Tommaso Labranca ci racconta il suo 'Progetto Elvira'

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Tommaso Labranca ci racconta il suo 'Progetto Elvira'

Tommaso Labranca è uno scrittore, un traduttore, un autore televisivo, un conduttore radiofonico. Oggi, con il progetto della micro-casa editrice 20090, è anche un editore.
Intellettuale colto ma non polveroso o spocchioso, figura dinamica e stimolante capace di opinioni mai banali né inutilmente allienate sul mainstream o sul bastiancontrarismo a tutti i costi, Labranca è aperto alle influenze culturali alte e basse che transitano per il nostro paese e la sua testa, e capace di sintetizzarle e raccontarle con grande originalità.

Lo dimostra la sua ultima fatica letteraria, una monografia sul bellissimo film di Dino Risi Il vedovo, quello recentemente uscito dall’ingiusto oblio nel quale era caduto dopo l’uscita nelle sale di un remake nel quale i panni di Alberto Sordi e Franca Valeri erano stati presi da Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto.
“Progetto Elvira - Dissezionando Il Vedovo” non è però la monografia su un film alla quale l’appassionato di cinema è normalmente abituato: Tommaso Labranca ha ripercorso con attenzione filologica i personaggi, i luoghi e i temi del film di Risi mettendoli al centro di una complessa e divertente rete di riferimenti che vanno dalla storia del cinema italiano a quella di Milano, passando per l’analisi sociologica del presente e del passato e uno studio attento del lavoro di Alberto Sordi.
Tutti argomenti che abbiamo chiesto all’autore di raccontarci meglio in questa intervista che gentilmente ci ha concesso:


Tanto per cominciare, Tommaso, da dove nasce la tua passione per Il vedovo, e come l’idea di trasformare questa passione in una monografia sul film?

Beh, perché è un film che appartiene al mio genere cinematografico preferito. Mi considero abbastanza un esperto dei film italiani che vanno dal tardo neorealismo fino al cinema di Pasolini escluso: perché poi Pasolini ha cambiato tutto, la commedia all’italiana è morta e sono nate le grandi parodie del suo cinema, presto deviato verso un pecoreccio e un soft porn che non mi interessava più. Ma tutta la parte di commedia all’italiana in bianco e nero che va circa dalla metà degli anni Cinquanta fino all’inizio dei Settanta mi piace e mi interessa molto: e Il vedovo è per me un capolavoro, anche perché era l’unico di questi film ambientato a Milano.
Mi sono deciso a scrivere questo libro solo perché è uscito il remake, un film che già oggi non ricorda più nessuno e che mi son guardato bene dal citare: però ho letto delle cose e sentito dei commenti sul tenore di “basta con questi film vecchi, bisogna rifarli”, o gente che diceva “vedere questo film sarà l’ultima cosa che faccio in questo paese di merda prima di emigrare in Australia.” Allora ho sentito la voglia e il bisogno di sedermi al tavolo per scrivere e spiegare che tipo di film fosse Il vedovo, per dire quello che ho sempre pensato. Doveva essere una cosa di poche pagine, e invece mi sono lasciato un po’ andare.

T’interrompo subito, perché oltre al preciso e accurato lavoro filologico che fai sul film di Risi, e alla tua analisi conseguente di Milano e dei milanesi, quello che mi ha colpito molto del libro è che mi pare tu metta sempre in parallelo quel passato con questo presente, mostrando una continuità inquietante dell’essere italiani, alla faccia di chi parla del decadimento dei costumi di oggi…

Sì, è così. Tutte quelle cose brutte che si vedono attorno a noi oggi, di cui tutti si lamentano, se uno avesse voglia di andarsi a leggere la Bibbia le troverebbe tutte lì: sono storie di 5000 anni fa. Ci sono dei comportamenti umani che non sono mai cambiati e mai cambieranno: se una signorina si sveglia una mattina e vede nello specchio che ha le curve al posto giusto, le mette a frutto, e non col bello romantico e povero, ma col vecchione ricco. Per questo mi facevano sorridere le persone che di fronte a casi come quello delle Olgettine si soprendevano: persone magari di 60 o 70 anni, che dimostravano così non solo di non avere una memoria storica, ma anche personale. Questa cosa del lamentarsi sempre dell’oggi, del dire “ah, ma in che tempi viviamo”, anche questa è nella Bibbia, è il comportamento di Geremia. Insomma, non c’è mai nulla di nuovo, e ancora di più se poi le cose da universali diventano italiane. Certi comportamenti, specie qui a Milano, li conosciamo: il non essere rispettosi delle regole, il dire “tanto lo fanno tutti”, per poi essere pronti a prendersela con i politici che rubano. È la mentalità alla Alberto Sordi: il vedere negli altri i propri difetti, come quando nel film accusa il fattore di rubare, e in realtà è lui a farlo. In fondo poi lo facciamo tutti, è un atteggiamento molto umano, e ancora di più tipicamente italiano.

A proposito di Alberto Sordi: è chiaro da quello che hai scritto che non solo conosci molto bene quel filone di commedia all’italiana di cui hai parlato, ma anche il lavoro dell’attore romano. Si tratta semplicemente di una coincidenza tra le due cose o c’è qualcosa di più?

