La scrittura, il giornalismo, la crisi dell'Occidente e la gallina: intervista 'long form' a Daniele "Quit the Doner" Rielli

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La scrittura, il giornalismo, la crisi dell'Occidente e la gallina: intervista 'long form' a Daniele "Quit the Doner" Rielli

Arrivo alla libreria Giufà, nel cuore del quartiere San Lorenzo, con un po' di anticipo rispetto all'orario dell'appuntamento con Quit the Doner, che ora sappiamo chiamarsi Daniele Rielli. Nel giro di pochi anni, quello di Quit è diventato un marchio popolare e riconosciuto nel mondo del giornalismo italiano, grazie ai suoi lunghi e partecipi articoli-reportage che hanno raccontato dall'interno e dall'esterno i fenomeni più interessanti (o magari oscuri) della società nostrana di oggi: da Grillo al retroscenismo parlamentare, passando per raduni alpini, mercati ortofrutticoli milanesi, il Fuori Salone, le fiere di fumetti e le epidemie che minacciano gli uliveti pugliesi.
E ora, col suo vero nome, Quit ha anche pubblicato un romanzo, dal perentorio e paradossale titolo: "Lascia stare la gallina".

Lui ha otto anni meno di me, e questa cosa mi fa venire una strana ansia, che decido di anestetizzare ordinando una birra media al bar interno alla libreria.
Giunto a metà pinta, mi rendo conto che dovrei guardarmi intorno per individuare il mio intervistando, quindi mi alzo, e vengo scorto dall'ufficio stampa che segue Quit nell'intervista e nella successiva presentazione del suo libro.
Diverso da come me lo immaginavo, Daniele è quasi più schivo e imbarazzato di me quando ci presentiamo; ma, quando passiamo alle cose serie, molla gli ormeggi e parla di tutto e di più con leggerezza e attenzione allo stesso tempo. A me è bastato dare il la, poi ha fatto tutto lui.
Il risultato è un'intervista che non poteva non essere che long form:

Partiamo dall'attività che ti ha reso conosciuto, del giornalismo narrativo, e dallo slittamento alla narrativa pura: come è arrivato questo passaggio?

Ho da sempre voluto scrivere narrativa, e infatti questo libro nasce tre anni fa. Essendo però ambizioso sia nella massa – è un bel mattoncino –, che nello svolgimento corale, arriva  in libreria solo oggi. Per me la questione della scrittura va intesa in senso ampio: con più tipi di scrittura mi posso confrontare e meglio è: mi diverto molto a sperimentare forme d'espressione il più ampie possibile. Certo , per me il romanzo è la forma d'elezione, e quindi era naturale che il mio percorso mi portasse qui: ma questo non vuol dire comunque che smetterò di scrivere reportage narrativi. Quella forma di giornalismo mi piace molto, perché mi permette di mantenere il contatto con la realtà; non che nella mia vita sia mai mancato, ma quando cominci a scrivere professionalmente ti rendi conto che inevitabilmente affronti una dimensione di ritiro – in te quando scrivi e in un circolo di gente che fa questo mestiere per il semplice fatto che volete o nolente ci hai a che fare – e, per evitare la classica deriva dello scrittore italiano che tende all'ombelicale, è molto importante mantenere invece il rapporto con la realtà. I reportage mi servono per questo, e mi sono serviti anche mentre lavoravo a  “Lascia stare la gallina”. Detto questo per me le due cose rimangono complementari, anche se il romanzo per è superiore, almeno nelle intenzioni. In un romanzo si possono fare più cose,  e c'è un grado di profondità più elevato; e, soprattutto, il punto fondamentale è che con il reportage hai il vincolo della realtà, che non puoi superare per questioni di legge e per il rispetto che devi ale persone con cui hai avuto a che fare. Tutto quel mondo di ricerca, nel romanzo, invece è alle spalle, un po' fatto di esperienze di vita mie personali e di tante cose che avevo visto, un po' di un lavoro ulteriore di stampo giornalistico, ma quando ho cominciato a scrivere non ho messo nulla di strettamente vero: tutto è costruito per essere il più plausibile possibile, ma non è giornalismo. È narrativa, finzione. E questo, paradossalmente, ti permette di andare più a fondo. Molto più a fondo

Infatti la tua descrizione del mondo, per quanto orientata secondo i canoni del genere e le esigenze del racconto, è estremamente verosimile. Mi dici però qualcosa di più su come i due percorsi di scrittura si sono intrecciati e di come magari si sono arricchiti a vicenda?

