L'ombra fuori sync della nostra vita: "Io odio John Updike" di Giordano Tedoldi

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L'ombra fuori sync della nostra vita: "Io odio John Updike" di Giordano Tedoldi

Nonostante il mio rapporto coi social sia sempre più conflittuale, mi rimane ancora più facile - pigro come sono - trovare segnalazioni interessanti lì che non leggendo giornali e riviste in gran numero. Ho quindi drizzato le orecchie quando, da più parti, mi sono imbattuto sempre più spesso nel nome di Giordano Tedoldi, scrittore romano classe 1971, del quale non avevo letto nulla ma che veniva portato in palmo di mano da più persone.
Si stava preparando, infatti, la ripubblicazione per Minimum Fax della raccolta di racconti con la quale Tedoldi aveva esordito nel 2006, edito per l'occasione da Fazi, che qualche anno dopo diede poi alle stampe il suo primo romanzo, “I segnalati”.
La nuova edizione di “Io odio John Updike”, oltre a una prefazione (breve ma intensa, per usare un luogo comune) dello stesso Tedoldi, contiene un racconto in più rispetto a quella del 2006, una nuova traccia, una ghost track, in quello che non vuole essere un concept album, ma una raccolta eterogenea di brani all'interno dei quali, però, si rintracciano chiaramente una matrice e un'atmosfera comuni.

Quando ho aperto il libro di Tedoldi, e mi sono immerso nella lettura, ho ritrovato – più o meno in purezza, a dosi più o meno calibrate – tutti quei riferimenti che avevo letto negli status di Facebook e nelle recensioni: David Lynch, Francis Bacon, Brett Easton Ellis, Houllebecq, qualche russo di gran peso.
Prendendo confidenza con lo stile provocatorio e mutevole dei racconti, acquisendo familiarità coi suoi personaggi (che mi sembrava di conoscere, comunque, da una vita), ho riconosciuto quello stesso caleidoscopio impressionista di sensazioni che avevo percepito andando a curiosare sul profilo dello scrittore, trovandomi di fronte un ragazzo scarmigliato dallo sguardo ironicamente di sfida, placidamente arrogante, da citazioni colte di musica e arte gettate lì quasi per caso, svogliatamente, eppure con una consapevolezza estrema del gesto e del suo bersaglio.

“Io odio John Updike” è così. Decadente e postmoderno allo stesso tempo, affilato e freddo come l'acciaio, scomodo come una poltroncina di design venuta male apposta, eppure capace di accoglierti in salotti rivestiti di pesanti broccati rossi e di inebriarti con vini d'annata e allucinarti con l'assenzio.
Con ostentata (studiatissima?) noncuranza, tanto nel tono quanto nella scrittura, Tedoldi racconta di solitudini annoiate e sbandierate inadeguatezze, di noia splendidamente borghese e di dilemmi esistenziali, delle malattie e delle deformità che si annidano nei nostri corpi, nelle nostre menti, nella nostra vita quotidiana nascoste sotto la maschera di normalità patinata e tutto sommato conformista: eppure, percepibili a livello epidermico e profondo come fossero fotogrammi subliminali, glitch irregolari e inquietanti che increspano la superficie lucida di un'apparenza che è comunque sostanza.
E, sarà pure un caso, ma che spesso Roma (con la sua mollezza salottiera, il suo provincialismo metropoliano e le sue contraddizioni) sia evocata come protagonista implicita delle vicende, mi pare molto significativo.

Eppure, nonostante tutto questo, nonostante la sufficienza con la quale vengono gettati in pasto alla scrittura e alla lettura, i racconti di “Io sono John Updike” non sono, e non sono mai, cinici. Non sono mai nemmeno banalmente sarcastici, rendendoli ancora di più oggetti alieni nel panorama letterario e culturale contemporaneo. Non sono mai furbamente pop né ostentatamente colti, pur avendo dell'una e dell'altra cosa.
Disseminati di indizi riguardanti le ossessioni di Tedoldi, letterarie e non, ne rivelano prima di ogni altra cosa la capacità di raccontare con sincera empatia e sano disincanto i tormenti esistenziali dell'animo umano, placidi o turbolenti che siano.

Quella di “Io sono John Updike” è una lettura che è una sfida, l'osservazione di un fermo immagine analogico, imperfetto e vibrante, che regala la sensazione ipnotica e inquietante che la nostra ombra, l'ombra di quello che leggiamo e che viviamo, sua fuori sincrono rispetto a noi, e che in quello scarto temporale si annidino abissi di orrori e consapevolezze delle quali possiamo solo fugacemente renderci conto; che in quello spazio siano compresi i confini e la misura della nostra data felicità, per parafrasare la frase che chiude il libro.
L'importante, per sostenerla, questa sfida, è andare avanti con nonchalance, con quella stessa decadente indifferenza con la quale Tedoldi scrive sulla pagina il suo talento.

"Io odio John Updike" di Giordano Tedoldi, Minimum Fax, 289 pp., 14 euro.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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