Ma se quest'anno lo Strega diventasse un premio per giovani?

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Ma se quest'anno lo Strega diventasse un premio per giovani?

Per lo Strega è nell’anno del cambiamento? Se lo domandano in tanti, con la speranza che si premi la qualità dei libri più che il codice a barre. Molti legano questo rinnovamento al nome di Elena Ferrante, che sembra fra le grandi favorite di questa edizione, pur essendo pubblicata da un piccolo editore come e/o.

Fosse possibile anche un’apertura ai giovani? Ce ne sono in lizza? Nel nostro percorso alla scoperta dei candidati allo Strega 2015 facciamo la conoscenza di Iacopo Barison, che giovane lo è a tutti gli effetti, non soltanto secondo i canoni italiani. Nato nel 1988 nella provincia piemontese, ha già pubblicato un romanzo e racconti, ma con Stalin + Bianca, pubblicato da Tunué, sta ottenendo attenzione di pubblico e critica negli ultimi mesi.

Stalin è un ragazzino di periferia, i diciotto anni sono a un passo. Ha enormi baffi e un problema serio di gestione della rabbia che lo porta a dover fuggire una notte fredda d’inverno. Lo fa insieme alla sua Bianca: una ragazza cieca che passa tanto tempo con lui.

I diritti del libro sono stati acquistati dalla Redibis Film di Daniele Segre e Daniele De Cicco e presto dovrebbero esserci novità sulla versione cinematografica di Stalin + Bianca. “Poco importa se il film non sarà troppo fedele al libro - dice Barison - l’importante è che aggiunga qualcosa che il libro non poteva dare; che il passaggio di stato dia qualcosa in più alla storia, ai personaggi."

Abbiamo sentito telefonicamente Barison, che alla sfida dello Strega sembra crederci davvero e chissà che non possa essere la sorpresa almeno dei dodici semifinalisti. “Lo ritengo un onore a prescindere”, ci dice diplomaticamente. Ma sembra voler mettere alla prova questo preteso rinnovamento: “Vedremo se ci sarà questa apertura all’editoria indipendente già nella scelta dei dodici”.

Lo Strega è come Sanremo: tutti lo criticano, ma non possono prescinderne. Forse la soluzione potrebbe essere riformarlo dall’interno, come si diceva una volta?

Sì esatto, è come Sanremo, che alla fine guardano tutti e tutti ne parlano. Lo Strega è rimasto l’unico premio letterario in Italia che regala attenzione verso i candidati e smuove delle copie. Non so come fosse gli altri anni, so che sono passati libri belli e meno belli, come in ogni competizione. Sono curioso di vedere se prima il comitato direttivo e poi i giurati terranno fede all’atto di lasciare più spazio all’editoria indipendente o se, come al solito, ci sarà una cinquina quasi interamente formata dalle grandi case editrici. Però sono fiducioso, mi sembra ci sia una buona aria quest’anno.

Tu sei molto giovane e la categoria degli scrittori è spesso trattata come quella dei musicisti. Suscita reazioni del tipo: bene, fai lo scrittore (o il musicista) ma cosa fai veramente, di lavoro? È difficile concepirlo di questi tempi come tale.

Per me in parte lo è, in parte lo sta diventando. Bisogna capire se ci si riferisce ai guadagni o alle ore dedicate. Hai ragione, la scrittura è vista come il ricamo, quasi un vezzo. Soprattutto negli ultimi anni si è perso il valore della scrittura. È difficile far capire come sia un profondo processo individuale che diventa collettivo quando il libro esce. Ora per me sta diventando un lavoro, però dal punto di vista di ore che dedico alla scrittura lo è sempre stato. Se si mette a confronto il tempo impiegato a scrivere con gli anticipi dati, anche dalle grande case editrici, di fatto uno scrittore è meno pagato di un bambino che fa le scarpe della Nike in Indonesia. È un problema del sistema: uno non scrive per i soldi o per farne un lavoro, se è fortunato poi lo diventa. Io sono felice che in parte lo stia diventando, spero di avere sempre nuove opportunità.

Non è uno dei problemi il fatto che lo scrittore poi deve fare altre cose, magari recensire libri dei suoi amici o della sua casa editrice? Non si facilita la creazione degli amici non solo della domenica, ma anche degli altri giorni della settimana?

Io ho aggirato il problema in parte avendo iniziato a scrivere da molto giovane. Posso considerare quella fatta fino adesso una gavetta che avrei fatto in qualsiasi altro lavoro. È difficile che in Italia, anche nelle altre professioni, si riesca a rendersi autonomo prima dei 25, 26 anni. Chiaro che se inizi a scrivere a 40 anni diventa difficile. Mi ricordo che una volta Gipi mi disse che quando lavorava in fabbrica non riusciva a disegnare niente, arrivando a sera stanco morto. Difficile che l’ispirazione ti colga se hai già mille altre cose da fare. Fare lo scrittore vuol dire stare lì senza fare niente, annoiarti, quando ecco che ti alzi e ti metti a scrivere. Mi rendo conto che non tutti se lo possono permettere; quello che dico ai miei coetanei o a quelli più giovani è di scrivere e leggere moltissimo, anche nel periodo dell’università, perché non si avrà mai più tutto quel tempo a disposizione. È anche un modo per bruciare le tappe rispetto a colleghi che iniziano a scrivere più in là nel tempo.

