omaggio a questa generazione di italiani, che sono venuti a fare un grande sacrificio, non per se stessi ma per i loro figli. Hanno lavorato come pazzi, rovinandosi anche la salute nelle miniere, per dare un futuro migliore ai figli.

Qual è l’importanza della storia per lei, che anche nel suo nuovo romanzo, Piccola Sicilia, appena pubblicato, guarda molto al passato?

Se non capisci la tua storia non puoi vivere il presente, il mondo. In Piccola Sicilia mi sono chiesto perché oggi le relazioni fra culture e religioni siano così complicate e ho scoperto un tempo in cui questi problemi non c’erano. Ho letto di questo quartiere italiano di Tunisi, appunto Piccola Sicilia, in cui negli anni ’40 musulmani, ebrei e cattolici vivevano vicini e in armonia, fino all’arrivo della guerra e dei nazisti, che separarono le comunità. Ho trovato nel passato uno specchio del prsente, visto che anche oggi viviamo una rinascita della destra e del razzismo, come negli anni ’40. Prima non era importante la tua religione, perché facevano le feste insieme. I bambini andavano alle feste degli altri bambini, così ne avevano tre volte tanto rispetto agli europei. Erano fieri del loro multiculturalismo, i bambini entravano gratis al cinema i giorni di festa, di tutte le feste della varie comunità religiose. 

La seconda e ultima puntata di Volevamo andare lontano - Bella Germania andrà in onda questa sera alle 21.25 su Rai 1.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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