Un giallo a passo di danza: incontro con Alessia Gazzola su Arabesque e Alice Allevi

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Un giallo a passo di danza: incontro con Alessia Gazzola su Arabesque e Alice Allevi

Alice Allevi ne ha fatta di strada, prima spaurita iscritta al primo anno della specializzazione in Medicina legale, ora pronta ad aprire i cadaveri per conto suo. La più dolce autrice di autopsie della narrativa italiana è una creazione della messinese, trapiantata in Veneto, Alessia Gazzola, che ha preso spunto dalla sua esperienza per raccontare dei gialli eleganti e godibili, figli della tradizione britannica del giallo classico, quello in cui anche il delitto è una forma di eleganza e non mancano tocchi di rosa, con la vita sentimentale tormentata di Alice, alle prese con un’ossessione lunga anni per il suo tenebroso e affascinante insegnante, Claudio Conforti.

Alessia Gazzola ha nel frattempo lasciato la medicina per scrivere a tempo pieno, non solo romanzi, ma anche i soggetti della fiction RAI tratta dalla sua serie, con un’azzeccata Alessandra Mastronardi nei panni della protagonista Alice Allevi e Lino Guanciale in quelli di Conforti. Mentre arriva in libreria un nuovo romanzo della serie, Arabesque, è in preparazione una seconda stagione. Ne abbiamo parlato con la Gazzola.

“Dopo aver finito la scrittura della seconda serie posso dire che è stata un’esperienza molto stimolante, con la prima più vicina ai libri. Mi risulta strano vedere personaggi da me inventati dire cose che non ho pensato io. Questo non vuol dire non risulti piacevoli, in molte circostanze si aprono punti di vista differenti riguardo a personaggi su cui ero convinta di sapere tutto. Circola molta linfa creativa, in quello che è un lavoro collettivo, al contrario della scrittura in solitario dei libri. Dalla mia idea all’attore che recita la battuta ci sono tanti passaggi in cui ognuno dice la propria.”

La serie è arrivata al settimo libro, una fase in cui si rischia di perdere l’entusiasmo iniziale, forse la più delicata. Non hai paura di farti sfuggire i personaggi, di farli agire in automatico, quasi come non ci fosse il tuo intervento?

Le due sensazioni di cui parli coesistono, ma senza bisticciare. Ho sempre il timore di perdere smalto, che i lettori non lo amino come i precedenti. Nelle mie intenzioni ogni libro deve essere migliore del precedente, poi il risultato finale è imprevedibile. Se perdessi entusiasmo cambierei, non divertendomi più andrei a cercare altri personaggi. Al contempo mi rendo conto che ormai i libri li scrivo con la mano sinistra, perché per me è come tornare a casa. Me ne accorgo quando faccio dei tentativi ogni tanto di scrivere altre cose, prendendo spunto dalle tante cose che leggo sul mondo esterno; ci provo, ma mi rendo conto che mi viene difficile. I personaggi della serie, poi, hanno ormai anche un’identità fisica particolarmente azzeccata, data dalla serie, il che mi agevola.

Per Alice è un momento importante, entra veramente nel mondo del lavoro. 

Penso che Arabesque sia un nuovo inizio per la serie. Il libro precedente ha chiuso il ciclo di Alice allieva, partito il primo anno e finito con il conseguimento della specializzazione. Una vita diversa da quella di chi riceve direttamente l’incarico, e con esso le responsabilità. Ora è una protagonista dell’indagine, il che mi ha regalato nuovo entusiasmo nei confronti dei miei personaggi, descrivendoli in un mondo nuovo. Ora Alice convive con il fratello, ho messo da parte la dinamica del triangolo che aveva caratterizzato i suoi ultimi anni. È sempre lei, ma in un assetto nuovo.

Si parla molto della donna che subisce nel mondo del lavoro la posizione di potere dell’uomo. Che ne pensi di queste dinamiche, esistenti in ogni ambito lavorativo?

