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Un triangolo primitivo - Incontro con Andrea De Carlo

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Abbiamo incontrato lo scrittore milanese per parlare del suo nuovo romanzo.

Un triangolo primitivo - Incontro con Andrea De Carlo

In questi giorni Andrea De Carlo sta vivendo il superamento, anche mediatico, della sua esperienza come giurato nel programma televisivo "Masterpiece", per ritornare, anche pubblicamente, nei panni a lui più abituali di autore di romanzi forti, fatti di sentimenti e rapporti umani intensi, tanto da logorarsi spesso nel corso degli anni. Molti istintivo, quasi primordiale, è il suo nuovo romanzo, Cuore primitivo, appena uscito in libreria per Bompiani.

La storia di una coppia: Maria, scultrice di grandi gatti in pietra, e suo marito Craig, famoso antropologo inglese. I due hanno una casa in un piccolo villaggio ligure di montagna. Un mattino di luglio Craig sale sul tetto per controllarne la tenuta dopo una forte pioggia e finisce per fare un bel capitombolo, quasi spezzandosi una gamba. Cercando un professionista che possa restaurare una casa di campagna sempre più diroccata si imbattono in Ivo, un costruttore espansivo, istintivo e un po’ cialtrone.

Abbiamo incontrato Andrea De Carlo a Roma, in una saletta della libreria Fandango incontro.

Partiamo dal titolo, in linea con un libro dai comportamenti quasi atavici. Come mai questo Cuore primitivo?

Mi interessava questo cuore istintivo, questo nucleo pre razionale, da cui discendono così tanti degli impulsi con cui conviviamo. Chi più e chi meno li assecondiamo, perché la questione è questa: quanti lo assecondano questo cuore primitivo e quanti cercano di arginarlo, di esorcizzarlo, facendo finta di non sentirlo? Quel che è certo, però, è che ce l’abbiamo. È lì e ci manda dei segnali. Mi piaceva l’idea che fosse una sorta di centro di gravità del romanzo attraverso cui tornano varie linee dei tre personaggi, verso questo cuore.

Sono interessanti i mestieri che svolgono questi personaggi: la scultrice che cerca di dare vita alla pietra, tutto istinto, dall’altra l’antropologo, che cerca di spiegare con le parole quello che è nascosto negli angoli più remoti del pianeta.

Mi affascinava l’idea di una coppia che, per almeno un po’ di tempo, è stata complementare. Lei forniva l’energia di una persona creativa, inventiva, istintiva. Dall’altra c’era questa mente molto più razionale, capace di organizzare per sistemi. Poi a un certo punto questa differenza diventa un attrito, un conflitto inevitabile. Però esiste certamente un’attrazione di opposti, un gioco in cui ognuna delle due parti ha bisogno dell’altra, come un destino inevitabile che alla fine porta a un conflitto. Mi sembra che non ci si riesca a sottrarre a questa conclusione.

In che modo questo triangolo è anche un confronto fra sentimento e ragione, fra intelletto, cultura e istinti quasi primordiali, che l’antropologo dovrebbe conoscere bene. Ma quando si passa ai fatti...

Sì, perché quando si trova a vivere in una situazione di questo tipo, può ricorrere a tutte le sue teorizzazioni, però poi si trova lì dentro, in pieno in questo conflitto di sentimenti, di impulsi primordiali. Lui la definisce la difesa della femmina, del territorio. Mi piaceva lavorare su un personaggio maschile completamente diverso, questo muratore, Ivo, per nulla stupido, ma non colto. Era interessante trovare un modo in cui farlo pensare e parlare. Non gli ho mai fatto usare dei congiuntivi, con una punteggiatura elementare, ma quello che volevo è che non risultasse stupido. Naturalmente il fatto che non fosse colto non voleva dire che fosse mentalmente rozzo.

Come mai l’idea dei punti di vista alternati dei tre personaggi, che si danno il cambio capitolo dopo capitolo?

Quello per me è un modo di esplorare da angoli diversi, come usare delle cineprese in angolazoni diverse se fosse un film. Ognuno dei tre punti di vista è fortemente diverso dagli altri, quindi permette anche un racconto diverso. A volte sorprendente, anche per me che lo scrivevo.

In che modo la sua esperienza televisiva in Masterpiece, che condivide con il personaggio del marito antropologo, ha cambiato il suo lavoro su questo libro?

L’esperienza in sé ha avuto degli aspetti allucinanti, fra cui quello principale era quello di cadere, da costruttore di storie, in una storia scritta da altri, che può essere un incubo e lo è stato per molti versi. Dall’altra, però, uno la televisione o la conosce guardandola o magari andando ospite per qualche minuto in un programma. Ma viverla da dietro le quinte ti fa scoprire anche dei meccanismi compelssi e interessanti. Poi c’è l’effetto che la televisione ha. Io mi immaginavo questo antropologo con un suo programma che l’ha reso molto popolare, ma lo rende anche esposto ai commenti. Lui inizia elencando una serie di tweet tremendi che riceve dopo essere precipitato dal tetto. Una volta che esiste questa dimensione pubblica in video diventi anche oggetto di tutto questo. Un’altra cosa interessante che ho scoperto facendo quel programma.

Lei ha iniziato la sua carriera in un periodo precedente ad internet. Ora viviamo in un’epoca in cui i social network invadono costantemente la comunicazione. Quindi uno scrittore abituato a comunicare attraverso un libro e magari qualche incontro con i lettori adesso improvvisamente si trova catapultato in una scarnificazione costante del proprio lavoro attraverso i social.

Sono molto contraddittorio rispetto a questo. Da un lato internet per me è importantissimo, non credo che potrei farne a meno ormai mentre scrivo. C’è tutta una parte di ricerca, che anche per Cuore primitivo mi ha condotto nei campi più diversi: dalla scultura all’antropologia, alle tecniche di costruzione. È un aiuto incredibile, ti dà la possibilità di accedere a moltissime fonti, di fare confronti, dall’altro mi fa paura la moltiplicazione di io che c’è nei cosiddetti social network. Io tutt’ora non ho una pagina facebook e non ho un profilo twitter. Poi però succede che se non ce l’hai c’è qualcuno che ne usa uno a tuo nome, per cui anche lì è una storia complicata e interessante perché in continua evoluzione. Fra l’altro, non incidentalmente, scrivendo una storia ambientata oggi, nella contemporaneità assoluta, è difficile immaginare personaggi che non abbiano a che fare con questi mezzi. Fanno ormai inevitabilmente parte di un romanzo contemporaneo.

So che lei cesella fino alla fine i suoi romanzi, per usare un temine scultoreo. Che impatto ha per lei questo momento, in cui non è più sua la storia che ha scritto, ma se ne impossessano i lettori?

È un momento molto bello, emotivamente molto intenso. Quando il libro viaggia per conto suo, diventa di chi lo legge, in un certo senso non è più mio. È passato attraverso di me, ma poi diventa una storia di chi la legge. Non provo per nulla un senso di possesso o di nostalgia rispetto a quando era una storia solo mia, però ovviamente sono curioso. Mi interessa molto vedere come un lettore o una lettrice interpretano il romanzo, che tipo di lettura ne fanno. È una fase di scoperta.

Cuore primitivo di Andrea De Carlo, Bompiani, pagine 363, euro 18



 



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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