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La montagna delle vette trascurate: Paolo Cognetti ci racconta Le otto montagne

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Verso lo Strega abbiamo incontrato a Trento il candidato di Einaudi.

La montagna delle vette trascurate: Paolo Cognetti ci racconta Le otto montagne

La montagna è il suo luogo dell’immaginario, di lunghe passeggiate in solitaria che hanno ispirato, insieme alle ben diverse street newyorkesi, la sua produzione di narratore. Stiamo parlando di Paolo Cognetti, già consacrato con il suo lavoro precedente, Sofia si veste sempre di nero, e ora candidato allo Strega per il suo esordio con un grande editore: Le otto montagne, edito da Einaudi e già venduto in trenta paesi.

La storia di un padre taciturno e amante della montagna, costretto a vivere in città con la moglie e il figlio Pietro. Quest’ultimo adora l’estate e le sue fughe per i boschi insieme all’amico montanaro Bruno.

Abbiamo incontrato Paolo Cognetti durante il Trento Film Festival.

Un passaggio dal racconto al romanzo e da protagonisti femminili a maschili. Un nuovo inizio per te?

È stato un percorso evolutivo, non del tutto programmato, come il passaggio alla montagna che ha seguito quello che mi è successo nella vita; ci sono andato a vivere e dopo un po’ è arrivata l’esigenza di raccontarla. Il passaggio a un protagonista maschile era qualcosa che aspettavo da tempo di fare. Sentivo difficile raccontare il rapporto con un padre e fra due uomini, rimandavo aspettando di essere pronto, anche grazie alla scoperta della montagna, perché finalmente avevo il luogo giusto per raccontare la storia che avevo la sensazione di avere in mente da sempre. Il passaggio al romanzo è stato naturalmente dettato dalla storia, è la prima volta che mi è venuta in mente tutta insieme, prima scrivevo in maniera più esplorativa. Avevo anche chiaro in testa che non sarebbe stato un racconto perché era troppo estesa.

È una storia di formazione abbastanza classica, un percorso fatto di poche parole, quello fra padre e figlio e i due amici che crescono insieme. È un modo di comunicare che ti appartiene, quello che va oltre le parole?

È sicuramente un’idea di maschile. Sofia si veste sempre di nero era pieno di dialoghi, di cose che i personaggi si dicono e reggono i loro rapporti, qui è come se non avessero molta importanza, a partire dall’inizio in cui il padre non insegna al figlio Pietro parlandogli, ma portandolo in montagna. Anche l’amicizia fra i due protagonisti non è verbale, ma si sviluppa costruendo una casa. È un’idea non razionale che sento e vivo con i miei amici, e mi affascina, di un modo maschile di vivere le relazioni. Per alcuni aspetti sono molto critico verso la virilità, ma non in questo. Il fatto che gli uomini stringano i loro legami andando in guerra insieme o in montagna mi piace tanto. Forse è legato alla lezione di Hemingway e di Rigoni Stern.

C’è molta fisicità, si usano le mani, si costruiscono delle cose concrete, con i luoghi che sono altrettanto importanti, con la montagna che in base all’altezza diventa l’habitat ideale dei vari membri della famiglia.

Il luogo della madre è la montagna delle relazioni, quella in cui ci sono ancora i paesi, i boschi, altre vite intorno. Invece il luogo del padre è quello in cui non c’è niente, lui ha problemi con la società, a stringere i rapporti e nella solitudine trova la sua pace. Il figlio Pietro è molto combattuto fra queste due quote e si ritrova in mezzo, nella quota in cui finisce il bosco, prima dell’alta montagna, una via di mezzo; la storia di un personaggio che sta cercando di capire quale sia la sua strada. È affascinato dall’indole della madre, vorrebbe essere come lei, però si sente terribilmente simile al padre.

La montagna sembra tutta uguale, poi quando le scopriamo ci rendiamo conto delle differenze, come le Alpi orientali che arrivano ai 3000 metri rispetto a quelle Occidentali che arrivano ai 4000, o all’Himalaya degli 8000 metri.

All’inizio sembrano uguali, poi scopri che non è così, specie le Alpi Orientali e Occidentali hanno storicamente caratteristiche diverse, due scuole di alpinismo, di letteratura, rapporti diversi con la montagna. A me che sono cresciuto su quelle Occidentali mi affascinavano i racconti su quelle Orientali: sono più belle, più dolci e adatte all’alpinismo, meno boscose e agricole. La scoperta dell’Himalaya è stata per me la sensazione di un viaggio nel tempo, di riuscire miracolosamente a vedere cosa potevano essere le Alpi fino a cinquant’anni fa. Bruno è un montanaro delle Alpi Occidentali, così legato al suo bestiame, alla montagna come luogo dell’alpeggio. Pensavo fossero tutte così, poi mi ha molto sorpreso scoprire che esistevano montagne senza alpeggio e mucche.

