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La casa delle voci: Donato Carrisi, maestro di paura, ci parla del suo nuovo thriller

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Lo scrittore e regista è stato uno degli ospiti illustri del Noir in Festival 2019.

La casa delle voci: Donato Carrisi, maestro di paura, ci parla del suo nuovo thriller

Un'edizione del Noir in Festival con Gianrico Carofiglio, Giancarlo De Cataldo, Håkan Nesser, Maurizio De Giovanni e Donato Carrisi è da custodire, nei mesi venturi, come un ricordo prezioso, perché ognuno di questi illustri signori (a cui  dal 6 all'11 dicembre se ne sono aggiunti diversi altri) non ha solamente un romanzo di cui raccontare, ma anche una visione della vita, o uno sguardo privilegiato sul mondo e sulle cose che arricchisce chi ha la fortuna di incontrarli e condividere pensieri e impressioni. Intervistare Carrisi, per esempio, significa sempre entrare in contatto con le nostre paure più recondite, quelle che lui stesso ha chiuso dietro le porte de L'uomo del Labirinto o che la mente dei suoi personaggi ha relegato nell'inconscio.

Lo scrittore è arrivato a Milano per presentare "La casa delle voci", che vede protagonista uno psicologo infantile che pratica l'ipnosi e una donna che crede di aver commesso un omicidio durante l'infanzia e vuole a tutti i costi ricordarsene. Nelle librerie dal 2 dicembre, "La casa delle voci" è pubblicato da Longanesi, e proprio nella sede della nota casa editrice abbiamo conversato amabilmente con Donato, che ci ha spiegato la genesi del suo protagonista, Pietro Gerber detto l'addormentatore di bambini: "Il personaggio nasce dall’esigenza di scrivere un thriller eliminando i cliché del genere, quindi non utilizzando né l'investigatore, né la vittima, né il carnefice. Volevo scrivere un thriller psicologico puro, che facesse molta paura, e desideravo che questa paura non fosse suscitata ma evocata, trattandosi di una sensazione già presente nel lettore. Pietro Gerber è uno psicologo infantile perché raccontare le paure attraverso i bambini è sempre più potente e più facile. Quanto all'ipnosi, confesso che sono sempre stato affascinato da questa tecnica esplorativa molto efficace, che si usa spesso con i bambini perché i bambini non sono complessi, sono abbastanza elementari, ma è proprio la loro semplicità a spiazzarci, e quindi decifrarli attraverso l’ipnosi mi sembrava uno spunto interessante".

Ti sei mai lasciato ipnotizzare?
Certo, perché prima di raccontare le cose le sperimento. Sono andato da un'ipnotista che mi ha fatto stendere su una chaise longue un bel pomeriggio d’estate. Ero lì disteso con gli occhi chiusi, l'ipnotista mi ha fatto scendere nel mio inconscio, io raccontavo, lei domandava e io sotto sotto mi chiedevo: ma quando finisce questa tortura? Non mi sentivo in trance, anzi mi prudeva il naso, volevo grattarmi. Dopo mezz'ora l'ipnotista mi ha risvegliato e, quando ho riaperto gli occhi, fuori era buio. Erano passate 3 ore. La cosa mi ha spiazzato, e allora ho capito che l'ipnosi non è la perdita del controllo di sé, anzi acuisce il controllo di sé, e questo controllo è talmente forte che si perde la cognizione di ciò che c'è all'esterno. E’ un viaggio interessante e a volte doloroso dentro il proprio io.

Che cosa hai scoperto alla fine del viaggio?
Ho messo in ordine fra i miei ricordi, recuperandone alcuni e dando loro un nuovo significato. Ti faccio un esempio: ho sempre pensato che una statuina di porcellana che stava a casa dei miei fosse rossa, poi, durante l'ipnosi, è venuto fuori un altro colore, il verde. Sono andato a casa dei miei per controllare e la statuina era verde, però il mio inconscio attribuiva chissà perché un altro colore a quell’oggetto.

Inquietante…
Un po’, anche se è risaputo che tendiamo ad adattare i ricordi d'infanzia perché la memoria ci serve per prepararci al futuro. Infatti, coloro che hanno una memoria breve non sono in grado di vedersi proiettati nel futuro, non sono nemmeno capaci di vedere la propria morte. Tutto ciò che rammentiamo è falsato e continua a essere ricordato dalla nostra psiche proprio in virtù di ciò che ci attende nel futuro.

Al contrario di alcuni tuoi romanzi ambientati in un non tempo e un non luogo, "La casa delle voci" si svolge in un posto preciso, Firenze. Perché Firenze? E’ una città noir?
Firenze è molto noir ed è il palcoscenico ideale per un mio romanzo. Da anni provavo ad ambientare un thriller in quella città, ma non trovavo ancora la storia giusta. L'ho trovata dopo una grande arrabbiatura dovuta alla lettura di un libro di un autore straniero ambientato a Firenze in cui mancavano soltanto le gondole e "O sole mio". Era talmente stereotipata la visione della città che mi sono detto: ma perché farsi depredare dagli stranieri? Perché invece non restituire l’anima delle nostre città?