Scrivendo si migliora. Ogni riga che scrivi ti porta ad evolverti un po’, o almeno questo è quello che dovrebbe accadere. Per quanto mi riguarda, non scriverei mai oggi alcune delle cose che ho scritto anni fa, vedo le cose che faccio come un percorso. Nei reportage ci sono delle strategie narrative, fermi restando i vincoli di cui ti parlavo prima, che ho testato.  Le tecniche però diventano efficaci solo quando le dimentichi e diventano un imprinting che utilizzi senza neanche pensarci sopra. Oddio, in realtà ci pensi molto, sopra, ma non nel senso di pensare alla tecnica da utilizzare: rifletti rispetto al personaggio e a quello che stai raccontando e in automatico – come dei colpi di karate – ti vengono in mente delle strategie da usare, quando queste scelte arrivano come sensazioni cristalline allora vuol dire che sei arrivato al punto in cui padroneggi la tecnica. A quel punto puoi incominciare a riflettere sul progetto nella sua completezza, e con questo voglio dire che “tutto si tiene”. Nell'esergo del libro c'è una citazione, di Omar di The Wire, una storia quella in tutto è connesso non perché così è stato deciso, ma perché in un ambiente delimitato ad ogni azione corrisponde una reazione, Ed era proprio questa la sfida più grande costruendo il mondo articolato a cui ho lavorato per LSG, l’idea che il livello documentario, quello di finzione e quello linguistico-che per me è stato molto importante- convergessero in un’unità che risultasse naturale ma al tempo stesso coinvolgente e in grado di offrire un ampio spettro di emozioni, dal dolore alla risata. .

Rimaniamo ancora sul piano della scrittura. Dal quel che ho letto, da quel che mi dici, da quel che ho desunto dai tuoi pezzi, tu sei molto aperto a influssi che vengono da forme diverse da quelle della scrittura pura...

Bisognerebbe chiedersi che cos'è la scrittura pura...

Esatto! Tu poi lavori molto sulla rete, però hai sempre scelto, sia per il tuo lavoro giornalistico che per questo libro, una forma molto lunga, apparentemente contraria a quella che viene considerata la necessità di sintesi dei tempi digitali. Come mai?

Soprattutto perché in realtà per me non è così, o non è così in maniera universale. Prima di scrivere il pezzo su Grillo che mi diede la prima visibilità, ebbi un discorso con un giornale online abbastanza importante con quale collaboravo perché loro sostenevano che su internet non potevano esistere articoli di più di 4000 battute, e io che fosse sbagliato. Dato che c'erano anche altri problemi pregressi, con loro, me ne andai, e la settimana dopo pubblicai sul mio blog questo pezzo su Grillo di 28mila battute che a quanto ne so, ma potrei sbagliare, è ancora il pezzo in italiano più socializzato di internet, un pezzo che fa ancora del traffico: fu la dimostrazione che c'era spazio per fare questo genere di cose. Questo riguarda l'anedottica, ma per quanto riguarda la teoria, io credo che oggi la news base è talmente onnipresente, riprodotta in mille formati sempre uguali differenti fra loro solo per un avverbio, magari...

Il giornalismo delle agenzie...