Dipende da chi sia il soggetto. Siccome Conforti l’abbiamo descritto un po’ canaglia, un belloccio irresistibile, allora le battute che fa non sono una molestia, mentre se è un altro uomo a farle risultano molestie perché sgradite, mentre l’input è lo stesso. Credo che su questo ci sia da riflettere. Bisogna distinguere quando un uomo supera effettivamente i confini che ogni donna ha, siano fisici o emotivi, in maniera non consensuale, nel qual caso, quale che siano le motivazioni, non c’è niente da aggiungere. Alle volte le vicende di cui sento parlare non mi sembrano ben circostanziate, allora il mio timore è che si finisca per creare dei mostri, pur nel tentativo di parlare di momenti che possono anche essere stati sgradevoli, non lo metto in dubbio. Ho paura si stia generando un clima di caccia alle streghe. Se è l’opportunità per ripartire con una ventata d’aria nuova bene, ma senza infangare e fare confusione fra goliardata e molestia.

Non pensi che la società stia tornando verso costumi più conservatori, in ambito non solo sessuale, ma anche culinario, con l’ossessione per il mangiare sano. Quando da sempre in ambito letterario o al cinema è il fascinoso e un po’ stronzo il più amato.

C’è sicuramente questo ritorno, penso sia una strategia per sentirsi rassicurati. Mi sento contagiata dall’ossessione per le materie prime, nell’alimentazione mi rendo conto di essere diventata fobica, contagiata da quello che leggo. Sto cercando di elaborare una mia idea, in generale non amo gli estremismi, spesso frutto di mode.

Non ci credo che in tutti questi anni non hai mai pensato a come mettere in atto il delitto perfetto.

Siccome è stato individuato, almeno dal mio punto di vista, risulta icastico e non posso riproporlo in uno dei miei libri, anche se mi piacerebbe da morire. Per me il delitto perfetto è quello del Mistero Von Bulow, mediante l’iniezione di insulina. Se me ne viene in mente un altro non te lo vengo a dire, perché lo metto subito in un libro.

Come mai il mondo del ballo in quest’ultimo romanzo: luogo di eleganza assoluto, ma che spesso nasconde l’ossessione, la competizione.

Mi sembrava un setting adatto al mio tipo di linguaggio, un ambiente perfettino, elegante e lezioso, molto bello da descrivere, almeno superficialmente. Perché, lo devo ammettere, a me piace descrivere le cose belle. D’altro canto nasconde una zona d’ombra, un’ossessione per la perfezione, la competitività, senza volerlo stigmatizzare. Non ho mai fatto danza classica, se non in prima elementare con risultati disastrosi, mi sono dovuta documentare. Quelle zone oscure raccontate da lavori come Il cigno nero di Aronofsky ho pensato potessero dare spazio a un giallo classico, genere che personalmente preferisco.

C’è un’offerta sempre più variegata in Italia in questi ultimi anni di genere, non più solo thriller, ma anche un giallo più classico, con contaminazioni rosa all’anglosassone, come il tuo, qualcosa di piuttosto inconsueto, tanto che hai potuto trovare uno spazio inedito.

Nella vita è così, bisogna trovare le persone giuste al momento giusto, evidentemente sono stata fortunata.

Prima dicevi di amare la descrizione del bello, ci sono tuoi colleghi italiani a cui piace descrivere il brutto. Un importante scrittore di thriller descrive il genere di storie che scrivi tu come i gialli della Contessa.

Bello, mi piace.

Non con grande apprezzamento, ma li chiama così.

Ma chi è, dimmelo. 

Il creatore del personaggio del Gorilla, Sandrone Dazieri.

Comunque sono assolutamente fiera di scrivere i gialli della Contessa, ne vado ancora più fiera se vengono percepiti in maniera non favorevole. Penso che la vocazione letteraria vada seguita in maniera molto fedele, senza scrivere progetti a tavolino che pensi possano vendere bene. Io ho sentito di scrivere i gialli della contessa e credo piacciano perché sono scritti con entusiasmo genuino e reale amore per la scrittura. Se altri hanno la vocazione di scrivere il brutto, facciano pure.

Arabesque di Alessia Gazzola, Longanesi, pagine 350, euro 17,60



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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