Hai dedicato "La casa delle voci" a tuo figlio, tua "identità e memoria", e a un certo punto scrivi che la famiglia può essere il posto più sicuro del mondo ma anche il più pericoloso. Significa che nel romanzo ci sono anche le tue preoccupazioni e le tue paure di padre?
Tutti noi pensiamo di essere nati nella migliore delle famiglie, nessun bambino immagina che mamma e papà possano fargli del male, e anche quando succede, i bambini tendono sempre ad assolvere i genitori. Pensa alle regole che i genitori impongono alla piccola Hanna Hall. Sono assurde, ma per lei hanno valore. A pensarci bene, sono un po’ le stesse regole che ci imponevano i nostri genitori: non parlare con gli sconosciuti, non accettare caramelle dagli sconosciuti…

Quali erano le tue regole di bambino?
Mia nonna mi diceva: non bisogna mai specchiarsi prima di andare a letto, perché dallo specchio può uscire il diavolo, io ancora mi lavo i denti al buio. Tornando a mio figlio, quando ho scritto questa storia, mi sono chiesto: quando mio figlio la leggerà da grande, che cosa ci troverà? Cosa vedrà in questa fiaba per adulti? Sì, nel libro c'è una dimensione paterna.

Nella prima parte del romanzo, nei racconti sotto ipnosi di Hanna Hall si parla di "estranei", cioè di individui che potrebbero portarla via ai suoi genitori. Mi hanno fatto pensare agli zombi, perciò mi chiedo: per questa parte del libro sei stato influenzato dai film sui non morti?
La suggestione iniziale è quella. Mi ha sempre terrorizzato l'idea dello zombi e sono convinto che gli zombi esistano, sono intorno a noi e si muovono intorno a noi molto lentamente, non vedono l'ora di catturarci, di morderci e di renderci come loro. Molte persone ci vorrebbero uguali a loro, affamati e morti, o meglio morti che camminano. A volte riescono a catturarci e ci portano via da tutto quello che siamo e che conosciamo.

Pietro Gerber è affascinato da Hanna Hall, anche se lei non è bella e soprattutto non ha nulla della femme fatale del noir.
Sono sempre stato attratto dalle donne misteriose, indipendentemente dal loro aspetto fisico, e trovo che alcune donne abbiano un mistero talmente potente da riuscire a conquistare la mente, oltre che il cuore, di qualsiasi uomo, e ce ne sono tantissime di queste donne. Possono essere o mantidi, quindi estremamente pericolose, o dei veri tesori. Possono nascondere un talento e un’affettività inimmaginabili. Più una donna è misteriosa, più un uomo deve assolutamente svelare quel mistero. L'aspetto fisico conta solo per gli uomini un po’ superficiali e per le altre donne.

Se questo libro dovesse diventare un film, come farai senza Toni Servillo? O alzi l’età di Pietro, oppure ti tocca trovare qualcun altro.
Ho parlato con Toni Servillo proprio ieri, gli ho detto: guarda, ho scritto un romanzo in cui non c’è un personaggio scritto per te, mannaggia. Con Toni si è formato un bellissimo sodalizio e, sai, nell'ultimo film di Scorsese hanno ringiovanito gli attori, per cui chi può dirlo? Comunque Toni è fenomenale. Ha una personalità molto forte, a volte possiede un personaggio, altre volte si lascia possedere, ed è importante che ci siano entrambe le cose.

Non tradiresti Pietro alzando la sua età?
No, non si può fare, diventerebbe un meccanismo strano.

Da quando sei diventato regista il tuo modo di scrivere è cambiato?
È cambiato tantissimo. I film arricchiscono la scrittura di un romanzo, è una cosa incredibile, perché si accorciano anche i tempi di racconto, cambia la sintesi. E’ stata una crescita e secondo me si vede, se ne accorge anche il lettore. Le storie devono 'uscire' dalle pagine, e più questo avviene, e più lo scrittore guadagna in stile, in capacità di narrazione. Per me c’è sempre uno scambio fra lo schermo e la pagina.

Le tue sceneggiature sono più tecniche o più letterarie?
Quando scrivevo sceneggiature per altri, erano molto essenziali, perché non bisogna mai dare indicazioni sui movimenti di macchina al regista, a meno che non te li chieda, però in quelle poche parole devi essere chiaro e soprattutto devi trasmettere l'identità della storia, che è molto più importante della storia stessa. Nelle mie sceneggiature, ovviamente, mi prendo delle libertà, quindi possono essere anche un po’ più letterarie, anche perché voglio che l'immagine venga fuori in maniera potente per dimostrare che l'idea del regista è già insita nella sceneggiatura. Continuo a non mettere i movimenti di macchina, però chi legge li intuisce molto facilmente. Dimenticavo: i dialoghi devono essere scarni, non devono durare più di una pagina e mezza.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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