Sì, e quello dei giornali che non pagano la gente. Questa cosa qui, però, nel mercato del giornalismo del presente e ancora di più del futuro, non ha più valore. Non ha più valore perché non la monetizzi, perché non c'è un lavoro dietro e perché – cosa ancora più evidente – in un tempo che probabilmente sarà inferiore ai dieci anni sarà una cosa che faranno gli algoritmi, non più gli uomini. Quindi, se tu oggi vuoi scrivere per mestiere, in varie forme, devi pensare a modi alternativi di fare quello che conta,  devi provare a immaginarti cosa verrà e concentrarti sulla qualità del contenuto . Il giornalismo come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, non ha futuro, e quindi deve ripensarsi. Quella dei long form è una delle forme nelle quali farlo: non l'unica, altrimenti sai che due palle, ma ci sarà anche quella.  Per quanto invece riguarda il libro è lungo è vero, ma ci sono state molte persone che mi hanno scritto per dirmi che l’hanno letto in un paio di giorni, non riuscivano a staccarsene. Il punto comunque non è di quante righe sia composto il tuo lavoro ma quante di queste siano di troppo. Mantieni il ritmo alto, non lasciarti prendere la mano e rispetta le esigenze della storia che stai raccontando che queste corrispondano a 20, 200 o 1000 pagine

Però è interessante che la scrittura, per sopravvivere, torna alla scrittura.

Ma, sai... ti faccio un esempio: uno dei tabù del nostro giornalismo, delle nostre scuole di giornalismo –  che io, fortunatamente, non ho mai frequentato – è l'utilizzo della prima persona. La prima persona non si usa mai, è vietatissima. Qualcuno della vecchia scuola la usa, qualche firma di peso tipo Gianni Mura; ma tu, povero plebeo che hai meno di 70 anni, non dovresti mai permetterti di usare la prima persona. È principalmente un'esigenza gerarchica delle grandi strutture, di questi giornali enormi, fabbriche della notizia che vengono da tempi lontanissimi. Non capiscono che quello che è in ballo non è l'ego dell'autore –anche se il rischio di tracimazione esiste– quanto la capacità di scatenare l'empatia con il lettore: si tratta di tecniche narrative, del raccontare una storia. È una questione di impostazione: il vecchio giornalista dice: chi cazzo è questo per usare la prima persona? Il narratore al contrario si domanda “come faccio a raccontare una storia che sia bella da leggere?”.
È il paradosso di una rivoluzione copernicana che però è vecchia come il mondo, perché all’inizio dell’uomo c’erano i racconti attorno al fuoco, non i retroscena parlamentari.
La grande tradizione del giornalismo italiano è quella farsi araldo dei rapporti di potere, in maniera schierata o in maniera più o meno indipendente: quello che conta per la nostra tradizione è il potere, inteso poi come piccole manovre e sistema di rapporti. Internet ci dice che le cose non stanno più così , che quello che ci interessa sono soprattutto le storie: vogliamo parlare del famoso “paese reale”, fra mille virgolette; vogliamo parlare di quello che succede, e quel che succede attorno al potere è solo una parte che non esaurisce il tutto. L'ossessione dei giornalisti italiani per il potere credo sia dovuta in parte al fatto che in realtà sono politici mancati: a me questa cosa qui non ha mai interessato, il retroscena mi annoia, non ho mai voluto fare il consigliere comunale, nemmeno per interposto articolo. Capisco che interessi i politici, che al mattino si alzano e devono leggere la rassegna stampa, perché è il loro mestiere; ma a me che sono un lettore e uno scrittore, non me ne frega un cazzo dei loro segnali di fumo. Io voglio raccontare il mondo che mi circonda. Abbiamo il grande vantaggio di vivere in uno dei paesi al mondo con più storie. Il nostro è un paese molto frastagliato, dove ti sposti da una città all'altra e cambiano le tradizioni, ci sono lingue diverse, storie diverse, specializzazioni industriali pazzesche che non esistono altrove, una varietà di territorio incredibile: l'Italia è il paese delle storie, ma noi non le raccontiamo. E questo è un patrimonio dilapidato. Pensa al long form che ha fatto il Guardian su Iara Gambirasio: perché non lo abbiamo fatto noi? Ho capito che i giornali italiani han fatto il day by day su quella vicenda, ma perché a questo stadio molto avanzato dei fatti non è stato scritto un long form che riassumesse un anno di vicende? Magari da chi se n’era già occupato?