C’è una dicotomia molto classica, fra città e montagna, fra il mondo parallelo estivo, che da ragazzi vuol dire vacanze, amici diversi e dall’altra il ritorno alla quotidianità invernale in cui anche il rapporto con i genitori è completamente diverso.

Il rapporto di Pietro con la città è molto più difficoltoso di quello che ho io, che riesco anche ad apprezzare la metà della mia vita che si svolge in città, invece lui la vive come una prigionia, una sofferenza continua. In questo dualismo c’è l’animo del romanzo: raccontare due amici diversi, quella coppia in cui due non si assomigliano, ma si completano essendo opposti. Come città e montagna sono gli opposti della mia vita, in Pietro e Bruno ci sono le mie due metà, le mie due stagioni dell’anno. Sento che l’inverno non è la stagione giusta per stare in montagna, tutto mi spinge più a scendere, a cercare la casa e il contatto con gli altri.

Anche a te affascinano di più quelle che definisci le “vette trascurate”, come ai due protagonisti?

Sì, anche perché sto in una montagna in cui le vette famose sono molto frequentate. Il Monte Rosa d’estate è un’autostrada di alpinisti, soprattutto stranieri. Per andare una mattina d’agosto sulla vetta più frequentata, la Capanna Margherita, bisogna restare in fila insieme a centinaia di persone. A pochi chilometri di distanza ci sono vette di 3000 metri in cui durante l’estate non va nessuno; per me è molto chiaro che la montagna vera è quella lì, non per snobismo, ma perché dell’esperienza in quota fanno parte anche la solitudine, l’isolamento, il trovare un sentiero che sta scomparendo o ritrovarsi da soli in cima, incontrare una sola persona in quella giornata e a quel punto quell’incontro diventa qualcosa di speciale.

È chiaro nel tuo romanzo come la montagna ripropone sempre schemi eterni.

Io non l’ho vista cambiata tanto. Ho iniziato a conoscerla nei primi anni ‘80, sono passati più di trent’anni e non vedo cambiata l’esistenza di una montagna minore in cui qualcosa faticosamente sopravvive, in cui il senso d’abbandono è perenne, ma qualcuno c’è ancora. È una storia che rimane lì, ferma nel tempo.

La stratificazione della montagna nasconde la memoria, la storia di chi l’ha popolata. Una sintesi che fai attraverso l’immagine di Pietro che ripercorre le scalate fatte in solitaria dal padre e in questo modo impara a conoscerlo. Due solitudini che viaggiano per anni in parallelo e poi si incrociano in cima a una vetta.

Quando ero ragazzino andavo per sentieri e mi sembrava che un sasso o un albero tagliato fossero stati appena messi. Rendermi conto dopo trent’anni che ci tornavo che quel sasso è sempre lì e che lo sarà anche dopo che non ci sarò più, è stata una scoperta sconvolgente. Probabilmente perché ero abituato alle città molto veloci, come Milano e ancor di più New York, che per natura cancellano i segni del nostro passaggio; restano i monumenti, ma non le nostre impronte. La montagna conserva i segni del passaggio dell’uomo in maniera tanto sorprendente quanto meravigliosa, se questi segni fanno parte della tua storia.

Parlando di storia, della tua vita fanno parte New York, ovvero la frenesia che è la negazione stessa del concetto di memoria e dall’altra l’Himalaya che è l’essenza del ricordo. Immagino tu rivendichi entrambi questi estremi?

Mi piacciono, perché anche in questa ostinazione di New York a rinnovarsi continuamente, a non essere mai vecchia, c’è qualcosa di romantico e molto bello. Per la montagna forse è il contrario, è sempre stata vecchia senza mai essere giovane e queste due anime ci appartengono.

A proposito di avventura, come ti approcci allo Strega, con serenità o ansia?

Ansia cerco di non averla, anche perché non penso di poter fare molto: il libro l’ho scritto, sto con un grande editore e andrà per la sua strada, non posso che essere contento che un editore grosso come Einaudi abbia deciso di mandare me, con tutti gli scrittori più anziani e riconosciuti che potevano scegliere.

Secondo te com’è cambiato l’alpinismo negli ultimi anni, in senso tecnico e nel suo rapporto con la natura?

Devo dire la verità, sento sempre meno significativo l’alpinismo, sempre più ridotto a pura performance sportiva, molto poco interessante, come la letteratura o il cinema d’alpinismo. Mi interessa molto di più l’antropologia della montagna, specie in un festival come questo di Trento, che presenta le due grandi direzioni: il cinema d’alpinismo e quello d’antropologia, con quest’ultimo che ha tutt’altro spessore. Messner da sempre propone una divisione fra la montagna degli alpinisti e quella dei montanari; a me interessa questa seconda.

Le otto montagne di Paolo Cognetti, Einaudi, pagine 199, euro 18,50

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