Passando a Stalin+Bianca, nel libro scrivi “il pessimismo è diventato realismo”. Una frase che è un po’ la cifra del tuo libro: quello che può sembrare un libro di fantascienza di fatto sembra ogni giorno più realistico. È un mondo visionario, disilluso. Come hai combinato questo scenario con situazioni eterne come la crescita , l’amore, la difficoltà a trovare il proprio spazio e la propria identità?

Mentre scrivevo ho puntato molto su questa ambientazione sospesa, non dando riferimenti né cronologici né geografici: è una storia che potrebbe essere ambientata ovunque, in nessun posto, in qualunque anno. Quello che mi ha fatto capire che non ce la passiamo troppo bene è che i lettori e i giornalisti hanno iniziato a parlare di romanzo che racconta la crisi di oggi. Lì ho iniziato a capire che questo esperimento - che mentre scrivevo mi faceva un po’ paura, per il rischio di risultare generici e non chirurgici - è riuscito. Perché ogni lettore riesce a proiettarci quello che vuole. È inquietante che proiettino quello che hanno intorno. Scrivendolo immaginavo un futuro molto immediato, distante cinque o dieci anni.

Se pensiamo alla classica fantascienza, da Asimov a 2001 o Blade Runner, ci rappresentava un futuro in cui almeno la tecnologia ci faceva sognare. Giocavamo a immaginare come si sarebbe evoluta. Ora si presenta un futuro fantascientifico più realistico anche per questo: ci siamo ripiegati su noi stessi senza sognare.

Prima la fantascienza ambientava le proprie storie a trenta, quarant’anni dal momento in cui venivano scritte. Ora solo pochi anni. È quasi come se non riuscissimo a immaginarci un futuro e allora diventa così vicino. Forse la precarietà in cui viviamo si vede anche nel modo in cui immaginiamo gli anni che verranno. Non riusciamo neanche più a proiettarci tanto avanti nel tempo.

Il modo in cui si comunica nel libro, specie fra Stalin e Bianca, è molto interiore, sensoriale, per frasi sbrigative. Come l’hai immaginata questa relazione fra due personaggi così diversi, ma che hanno così tanto bisogno uno dell’altro?

È un romanzo che va avanti per immagini e suggestioni. Non mi andava di appesantire lo stile della scrittura, anzi ho portato avanti un lungo processi di scarnificazione delle frasi, verso un minimalismo quasi esasperato, in modo che non ci fosse nemmeno una parola di troppo. Volevo dire soltanto l’essenziale: il che sembra facile ma è molto più complicato che cercare la ridondanza a tutti i costi. Uno stile che riflette anche lo stile dei personaggi e l’atmosfera che respirano.

I tuoi sono personaggi periferici, non solo in senso esistenziali, ma anche perché provengono dalla provincia. Ha influito il tuo crescere in una realtà non esattamente metropolitana? Fra l’altro le storie di provincia sono fra quelle più interessanti della letteratura italiana degli ultimi anni.

È un processo che viene anche dall’America, quella di raccontare storie di provincia. Penso al filone indie del Sundance, che a me piace tanto ed è stato un riferimento scrivendo. Tutto quello che scriviamo è autobiografico, anche in un romanzo di fantascienza. Nel libro ci sono io, c’è il mio immaginario. Questo non significa che abbia vissuto tutto quello che racconto, ma fa parte dell’acqua in cui nuoto ogni giorno. Le grandi città sono sicuramente viste con gli occhi di chi non è abituato a viverci. Sono tutti incazzati, ansiosi: non cito mai droghe che non siano ansiolitiche. Perché è un mondo confuso che ci dà mille input senza che noi si riesca a capire quali meritano di essere ricordati e quali no. Quindi è un processo ansiogeno quello che ci manda in crisi.

Stalin è ossessionato dal fatto che il talento è tale solo se viene riconosciuto da qualcuno. In questo c’è anche la confusione dei nostri tempi in cui la democratizzazione delle possibilità di espressione artistica richiede ancor di più che ci sia qualcuno che abbia l’autorità di riconoscere il talento tuo rispetto a quello di qualcun altro.

È una cosa che mi accomuna molto a Stalin. Pensiamo a quanto sia difficile oggi stabilire cosa è buona o cosa non lo è. Già prima la letteratura era molto democratica rispetto ad altri mezzi come il cinema. Partiamo tutti ad armi pari, con un foglio bianco. Da un lato è bello che chiunque possa scrivere, dall’altro è un’arma a doppio taglio perché diventa complicato anche solo per il mercato editoriale stabilire cosa merita di essere pubblicato e cosa no. Credo comunque ci sia ancora meritocrazia; difficilmente un bel romanzo rimane nel metaforico cassetto.

Nel tuo romanzo il microcosmo della società è sempre meno la famiglia in senso tradizionale, può essere una comunità o delle persone che scelgono di diventare famiglia. In questo non fai che rappresentare quello che sta accadendo nella società.

Anzi, la famiglia è addirittura qualcosa da cui fuggire, sia per Stalin che per Bianca. Scappano dal loro quartiere e dai loro pochi amici. In generale allargherei il discorso al rapporto che hanno i personaggi giovani col mondo degli adulti. C’è una netta divisione fra quello che c’è stato prima e quello che sono loro, sia come mondo interiore che come modo di vedere il mondo esteriore.

Stalin + Bianca di Iacopo Barison, Tunué, pagine 176, euro 9,90

 


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