Torniamo alla tua storia e alla storia della Gallina. A me ha colpito per una serie di motivi: per la verosimiglianza di cui abbiamo parlato, per la tua voglia di raccontare personaggi “negativi”, o comunque lontani dai tradizionali stereotipi di personaggi positivi, e per la capacità di raccontarli incatenati ai gangli della realtà rendendoli però al tempo stesso figure archetipiche, simili a quelli delle tragedie greche, portatori di istanze più antiche di quelle delle contemporaneità...

Non avrei osato chiedere tanto (ride). Mi fa molto piacere, perché questo era nelle intenzioni ma non era detto che poi arrivasse al lettore. Io cerco sempre di lavorare su delle cose che rimangano: far uscire una cosa che domani non vale più niente mi fa star male, perché sento di aver perso del tempo. Per ottenere questo scopo devi lavorare appunto sugli archetipi, in Lsg ci sono rapporti familiari e sentimentali molto intensi e con dei tratti universali . Il punto fondamentale però è che in questo romanzo tutti, in una maniera o nell'altra, cercano di sopravvivere, con ogni loro forza e in modi diversi. È la lotta per l'esistenza, una cosa che ci accompagna dalla notte dei tempi. Rispetto all'archetipo, la cosa interessante – sto per usare parole grandi che non andrebbero mai usate, e sei libero di picchiarmi – è che siamo in un momento di crisi della società occidentale, e di quella italiana in particolare, nel quale le grandi narrazioni prima politiche e poi morali che ci hanno accompagnato fino a questo momento e contraddistinto come Occidente si mostrano fallaci. Si dimostrano tali per tanti motivi e questo diventa chiaro come non mai davanti a Internet e alla comunicazione super veloce: oggi puntiamo talmente tante luci sulla realtà che essa si mostra nuovamente per quello che è, ovvero lotta per la sopravvivenza, né bene, né male, ma il solito vecchio guazzabuglio umano in cui le grandi e nobili idee di cui ci cibavamo si dimostrano per quello che sono: illusioni che ci servono per andare avanri. Una delle poche realtà concrete da quando esiste l'uomo, anzi la vita sulla terra invece è la lotta per la sopravvivenza. I  personaggi di questo libro arrivano alla fine di un percorso, che non finirà domani ma che comunque finirà: la civiltà europea è in grossa crisi, e francamente non vedo come possa salvarsi dall'ascesa dei suoi competitor internazionali. E quindi ci sono persone che riscoprono la lotta nella sua durezza: passiamo dalla dinamica del posto fisso e della famiglia al mero scontro per la sopravvivenza. Passiamo dal credere in ordini superiori, destini escatologici e allo slow food, alla triste costatazione che qua o impariamo a nuotare o affoghiamo nell’indifferenza. Questa cosa nel libro non è teorizzata semplicemente perché succede nei fatti: nessuno ne parla perché è già la realtà delle cose. È così che funzionano le umane faccende o giochi o prima o poi vieni giocato. Un altro riverbero di questo mutamento lo trovi nella scalata sociale di Petrachi, che ha una particolarità. lui tenta di entrare in questa piccola elite di provincia come ce ne sono mille in Italia – io racconto il Salento perché lo conosco, ma questa storia, cambiati gli aspetti culturali e tradizionali, poteva essere ambientata ovunque nel nostro paese – ma di questo inasprimento della lotta non si rende pienamente conto del tutto. I personaggi dell’élite del libro stanno vendendo tutto quello che possono agli stranieri, perché loro sono più efficienti e arrivano più competitivi alla sfida globale. Fuori c'è questo mondo sempre più tecnico nel quale l'efficienza è il primo criterio, e noi al contrario siamo una società che si basa invece su altri valori: il famoso familismo amorale, quando vogliamo essere negativi, o, se vogliamo essere positivi,  il valore dell'uomo, la sacralità della vita e l'uguaglianza, valori ereditati dalla cultura cristiana, che anche da ateo riconosco essere la fonte primaria di queste idee. Questo nostro bagaglio ci differenzia dall'incedere incessante della macchina della produzione che ormai avvolge il grosso del pianeta, e noi ci ritroviamo in un mondo globalizzato essendo fra i pochi che offrono resistenza (ovviamente inconscia) a questo modello, sia fra quelli che hanno dei ritmi non ancora così meccanici e inarrestabili. Al tempo stesso però siamo obbligati a  competere con gli altri. Come facciamo? Ci sono tutta una serie di inefficienze che all’improvviso non ci possiamo più permettere: il familismo amorale è una di queste. Questo libro è paradossalmente ambientato in una realtà molto specifica, locale e tipica, e il mondo di fuori è solo un convitato di pietra che filtra qua e là, dalle parole e dalle situazioni, ma se ci rifletti in realtà è la causa primaria di quei cambiamenti  che fanno sì che la lotta  per la sopravvivenza torni in tutta la sua urgenza. Questo attore fuori scena è la causa principale cioè, di uno degli aspetti centrali del romanzo e diventa sempre più evidente mano a mano che il libro va avanti .

