Un campanile che emerge dalla storia: Marco Balzano protagonista a Eventi letterari con Resto qui

-
47
Un campanile che emerge dalla storia: Marco Balzano protagonista a Eventi letterari con Resto qui

“Da insegnante e supplente mi trovo a mio agio”. Si schernisce con ironia lo scrittore Marco Balzano, protagonista dell’ultimo minuto agli Eventi letterari Monte Verità di Ascona, dopo l’impossibilità per Paolo Cognetti di vincere le tempeste dell’est americano e arrivare sulle rive del Lago Maggiore. Vincitore nel 2015 del Premio Campiello per L’ultimo arrivato, storia di ragazzi che emigrano dal sud al nord, è appena tornato in libreria con la storia di una comunità altoatesina durante il regime fascista.

Un romanzo che parte da un’immagine forte, quella di un campanile che emerge dalle acque del Lago di Resia, in Alto Adige, un paese sommerso dopo la costruzione di una centrale idroelettrica nel 1950.

È stata una sorpresa, ci sono finito per caso in un giorno d’estate, un’immagine che all’inizio ha qualcosa di surreale e meraviglioso, ma provoca un’inquietudine crescente quando realizzi che quell’immagine è solo paradossalmente armonica, ma sotto il lago necessariamente deve esserci ancora un paese, se torreggia quel campanile, e quel luogo si è trasformato in uno dei tanti borghi alpini di vacanza ognuno uguale all’altro. Mi è venuto immediato interrogarmi su quale sia il lascito del tempo, dal punto di vista storico, quale possibilità abbiamo di mantenere una comunicazione che presuma il rispetto di ciò che è stato. L’idea che i tempi storici non comunichino e che si proceda a blocchi è un modo duro, ma molto evidente, di registrare quanto poco la storia sia magistra vitae.

Se consideriamo la stratificazione geologica, cruciale in quelle vette, in questo caso ci troviamo davanti a una stratificazione con un intervento umano.

Geologica e antropica. Il paese è stato messo di fronte a un’urgenza di progresso voluto non si sa da chi, dalla Società Montecatini, dal governo, dal fascismo, dalla Svizzera che finanzia la Montecatini per avere indietro un prestito in energia. Di fatto questa comunità rimane con una spada di Damocle eterna sulla testa, continuamente minacciata, e si interroga con i pochi strumenti che ha su quanto il progresso, tranne virtuose eccezioni, non abbia meccanismi generalmente democratici. Si decide che viene fatto e se tu sei sulla strada che deve percorrere il progresso, che semina vittime, delusioni, scontentezze e dolori, questo generalmente non viene mai valutato. Sarebbe interessante da sognare un mondo in cui il progresso abbia rapporti molto più stretti con la democrazia e con le esigenze di tutti, ma soprattutto dei primi che ne sono coinvolti.

Come mai allargare il discorso, raccontando di una famiglia durante il ventennio fascista?

Altrimenti non avrei avuto la possibilità di far capire dove la questione affondava le radici. Avessi raccontato solo della diga sarebbe stato un romanzo iper tecnico, quindi noioso. Bisognava far capire da quanto tempo questa comunità era minacciata, per quanto tempo queste grida sono state inascoltate. Paradossalmente in letteratura l’unico modo che si ha di allargare la visione, di raccontare di tanti, è partire da uno, da come si è trovato in mezzo agli altri.

Da scrittore e insegnante di lettere ha messo al centro le parole, la lingua, come l’obbligo dell’italiano imposto a una comunità tedesca abbia voluto dire perdere l’identità.

Assolutamente sì. Ionesco diceva, esistono solo le parole, il resto sono chiacchiere. Senza avere paura delle parole, a ciascuno di noi l’ultimo appiglio della dignità, della nostra propria di essere vivi, sono le parole. Mi piaceva procedere analizzando come a questa comunità venisse tolto tutto e rimanesse, insieme alla ferita, solo la parola per cercare di cambiare la propria sorte; e quando non fu più possibile mutarla, la parola divenne almeno strumento per alzare il proprio legittimo grido di rabbia.

Un microcosmo attraverso il quale raccontare anche il ventennio fascista, con un punto di vista femminile.

Quando scrivo devo necessariamente trovare una voce: non mi importa della trama, della storia, ma che ci sia una voce sufficientemente seducente, erotica, che ti dia un modo unico, come lo sguardo di ciascuno di noi, con cui guardare il mondo; per questo credo poco nella terza persona. Dopo tre romanzi con narratori maschili e popolati da personaggi più maschili che femminili, avevo molta voglia di mettermi alla prova. Quindi non più l’immigrazione, ma restare, non più il sud Italia, ma il nord, non più gli uomini, ma le donne, con l’idea di far parlare il più possibile il silenzio, l’assenza, la scommessa con cui ogni scrittore prima o poi deve misurarsi. Il personaggio più ingombrante è quest’altra donna assente, un po’ il corrispettivo della diga: arriverà la diga, arriverà lei? Tornerà a casa? Era il modo più intimo che sia stato capace di inventare per sfuggire agli artigli del romanzo storico, alle sue cronologie, alla sua oggettività. Tutte cose che non mi importano, perché danno poca umanità alle storie.

Se la prossima estate le capiterà di tornare in Val Venosta e di rivedere quell’immagine del campanile nel lago, che consapevolezza nuova avrà?

Mi diverte molto che in questi giorni molti lettori mi scrivano che c’erano già stati, che ora ci andranno senza cellulare, ma devo dire che con tutti i miei limiti io la consapevolezza sul momento ce l’ho avuta. Certo mi stupisce molto questa orizzontalità, questo modo sempre frettoloso, globalizzato, mercantilistico che abbiamo di passare sulle cose. Non è un punto di vista conservatore, non voglia museizzare niente, ma l’idea che tutto si possa fare ovunque non la reputo un’idea progressiva.

Resto qui di Marco Balzano, Einaudi, pagine 180, euro 18



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
Lascia un Commento
Lascia un Commento