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Una mattinata sul set con Nanni Moretti: Eskhol Nevo ci parla dell’adattamento di Tre piani e di un anno molto positivo.

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Un anno molto intenso per lo scrittore israeliano, che ci parla dei prossimi progetti e di Nanni Moretti.

Una mattinata sul set con Nanni Moretti: Eskhol Nevo ci parla dell’adattamento di Tre piani e di un anno molto positivo.

“È stata una mattinata molto eccitante”.
Quando lo incontriamo, Eskhol Nevo è visibilmente soddisfatto, appena tornato dal set di Civitavecchia, a pochi chilometri da Roma, dove Nanni Moretti sta girando il primo adattamento per il cinema di un suo romanzo, Tre piani, uscito in Italia, come gli altri suoi quattro romanzi, per Neri Pozza. Nel cast Riccardo Scamarcio, Margherita Buy, Alba Rohrwacher, Elena Lietti.

È un momento molto intenso per la carriera di quello che da queste parti riteniamo, da alcuni anni, uno degli scrittori di riferimento, non solo della letteratura israeliana.

Cosa pensa delle differenze fra il romanzo e la sceneggiatura del film?

È presto per dirlo, dovrebbe rimanere un segreto. Quello che posso dire è che le soluzioni trovate per adattare una storia israeliana in un film italiano sono brillanti, dal punto di vista narrativo. Dobbiamo aspettare e vedere.

Che sensazione le ha dato, visitare il set?

Wow. Un libro è come un sogno che risiede nella tua mente, fatto di realtà ma è totalmente di finzione. Andare sul set è stato come vedere qualcuno alle prese con l’adattamento di un mio sogno. Ho letteralmente camminato in un sogno. Mi ha fatto pensare al film Sogni di Akira Kurosawa, in cui sono rappresentati differenti episodi, in uno dei quali il protagonista entra in una stanza e si ritrova letteralmente a muoversi all’interno di un quadro di Van Gogh. È questa l'emozione che ho provato: vivere in un un mio sogno. Poi un’altra sensazione che provo è quella di essere molto fortunato, con Nanni Moretti che dirige il primo adattamento per il cinema di un mio romanzo. Uno scrittore non potrebbe chiedere di meglio che un regista del suo livello.

È la prima volta che Moretti lavora su una storia non originale. Secondo lei cosa ha trovato in Tre piani che l’ha spinto a girarci un film?

Deve chiedere a lui. Mi ha mandato una mail un paio d’anni fa, scrivendo che voleva fare un film sul mio libro. All’inizio ero così sorpreso che non credevo fosse davvero Nanni Moretti, poi gli ho chiesto cosa voleva farne e ha risposto con una mail molto dettagliata che mi ha convinto del fatto che fosse veramente lui. Questo è quanto. Credo che il libro l’abbia toccato, in qualche maniera, ma deve chiedere a lui. 

Avrebbe preferito essere coinvolto in qualche modo nel processo di scrittura della sceneggiatura?

La mia attitudine riguardo agli adattamenti è di non essere coinvolto in nessun modo. Per il cinema è la prima volta, ma i miei libri sono stati portati a teatro e dal punto di vista ideologico credo che gli scrittori non debbano essere coinvolti nell’adattamento; interferirebbero solo in una forma d’arte diversa. Mettendomi nelle mani di Nanni Moretti posso stare rilassato sapendo che sa quello che sta facendo. Inoltre il film è italiano, internazionale, e pur amando l’Italia e venendoci spesso, non sarei in gradi di scrivere qualcosa che succede qui.

È una storia già adattata a teatro, presto al cinema, ed è il libro che ha scritto più rapidamente, in soli cinque mesi.

È una realtà imbarazzante [ride ndr]. No, davvero, ci sono scrittori, incluso me, che hanno lottato anche per dieci o quindici anni. È molto raro, all’interno della mia carriera, quello che è successo con Tre piani. È stato un processo esplosivo.

Quando ha scritto il libro era in una fase di transizione, sul punto di fare qualcosa di diverso. Cosa sta succedendo in questo momento nella sua carriera di scrittore, oltre a essere impegnato nella sua scuola di scrittura creativa?

Molte cose. Ho pubblicato un nuovo libro in ebraico lo scorso anno, The Last Interview, che uscirà in Italia a ottobre, come prima traduzione. Ha avuto molto successo in Israele, entrando nella classifica dei libri più venduti. È uscito a ottobre 2018, rimanendo in classifica fino a febbraio, per poi tornarci in queste settimane. È stato un ottimo anno per me, poi sto scrivendo da qualche settimana una rubrica per il Vanity Fair italiano, dal titolo Vocabolario dei desideri. Ogni settimana scrivo un breve racconto, il che è molto impegnativo. 

Poi è stato recentemente pubblicato in Italia, da Salani, il suo primo libro per bambini, Un canguro alla porta. Come è nato?

È iniziata come una storia della buonanotte. Stavo andando in Australia per il mio primo book tour in assoluto. Erano quattordici anni fa e in realtà non avevo ancora pubblicato neanche un libro, avevo solo un manoscritto con la traduzione di Nostalgia, il mio esordio. Ma nessun altro scrittore israeliano voleva andare in Australia, per cui invitarono me, con il manoscritto. Avevo una figlia piccola di tre anni, che ora è adolescente, e le raccontai questa storia della buonanotte su un padre che parte e su incantevoli visitatori che vanno a trovarla mentre lui è via. Mi sono poi reso conto di come, nella vita moderna, molti genitori, madri o padri, viaggiano per lavoro e i figli devono affrontare queste brevi separazioni, che siano di pochi giorni o di un paio di settimane. Ne ho tratto un libro che è stato pubblicato molti anni fa in Israele, diventando un classico per l’infanzia. Sono molto felice che ora sia tradotto anche in italiano; immagino che anche i genitori italiani viaggino.

Sembra che negli ultimi tempi ami particolarmente scrivere racconti.

È vero. Il mio stile di vita è più compatibile con la scrittura breve. Non è più semplice, è difficile scrivere un buon racconto. Lavoro duramente per il mio appuntamento su Vanity Fair. Di solito scrivo con un paio di settimane di anticipo, poi ci rimetto le mani, lo faccio leggere, ascolto i commenti. Non è per niente semplice scrivere una bella storia che sia lunga solo 600 parole, ma mi piace. Non che il romanzo non sia più interessante, ma nella vita moderna si legge fra un impegno e l’altro. Ho fatto un book tour negli Stati Uniti lo scorso anno e tutti parlavano di flash fiction: 200 parole per il telefono cellulare. È una cosa che mi interessa, come ogni formato particolare. In Israele ho appena pubblicato un racconto accompagnato da una colonna sonora, una cosa che sognavo di fare da anni. Ho lavorato con un musicista per un paio di mesi, poi l’abbiamo fatta uscire in formato audio, e abbiamo avuto una risposta molto positiva da quelli che lo hanno ascoltato in macchina, mentre guidavano durante un ingorgo. In Israele la vita è sempre contrassegnata da ingorghi, non so in Italia.

Mi consenta di non volerne parlare, caro Eskhol Nevo. È meglio.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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