È per questo che tu ai tuoi personaggi, si capisce, vuoi un sacco di bene?

Sì, io gli voglio molto bene, perché comunque si sbattono un sacco (ride) e poi abbiamo passato un sacco di tempo assieme, senza considerare che se non provassi empatia per loro vuol dire che non li avrei capiti fino in fondo come esseri umani.  Petrachi è una persona orribile, io non lo assolvo. Però  nella vita non incontrerai mai nessuno che ti dice: “Guarda, io faccio delle cose orribili perché sono una merda”; ti diranno tutti “lo faccio perché bla, bla, bla.” Ognuno ha la sua visione, ha la sua narrazione, la sua coerenza dell'io, e mentre nella vita è giusto e salutare anche mandare a fanculo qualcuno, il mestiere dello scrittore è capire cosa c’è dietro sfanculatore e sfanculato. Nello specifico Petrachi è un antieroe: l'antieroe non l'ho mica inventato io, è una grande figura idealtipica della letteratura, ultimamente tornata in auge grazie alle serie tv americane. Gli antieroi mi sono sempre stati simpatici perché ti dicono: “Ehi guarda che c’è anche un'altra versione di tutta la faccenda”. Non sia mai che un giorno tu sia costretto dalla vita a rendertene conto, il lato positivo è che se avrai letto questo libro se non altro arriverai preparato (ride).

Il fatto che i protagonisti principali siano tutti personaggi al maschile, e con uno sguardo così cinico nei confronti del femminile?

Beh, non sono tutti così: c'è Daria, c'è Silvia... Il motivo principale, comunque, è che quel tipo di realtà è una realtà al maschile; non dico maschilista perché sarebbe una posizione morale. Maschile perché dominata da maschi: non sarebbe stato realistico altrimenti. È come lo studio della lingua, come l'uso del dialetto, che era inevitabile volendo ottenere un risultato realistico. Allo stesso modo la predominanza maschile corrisponde a quella società che stavo raccontando.

Il tuo libro è anche molto divertente, con un umorismo particolare che utilizza molto il sarcasmo, una delle forme anche più utilizzate, e abusate, in rete. C'è una corrispondenza? Il sarcasmo è una forma di reazione a quella crisi di cui parlavamo prima?

