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Jonathan Lethem: Scrivo libri per catturare le cose prima che vengano dimenticate

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La nostra intervista al Premio Raymond Chandler del Noir in Festival 2019.

Jonathan Lethem: Scrivo libri per catturare le cose prima che vengano dimenticate

Insieme a Safran Foer e a Franzen è uno dei tre Jonathan d'oro della contemporanea letteratura americana e, prima di lanciarsi nella scrittura del suo romanzo d'esordio, ha trangugiato la fantascienza di Philip K. Dick e l'hard-boiled in tutte le sue forme e declinazioni.
Capelli ondulati grigi, occhi chiari e sguardo gentile, Jonathan Lethem ci accoglie sorridente nella hall di un hotel con vista sul Lago di Como. I cinefili lo conoscono come l'autore del romanzo che ha ispirato a Edward Norton Motherless Brooklyn, la sua seconda regia. Gli altri sono rimasti folgorati dal suo insolito esordio "Concerto per archi e canguro" e non dimenticheranno mai il road movie ambientato in un futuro post-apocalittico "Amnesia Moon" e il quasi autobiografico "La fortezza della solitudine". Il suo ultimo libro, "Il detective selvaggio", lo ha riportato alla detective-story, anche se l'ambientazione (il deserto del Moyave) suggerisce un desiderio di fuga: dagli States di Donald Trump e dell'individualismo più sfrenato. 
Jonathan Lethem è il Raymond Chandler Award della ventinovesima edizione del Festival diretto da Giorgio Gosetti, Marina Fabbri e Gianni Canova (Delegato IULM) e accetta il riconoscimento con grandissima gioia.

"E’ incredibile che esista un premio che porta il suo nome e ancora più incredibile è che sia io a riceverlo, è una follia da un certo punto di vista, perché è dall'età di 12 anni che leggo i suoi libri. Per me Chandler è stato una chiave d'accesso a tantissime passioni a cui mi sono consacrato. La mia prima visione della California la devo a lui, abitavo a New York all'epoca, adesso sto a Los Angeles, Raymond Chandler mi ha aperto le porte di un mondo inimmaginabile, il suo Philip Marlowe, il suo stile hard-boiled e le sue storie mi hanno cambiato la vita.

Cosa le piaceva nei suoi libri?
La New York negli anni Settanta, Brooklyn in particolare, era un'area disastrata, una città distopica, anche se nello stesso tempo la consideravo un terreno di gioco. La amavo profondamente, le sue incongruenze e i suoi pericoli mi sembravano emozionanti, anche se a volte le sue strade mi terrorizzavano. Chandler descriveva il mondo che mi trovavo quotidianamente a osservare: la Los Angeles degli anni '30 e '40 di cui parlava era anch'essa una "distopia urbana" e quindi mi scoprivo a pensare: quest'uomo mi sta dando delle informazioni per capire la città in cui abito. Inoltre mi affascinava la sua idea di virilità. Per lui il detective era una combinazione di delusione e idealismo. Marlowe mi parlava e mi aiutava a comprendere una cosa che sto ancora cercando di capire, e cioè che significhi essere un uomo negli Stati Uniti nel 20° e 21° secolo.

A proposito di detective, il Lionel Essrog di "Motherless Brooklyn" non c'entra molto con Philip Marlowe. Quando Edward Norton lo ha trasformato nel protagonista del suo secondo film da regista, ha detto che il suo obiettivo principale era rompere le regole del noir e che avere un protagonista con la Sindrome di Tourette fosse il modo migliore per farlo.
Per me rompere le regole è un'ossessione. Il tratto più tipico del detective della letteratura e del cinema hard-boiled è il suo senso del controllo. Può trovarsi in una situazione in cui è numericamente in minoranza, può non avere armi, la polizia e l'FBI hanno sempre più potere di quanto ne abbia lui, magari è perso in un mistero che non riesce a risolvere, ma la cosa che non gli manca mai è il controllo verbale: entra in una stanza e, con la sua retorica e le sue domande, domina incontrastato la scena. Pensando a tutto questo, mi sono detto: cosa succederebbe se, nel mio prossimo libro, scegliessi come protagonista un detective e lo privassi del controllo verbale? L'ho fatto, e ho fatto precipitare Lionel Essrog nel caos.

Come ha preso le modifiche che Edward Norton ha apportato al romanzo, in primis l'ambientazione negli anni '50 invece che in epoca moderna?
Sapevo fin dall'inizio che Edward aveva questa idea, ne abbiamo parlato ed è stato molto convincente, sapeva esattamente che film intendeva fare e quindi gli ho dato il mio sostegno. Non mi piace quando un libro e un film si somigliano. Se c'è già un romanzo con una sua storia, perché non inventare un'altra? E comunque, se ci pensate, i personaggi di "Motherless Brooklyn" sono dei sognatori, fingono sempre di essere altro da sé, vorrebbero far parte di una storia hard-boiled. Quindi è come se Edward Norton avesse fatto il film di cui Lionel & Co. avrebbero voluto essere i protagonisti.

Per diversi anni lei è stato convinto che, come scrittore, sarebbe rimasto ai margini, che non avrebbe raggiunto il successo se non post mortem o durante la vecchiaia. Perché?

Mi sono sempre identificato con gli scrittori più marginali, con gli artisti che sono stati riscoperti tardi, e questo perché erano gli scrittori che idealizzavo: Patricia Highsmith, Philip K. Dick e perfino Chandler, che ha dovuto lottare per guadagnarsi il rispetto generale, perché nella sua epoca la crime-fiction era vista come un genere minore, squalificante. Ecco perché mi sono sempre sentito un po’ un perdente, uno che sta lontano dalle luci della ribalta.

