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Tre stanze per un delitto - il ritorno di Hercule Poirot

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La recensione del romanzo della giallista britannica Sophie Hannah.

Tre stanze per un delitto - il ritorno di Hercule Poirot

“Cher ami, mi aveva detto Poirot, un attimo prima che uscissi dalla sua stanza. Furono le ultime parole che gli sentii pronunciare. Quando Curtiss andò dal mio amico, lo trovò privo di vita”.

Con queste parole, nel 1975, scritte dal suo fido collaboratore di una vita, il capitano Hastings, l’investigatore più eccentricamente irresistibile della letteratura gialla, Hercule Poirot, usciva di scena. Agatha Christie impiegò 55 anni prima di trovare il coraggio di uccidere un personaggio che ormai non sopportava, che la costringeva a occuparsi sempre di lui, anche se avrebbe voluto cambiare. Ma il loro destino erano legato inevitabilmente, tanto che gli sopravvisse solo pochi mesi, morendo poi nel gennaio 1976, a 86 anni.

Hercule Poirot è ora riportato letterariamente in vita dalla scrittrice Sophie Hannah, che su incarico degli eredi della signora del giallo ha pubblicato una nuova avventura del detective belga. In epoca di sequel, reboot, remake, recuperi allo stremo di un brand di successo, la reazione di fronte a questa rinascita può essere duplice: la contentezza di leggere nuove avventure di un personaggio diventato familiare per milioni di persone e tante generazioni, ma anche la perplessità di vederne violata l’anima. Quella letteraria, ma pur sempre l’anima.

Chi scrive ha iniziato a leggere le prime pagine ‘adulte’ proprio partendo dai gialli, garbati eppure avvincenti, di Agatha Christie. Motivo per il quale mi sento di poter rassicurare i tanti christiani che Tre stanze per un delitto è un romanzo molto rispettoso nei confronti di Poirot. Fin troppo. Talvolta diventa un compito egregiamente svolto da un’alunna diligente; tanto preoccupata di non deludere gli affezionati lettori da scrivere un’opera mimetica cristallizzata negli anni ’20 più che dare una personale interpretazione che ne attualizzasse lo spirito e appunto l’anima.

Non mancano le caratteristiche tipiche del detective dalla testa a uovo: dalla sua ironica arroganza alle frasi che sono diventate un marchio di fabbrica. Anche se Sophie Hannah esagera un po’ con le “celluline grigie” (ma non erano le cellule?), formula che viene ripetuta tante volte quante in dieci dei romanzi della Christie. Ma si sa, viviamo in epoca di tormentoni e allora l’autrice deve aver ben pensato che insistere avrebbe aiutato. Lo stesso avviene con i duetti di Poirot con un nuovo personaggio, l’ispettore di Scotland Yard Catchpool, che fa le veci del capitano Hastings con un candore e un’ingenuità che talvolta risultano estenuanti. Anche in questo caso la funzione è chiara: far recuperare al lettore qualche grammo di sicurezza nelle proprie capacità analitiche dopo aver subito le prodezze del buon Poirot.

L’ambientazione alla fine degli anni ’20 ci riporta ai primi lavori della Christie, allo slancio romantico di personaggi alle prese con gesti assoluti. Niente pistole, semmai il veleno, con omicidi sempre legati a un’etica che ci porta in fondo ad ammirare oltre che deprecare questi assassini con stile. I pettegolezzi di paese sono sempre il nemico contro cui lottare e il tempo un moltiplicatore della rabbia per i torti subiti o del senso di colpa per esserne stati artefici.

Per due terzi siamo condotti per mano in un percorso di riambientamento nell’Inghilterra di Agatha Christie, quasi per evitare troppi traumi nel ritrovare una storia così lontana dal thriller medio contemporaneo, in cui i serial killer uccidono senza classe. Tutto l’ultimo terzo di Tre stanze del delitto è dedicato al consueto disvelamento finale e sono i momenti in cui la Hannah riesce maggiormente a coinvolgere il lettore, a lasciarsi andare più liberamente nella passerella di caratteri compositi che costituiscono questa sua storia.

Sono le pagine in cui esce fuori la consueta teatralità narcisistica di Hercule Poirot, che lo porta a voler convocare tutti i protagonisti della sua commedia tragica, per poter esibire la sua intelligenza, la sagacia che lo porta a risolvere misteri apparentemente insolubili, potendo sorprendere tutti con l’eclatante disvelamento del pezzo decisivo del puzzle. Anche noi lettori ci siamo idealmente in quel salone londinese, nascosti in fondo, in silenzio e compiti durante un nuovo spettacolo che non pensavamo di leggere, con protagonista di nuovo lui, il detective belga con i baffi sempre splendenti.

Tre stanze per un delitto di Sophie Hannah, traduzione di M. Faimali, Mondadori, pagine 312, euro 18

 




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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