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Lo scontro fra comunità: Christopher Bollen ci racconta il suo giallo Orient

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La punta estrema di Long Island fra locali gelosi del territorio e ricchi newyorkesi in arrivo.

Lo scontro fra comunità: Christopher Bollen ci racconta il suo giallo Orient

Uno dei migliori libri mystery di questi ultimi mesi viene da un luogo pieno di fascino e storia, quella lunga penisola che parte appena oltre le luci di Manhattan e arriva dopo 160 km all’Oceano Atlantico. Stiamo parlando di Long Island, terra di case di legno, pontili scricchiolanti e fari che hanno guidato generazioni di pescatori. Dalle ricche spiagge degli Hamptons raccontate da Fitgerald nel Grande Gatsby alla punta di Montauk, luogo d’elezione per Jim Carrey e Kate Winslet in Se mi lasci ti cancello. Meno famosa della punta meridionale, la South Fork, c’è anche la lingua estrema nord, con in fondo un piccolo paese, Orient, che è anche il titolo di questo appassionante romanzo di Christopher Bollen.

Un microcosmo dell’America da 700 abitanti in cui i locali lottano contro la gentrificazione, l’avanzata dei ricchi e dei borghesi che dalla grande città si spingono fino a lì in cerca di pace, di un bel giardino e un affaccio sul mare. Abbiamo incontrato Bollen a Milano, nel corso di Tempo di Libri.
“Mentre scrivevo il libro, con i suoi newyorkesi che si trasferiscono verso nord, fino alla punta estrema di Long Island, avevo la sensazione di dovermi sbrigare, che alcuno ne avrebbe scritto un libro o ambientato un film prima di me. Ma è bello che in Europa la gente conosca Montauk e gli Hamptons, è lì che ho imparato e subito disimparato a surfare, un posto bellissimo.”

L’ambientazione richiama quella del tipico giallo all’inglese, anche se sullo sfondo è in corso lo scontro fra i locali e i ricchi di città che arrivano a gentrificare Orient.

Mi interessava questa cittadina come luogo perfetto per una serie di crimini, mi ha ricordato molto Agatha Christie, un fine settimana in cui sei bloccato a casa dalla neve, o in treno. Con il ponte che collega Orient con il resto di Long Island chiuso per il maltempo mi è subito venuta in mente una comunità improvvisamente intrappolata dal ghiaccio. È una classica storia di persone che vivono in un territorio da generazioni e altre che arrivano, con tanti soldi. La differenza è che nel mio libro i ricchi non lavorano a Wall Street, ma sono artisti bizzarri che fanno milioni creando opere d’arte molto particolari e si ritengono dei bohémien radicali, solo con un sacco di soldi. Il nome stesso, Orient, evoca molti misteri come Assassinio sull’Orient Express, visto il mio sterminato amore per Agatha Christie, o la forma di disorientamento che ti coglie quando lasci la città e ti trovi lungo questa strada costeggiata dall’acqua che sembra andare verso la fine del mondo, che poi è l’Oceano Atlantico.

Tutte le case, spesso ville o veri castelli, in cui vivono queste persone diventano delle fortezze in un contesto generale in cui la solitudine è totale, in cui con l’andare avanti della storia si richiudono.

Penso abbia molto a che fare con l’idea del controllo. È divertente, perché se vivi in una grande città non conosci il tuo vicino, non ti interessa cosa faccia, ognuno vive solo. Mentre in una realtà così piccola in cui tutti sanno i fatti degli altri la privacy diventa un bene prezioso e raro e i segreti diventano merce di scambio come i soldi. Quando vivi in una piccola cittadina c’è questo costante tira e molla che ti porta a volerti legare, ma anche separare totalmente.

C’è poi questo scontro generazionale, con i giovani che vogliono farsi una vita altrove.

Sta scomparendo l’idea di lasciare che i figli proseguano il tuo rapporto stretto con la comunità in cui vivi, il che ha aspetti positivi e negativi, perché è una buona cosa conoscere il tuo vicino e sentire una rete di sicurezza intorno, ma il problema è che si creano focolai d’esclusione per chi è diverso. Sono gli ultimi residui delle vecchie realtà cittadine americane. I newyorkesi comprano i tuoi giardini e pretendono di vivere a contatto con la terra. È stato divertente affrontare le varie generazioni, anche se nel libro non volevo prendere in giro nessuno, ma ironizzare sulla situazione rispettando le persone che vivono lì, come quelle che vogliono una casa sul mare e sono stufi della città. Li capisco entrambi.

Vivendo a Manhattan immagino si sia particolarmente divertito a ritrarre questi artisti contemporanei.

Sì, e un po’ se lo meritano. Amo gli artisti, credo in loro, ma è ridicolo che vogliano passare per radicali rivoluzionari quando sono riempiti di soldi da ricchi collezionisti; non sono possibili entrambe le cose, mentre per un certo tempo gli artisti c’hanno sperato. Esprimere disperazione e distruzione, ma pagato un milione di dollari: non può durare per sempre. È stato divertente raccontare questi artisti, specialmente portarli fuori da New York e vedere come si comportano nelle loro camere da letto, in cucina, a bordo piscina, rispetto a quei bizzarri cubicoli bianchi che sono le gallerie d’arte.

Quella che racconta sembra un’America trumpiana, si autogestiscono, il governo sembra molto lontano.

Assolutamente. L’ho scritto durante l’amministrazione Obama, un periodo pacifico, ma tutte le paure, le paranoie e i pregiudizi sono sempre stati presenti in America, appena sotto la superficie. Non voglio dire che fanno parte di una caratteristica nazionale, perché vorrebbe dire che non cambierà mai, mentre penso che con l’educazione e la compassione qualcosa si possa fare; ma certo sono pesantemente connaturate al sistema, e Trump le ha portate alla luce, è un periodo davvero brutto e ostile per l’America. Sono demoni che dobbiamo però affrontare invece che nascondere: c’è un’ampia percentuale di americani che sono ostili nei confronti degli altri e del progresso liberale. Il libro mostra una realtà piena di paura delle differenze, del cambiamento.

Mi sembra abbia messo particolare cura e divertimento nel tratteggiare i personaggi di contorno.

È sempre più divertente scrivere i personaggi minori, perché non devono sostenere la struttura del romanzo. Il mio preferito è Luz, artista che arriva col marito in città, perché onesta in maniera brutale, addirittura crudele. È molto divertente tratteggiare un personaggio che non ha freni inibitori, dice quello che pensa sempre e comunque. Poi penso sia un gran personaggio, pieno di difetti come tutti noi. In ogni caso cerco sempre di rendere i caratteristi persone complesse e non solo figure sfocate sullo sfondo.

Non è un giallo tradizionale nella struttura, ma c’è una parte di indagine, che importanza aveva per lei la parte mystery, la scoperta del colpevole?

Amo il genere e Agatha Christie è stata la mia porta d’ingresso alla lettura, quando avevo 11 anni ero ossessionato dai gialli, poi naturalmente le cose sono cambiate. Non volevo un detective in arrivo da fuori, ma qualcuno che facesse parte della comunità con molto da perdere che la sua credibilità come detective. Amo giocare con il genere.

Orient di Christopher Bollen, traduzione di Daniela Guglielmino, Bollati Boringhieri, pagine 688, euro 20



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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