Il suo ultimo romanzo, "Il detective selvaggio", ha una protagonista femminile, Phoebe, che è anche il punto di vista del racconto. Perché questa scelta?
La decisione di rendere Phoebe il punto di vista della storia è simile a ciò che ho fatto con il Lionel Essrog di "Motherless Broooklyn". Era un modo per confrontarmi e rovesciare il genere hard-boiled. Sono sempre animato da due spinte contrastanti: conservare le cose che amo e in qualche modo stravolgerle. Di solito, nella crime-fiction, è il detective ad avere il controllo della storia. Il detective è il narratore e ti dice lui a cosa prestare attenzione e cosa pensare. Così mi sono chiesto: cosa succederebbe se togliessi al detective questa sua caratteristica e la attribuissi a una donna? Leggete il romanzo e avrete una risposta.

Phoebe è un personaggio con cui è facile identificarsi. Non succede sempre quando è un uomo a scrivere di una donna. Come fa a conoscere così bene le donne?
Mi fa molto piacere che lo pensi. Ho cercato di mantenermi umile. Sono una persona che ama ascoltare, mi piace parlare con le donne, quando scrivo un libro le interpello spesso e presto grande attenzione a ciò che mi dicono. Però devo ammettere che, in fondo, Phebe sono io. Ne "Il detective selvaggio" scrivo di cose che vedo intorno a me e che sento,  per esempio ciò che ho provato dopo l'elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti.

Se lei fosse in cima a una torre insieme a Donald Trump e a Richard Nixon, chi dei due butterebbe giù?
Forse proverei a convincerli ad abbracciarsi così potrei buttarli giù entrambi, o forse salterei giù io trascinandoli con me. Penso che Trump sia peggio di Nixon, per me è una cosa incredibile da dire perché Nixon era il mostro della mia infanzia, ma lui in qualche modo era tormentato dal rimorso. In Trump, purtroppo, non vedo nessun ripensamento.

Ma perché così tante persone hanno votato per lui?
Credo che abbia a che fare con una forte inquietudine generale. Non è stato il frutto di una grandissima stima e un attaccamento per Donald Trump inteso come persona, è stato un gesto che sottolineava quanto tutto andasse male per la gente, un tentativo per esprimere rabbia e frustrazione, la dimostrazione di una grande disillusione e di una crescente sfiducia.

In un mondo come il nostro, che sta precipitando verso l'autodistruzione e l'estremo egoismo, come si fa la rivoluzione? Con la gentilezza, per caso?
La gentilezza sarebbe un ottimo ingrediente. Io credo sia molto facile, di questi tempi, lasciarsi sedurre oppure odiare singoli individui, leader e persone famose di vario genere, invece di provare ad avere una visione di insieme. Dobbiamo riflettere non soltanto su chi sia il Presidente degli Stati Uniti e cosa stia facendo, ma su ciò che ci ha portati a lui, alla sua politica. Dobbiamo analizzare l'intero sistema, dobbiamo chiederci come siamo arrivati a un presente in cui il mondo è controllato dai soldi e dalle grosse società per azioni e dove il bene del singolo ha molto più valore degli interessi collettivi.

Ho letto da qualche parte che lei ha visto Blade Runner al cinema 14 volte. E’ vero?
Verissimo, da ragazzo ne ero ossessionato.
Cosa pensa del sequel di Blade Runner, Blade Runner 2049?
E’ magnifico, l'ho visto soltanto una volta e mi ha un po’ spiazzato, mi piacerebbe rivederlo perché lo trovo molto ricco, evocativo. Credo di non averlo capito completamente. Più che un sequel, mi sembra quasi una meditazione sul primo film, un saggio, un'esplorazione dell'amore di un regista per Blade Runner. Credo che non sia possibile fare un sequel di Blade Runner.

Il cinema ha influenzato la sua scrittura?
Tantissimo, i film noir sono stati essenziali per me, sono cresciuto idolatrando Hitchcock e Kubrick. Più tardi ho scoperto e mi sono innamorato di John Cassavetes. Le opere di questi registi mi hanno colpito al cuore e hanno determinato il mio stile e la nascita dei miei personaggi. Inoltre, la loro mise en scene mi ha insegnato come collocare i protagonisti delle mie storie in uno spazio.

Lei ha una memoria formidabile. La spaventa l'idea di dimenticare qualcosa, o, ancor peggio, che il nostro mondo dimentichi la sua storia, il suo passato?
Sono ossessionato dalla perdita della memoria, da ogni forma di amnesia, ma sono meno intransigente di un tempo perché, man mano che gli anni passano, anche la mia memoria mostra qualche debolezza. Però sono devastato dall'idea che viviamo in un mondo ossessionato dal progresso dove le cose vecchie si perdono e si dimenticano modi di essere e di pensare. Per me è un dramma, e la cosa più importante che un romanzo possa fare è catturare le cose prima che vengano scordate.

Per che cosa vorrebbe essere ricordato fra 300 anni?
Per la ricchezza del mio entusiasmo, per la dedizione che ho per le cose di cui mi importa, scrivo con l'entusiasmo di un lettore appassionato, cerco di portare altre voci nel mio lavoro e di entrare in comunicazione con il mondo che i libri che amo descrivono. Per me lo scrittore non è una figura solitaria, ho scritto i miei romanzi in risposta alle cose che ho amato nei libri e nei film degli altri.

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