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Soli e perduti - Incontro con lo scrittore israeliano Eshkol Nevo

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Uno dei maggiori autori della letteratura israeliana contemporanea.

Soli e perduti - Incontro con lo scrittore israeliano Eshkol Nevo

Una delle voci più personale e convincente della letteratura contemporanea israeliana è quella di Eshkol Nevo. I suoi romanzi raccontano un paese giovane e proiettato verso il futuro, in cui il peso del passato serve da stimolo per riconoscere la vicinanza fra le varie anime religiose e culturali. Nevo si smarca dalla generazione d’oro della letteratura di quelle parti, quella di Grossman, Yehoshua e Oz, per raccontare di una giovane coppia piena d’amore, ma divisa dall’ambizione nel disegnare il proprio futuro, come in Nostalgia, o di quattro amici che condividono i sogni per il loro futuro durante varie edizioni dei mondiali di calcio, come ne La simmetria dei desideri.

Con il suo nuovo romanzo, Soli e perduti, edito anche questo da Neri Pozza, si concentra su un piccolo paese immaginario crocevia di immigrazione antica e molto recente, nel cuore d’Israele. Per parlarci di questa nuova avventura appassionante e pregna di una ironia non comune per lui, abbiamo intervistato Nevo.

Al contrario di altri suoi romanzi, qui si parla meno di gioventù e di propensione al futuro e di più della solitudine di una riflessione densa di rimpianti.

La forze dell’anelito e l’istinto, con la passione che diventa forza erotica, sono il tema centrale del romanzo, percepiti da tutti i personaggi, a partire da Daniel, un bambino, fino ai più anziani. È una passione contagiosa, il bagno rituale di cui si parla convoglia delle energie e le trasmette a propria volta. È un istinto indipendente dall’età e non necessariamente riguarda amori del passato.

Come mai ambientarlo in un’Israele senza nomi reali, in cui le città vengono definite attraverso una caratteristica?

Volevo concedermi la libertà di fantasticare inserendo elementi surreali. Non essere fedele a un luogo realmente esistente, ma poter creare i miei mondi in totale libertà. Mi sono comunque ispirato a un luogo realmente esistente, che conosco, nella zona di Safad, nel nord d’Israele. Lì ci sono tutti gli elementi di cui parlo: dal lago senz’acqua alla base militare, il misticismo, gli arabi, le persone riavvicinatesi alla religione.

L’immigrazione russa è realmente un microcosmo che ha solo l’ebraismo in comune con il resto di Israele, così come racconta nel libro?

Ci sono anche altre caratteristiche, ma sicuramente gli immigrati russi hanno una storia di estraneità particolarmente toccante. La cosa stupefacente riguardo a questa ondata di un milione di persone arrivata per lo più negli anni ’90 - all'epoca erano un quinto della popolazione di Israele - è che nessuno mai ha scritto di questa immigrazione. Io sono arrivato casualmente a trattare di questo argomento, rendendomi conto come fosse importante parlare della loro storia. L’immigrazione è accompagnata spesso da grandi incomprensioni che possono a volte essere comiche, come quando nel libro non capiscono neanche cosa sia un mikveh [bagno rituale purificatore della religione ebraica ndr]. Questo sguardo ironico, però, di solito non è presente e il loro distacco può portare a una sofferenza. Il tema dell’immigrazione è molto importante anche per l’Europa in questo momento. L’elemento dell’incomprensione di chi viene da fuori è una costante che è rappresentata nel mio libro anche dal sindaco della città dei giusti, a sua volta malamente accolto quarant’anni prima arrivando nel Paese da bambino immigrante. Nonostante questo, lo ricorda lui stesso, ha avuto lo stesso comportamento che lo ha fatto soffrire nei confronti dei nuovi immigrati russi.

Questa ironia sempre presente nella vicenda è un omaggio alla grande tradizione del racconto yiddish, che attraverso il legame dell’ironia unisce molti personaggi e temi seri?

Assolutamente sì, anche se devo dire di non essermene reso conto fino a dopo aver finito il libro. Evidentemente è un lascito genetico visto che non mi dedico molto alla lettura di quegli autori. Questo tono buffo, ma con una lacrima, crea nel mio romanzo una musica che non ha nulla a che vedere con quanto si legge nella letteratura israeliana di oggi, ma si ricollega appunto alla letteratura yiddish del secolo scorso.

Lei insegna scrittura creativa all’università. In che modo uno scrittore può insegnare dei giovani a diventarlo?

Il primo regalo che faccio ai miei studenti è di permettere loro di far parte di un gruppo, li salvo dall’essere soli e perduti come succede in genere a chi fa i primi passi nella scrittura. La cosa importante è individuare in ogni allievo, anzi in ciascun testo, ciò che vuole essere, in modo da portare sulla carta la voce unica di ciascuno. Migliorare le proprie capacità, non per avvicinarli alla mia voce, ma in modo che ognuno sia diverso da me; è per questo che è un lavoro interessante e lo porto avanti già da quindici anni.

 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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