Quella per Sordi è una passione specifica che ho sempre avuto. Mi piace molto, soprattutto nei film di quegli anni, il modo in cui recita, come si comporta, i personaggi che interpreta. Nessuno come lui ci ha rappresentati meglio. Sordi fece per la RAI un programma che si chiamava “Storie di un italiano”, un lungo montaggio dei suoi film che non è mai stato ritrasmesso né pubblicato in DVD, una cosa che solo uno come lui poteva fare. Noi abbiamo avuto dei grandi attori, ma sempre un po’ fuori dalla storia italiana: pensa ad esempio a Gassman, che aveva ambizioni internazionali, con l’esperienza americana, la moglie americana, i testi shakespeariani. Manfredi invece era il cantore della provincia, dell’interiorità e della timidezza spinta fino al limite della nevrosi: se avessimo girato Psycho in Italia, Manfredi sarebbe stato perfetto per il ruolo di Norman Bates. Sordi invece era perfetto nell’equilibrio tra provincia, paura di abbandonare la propria casa, desiderio di conquistare il mondo, di diventare qualcosa che non era: milanese, svedese, inglese, australiano… L’ho sempre trovato davvero emblematico, anche perché in fondo all’estero non è poi così conosciuto, non è un divo come Mastroianni: Sordi è veramente nostro, un nostro patrimonio. Per questo poi nel libro ho citato la famosa scena di Nanni Moretti: perché Sordi ce lo meritiamo sì, e ce lo teniamo.

Bizzarro però che Sordi, che è l’emblema di una certa romanità, o di Roma in quanto cultura, entità e atteggiamento, in questo film sia trapiantato a Milano. Quella Milano e quei milanesi di cui tu fai un racconto attento, con un sentimento a metà tra l’affetto e la rassegnazione…

L’affetto c’è, soprattutto perché quelli che vediamo nel Vedovo sono milanesi che oggi non ci sono più: sono morti, sono scomparsi e sono stati sostituiti da una nuova razza di non-milanesi. Di cui peraltro faccio parte anche io, perché io non sono milanese col pedigree. I miei genitori erano pugliesi arrivati nel 1970 a Milano, finiti in una zona in cui erano circondati però da milanesi, non in uno di quelli in cui pareva di essere ancora in Puglia e si continuava a vivere come a casa propria: per cui ho mantenuto nulla delle radici familiari e non ho acquisito le radici dei milanesi. Negli ultimi anni invece a Milano c’è stata un’immigrazione interna ricca, quella di quelli che venivano a studiare Scienze della Comunicazione o a lavorare in tv, e hanno finito per parlare male della città: tutti a dire che Milano è brutta, che è grigia, che ha un brutto clima, proprio mentre sognano di volare a Londra o a Berlino, città dal clima notoriamente tropicale... Tutto questo ha fatto crescere in me la nostalgia verso la Milano che ho conosciuto da piccolo: il commendatore, la signora milanese che ti guardava con diffidenza ma alla fine ti accoglieva, come certi personaggi di Rocco e suoi fratelli. Quindi ho voluto raccontare la Milano che ho conosciuto quando ero piccolissimo, e che ha smesso di esistere in un momento ben preciso: il 12 dicembre del 1969 con la strage di Piazza Fontana, il primo grande attentato che ha scatenato il terrore, e quindi la chiusura, e quindi il diventare cupa della città.

Oggi invece qual è il tuo rapporto con il cinema? Prima parlavi di come certe cose non fossero mai cambiate veramente, ma in fondo il cinema italiano è cambiato, soprattutto nella capicità di raccontare la nostra realtà.

Non ho grandi rapporti con il cinema italiano. Anche perché oggi se ne fa poco, per motivi economici, mentre un tempo si producevano decine di film al mese. Oggi se ne girano pochi e pochi di quelli arrivano poi nelle sale: sono tantissimi i film che nei cinema non arrivano. Poi ci sono i fenomeni tipo Sorrentino, e sembra che sia successo chissà che cosa, perché è l’unico momento in cui si parla di un film importante, che racconta il presente: una cosa alla quale non siamo più abituati. Abbiamo passato quel periodo tremendo negli anni Novanta e in parte dei Duemila, con quell’orrendo filone minimalista dal quale anche uno come Virzì nasce, mentre oggi si torna ad apprezzare l’epica e l’epopea. Riguardando quei brutti film lì oggi, non ti ci ritrovi, perché quello era il piccolo mondo del regista che si raccontava, e non era il mondo in cui vivevi tu. Anche Fellini si raccontava, ma raccontandosi faceva degli affreschi: si metteva in un angolo e dipingeva un affresco più grande di lui. Oggi i registi italiani non sono più capaci di fare gli affreschi.

E invece, Tommaso Labranca? Oltre all’avventura di questa tua casa editrice, quali sono i tuoi prossimi progetti professionali?

Mi piacerebbe molto lavorare ancora in televisione, ma a quanto pare è impossibile: ovunque vai, anche di fronte ad idee realizzabili con pochi soldi, ti rispondono che non ci sono i fondi. Le radio sono blindate, ci sono solo i grandi network controllati dalle case discografiche in cui non si parla più. Continuerò così, tornando alle origini: io sono nato con le autoproduzioni degli anni Ottanta, e oggi che ci sono i mezzi digitali che ti aiutano è più facile. Porteremo avanti la casa editrice, e non escludo l’idea di lanciare una web-radio. Sto scrivendo anche un altro libro, non per 20090, che però uscirà tra circa un anno: un saggio “alla Labranca”, una rilettura di “Cuore” ambientato nel mondo del lavoro e non della scuola.

"Progetto Elvira - Dissezionando il Vedovo" di Tommaso Labranca, 20090, 218 pagine, 10 euro



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