Il sarcasmo è un tema molto delicato. A mio umile parere bisogna usarlo in maniera da non far scadere questo meccanismo in mera negazione. Io utilizzo ironia e sarcasmo, ma sempre in una chiave che si riferisca alla vita, in un senso per certi versi esistenzialista. L'ironia automatica invece è semplicemente rifiutare qualsiasi tipo di confronto, è il ragazzino di 16 anni che dice “questa cosa è una merda” perché non ha le palle per provare a farla lui; bisogna fare attenzione a questo meccanismo e lo si evita raccontando le ansie e i timori che stanno dietro al sarcasmo, contestualizzandolo. Bisogna però, visto che non siamo perfetti e di solito peggioriamo molto quando proviamo ad esserlo, evitare la deriva contraria secondo la quale tutto è meritevole di indulgenza e carezzette. Comunque più che di sarcasmo parlerei di una comicità paradossale: nonostante i panorami globali che stanno cambiando, quello che rimane sempre uguale è che la vita di per se è una tragedia; anche se, come diceva Woody Allen, i singoli momenti possono essere divertenti. Quindi la comicità che piace a me non è quella tipicamente italiana, della tradizione del comico-imitatore, quello che prende la pallonata nei coglioni, della comicità fisica: magari fa anche sorridere se fatta bene, ma non mi appassiona davvero. Preferisco la comicità che ha a che fare con il problema dell'esistenza, ed è paradossale più che sarcastica. Una delle mie battute preferite in assoluto è quella di Steven Wright che dice “Le ballerine stanno tutto il tempo sulle punte, non capisco perché non le prendano più alte”. In questa battuta c’è un modo di vedere le cose che mi è molto affine, lo spiazzamento perpetuo rispetto alle cose accadono, al loro ordine così assurdo e così normale. Mia nipote mi ha detto “zio tu prendi sul serio le cose che non sono importanti e te ne freghi di quelle importanti”. Mi ha fatto talmente piacere che per un momento ho smesso di picchiarla  col martello. Certo, anche in  questo tipo di comicità ci può essere una vena di sarcasmo, e più in generale può diventare una forma autodifesa: ma d'altro canto di questa autodifesa hai bisogno, perché a quanto pare nel 100% dei casi la vita finisce male.

Domanda tecnica: per te la scrittura è mestiere, disciplina, o è creatività un po' anarchica che segue l'ispirazione?

Se ci lavori deve essere necessariamente mestiere. Magari non “dalle, alle”, ma almeno cinque pagine al giorno dovresti scriverle. Ci vuole metodo. Alcune cose magari sono più facili di altre: per esempio i personaggi di Petrachi e Rocco mi divertivano molto, e andavano via facili. Il personaggio invece più problematico era  invece Adamo, amico d'infanzia di Petrachi...

Pensa che io l'ho trovato molto interessante, nella sua ambivalenza...

Costruire quell'ambivalenza è stata probabilmente la cosa più difficile del libro, perché lui comunque viene da esperienze comuni con Petrachi, e sono molto simili, ma dovevano anche essere diversi. E farli diversi, anche nel linguaggio, non è stato facile. Ci sono capitoli di Adamo che ho riscritti da zero molte volte, mentre altri li revisionavo all’infinito ma non li ho mai davvero riscritti del tutto.
Comunque, ci vuole disciplina: l'ispirazione è una chimera. Capitano anche dei  momenti in cui ti rendi conto che non sei in grado di scrivere, ed è inutile che stai lì ad incaponirti. Però in una giornata dovrebbe arrivare il momento in cui sei in grado di farlo. Per me il momento ideale per scrivere è la notte, anche se invecchiando faccio sempre più fatica a farlo..

Mi dici cosa ci riserva il tuo futuro?

Uscirà un nuovo lavoro su Internazionale, un reportage lunghissimo che ho fatto sul poker iniziato nel giugno dello scorso anno. È il lavoro giornalistico più lungo che abbia mai fatto, sia come tempo che come numero di battute, può darsi che ho esagerato, può darsi che mi sono inventato qualcosa di nuovo, sono sempre possibilista quando si parla di possibili tragedie. E per quanto riguarda la narrativa, le idee non mancano, è il tempo che è un problema: ora devo lavorare un po’ per i giornali. Oppure se volete leggere in fretta un altro mio romanzo la cosa migliore che potete fare è regalare la gallina a tutti i vostri amici, parenti, vicini di casa e avicoltori di fiducia.



Lascia stare la gallina, di Daniele Rielli, Bompiani, 626 pagine, 20 euro.
 


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