Jo Nesbø: incontro con il Raymond Chandler Award 2018

-
6
Jo Nesbø: incontro con il Raymond Chandler Award 2018

Il Noir in Festival Jo Nesbø lo conosceva già, perché nel 2006 era stato chiamato da Giorgio Gosetti e Marina Fabbri, alle pendici del Monte Bianco, a presentare, al pubblico di Courmayeur, "Il Pettirosso". Il grande protagonista letterario di quella edizione era Elmore Leonard, che aveva ricevuto il Raymond Chandler Award e che dagli States aveva raggiunto la Valle d'Aosta scortato dal suo impeccabile maggiordomo. Questo curioso particolare non era sfuggito allo scrittore norvegese, a cui era stato gentilmente proposto, durante una cena fra artisti, di sedersi accanto all'autore di "Out of Sight" e "Mr. Paradise", per 10 minuti, per godersi un po’ di "Elmore Leonard Quality Time". Il creatore di Harry Hole per timidezza aveva rifiutato, e oggi che il maestro del dialogo e del racconto western non c'è più, il nostro si pente di quella decisione. Lui stesso racconta questo aneddoto mentre riceve proprio il Premio Raymond Chandler a Como.

Oggi Nesbø è ben più famoso di dodici anni fa. Ha venduto più di 40 milioni di libri in tutto il mondo - tanto che il suo editore può dire con certezza che ogni 23 secondi qualcuno compra un suo romanzo - ed è tradotto in 50 lingue. Si è inventato un commissario di polizia inquieto, spesso infelice e bevitore seriale, rendendolo protagonista di 11 libri (il dodicesimo, "Knife", uscirà nel 2019), e da poco ha scritto "Macbeth", reinterpretazione in chiave moderna della tragedia shakespeariana che ha voluto ambientare in un'immaginaria città sporca e fuligginosa.
Al Noir in festival edizione 2018 Nesbø è arrivato un po’ di corsa e, dopo aver incontrato i giornalisti per le consuete interviste, sale con agilità sul palco del Teatro Sociale per un incontro con il pubblico. Intervistato da Carlo Lucarelli e dal critico letterario Sebastiano Triulzi, parla dei suoi personaggi e del suo lavoro, a cui è approdato dopo aver attraversato il mondo del calcio, del rock e del pop, e della finanza.

Il noir scandinavo
Non credo che esista un noir scandinavo. Abbiamo dei "padrini" che hanno uno stile specifico, però, nel mio caso, penso di essere stato influenzato più che altro dalla letteratura hard boiled USA degli anni '40, '50 e '60, quindi, se mi dite che sono un tipico scrittore del nord, sono d'accordo fino a un certo punto.

Questioni sociali e politiche
Io mi occupo di narrativa, per me la società è un semplice sfondo, uso la società e la città di Oslo non per affrontare questioni sociali e politiche, perché per me una storia viene mossa dai personaggi, e quindi la parte geografica, o il contesto politico, è una cornice. Ovviamente questa cornice è molto importante, ma in realtà potrei usare qualsiasi altra città.

Quando uno scrittore viene chiamato a dire la sua su scomodi fatti di cronaca (per esempio la strage di Utoya)
Credo che domandare a uno scrittore cosa pensi di ciò che sta accadendo nel mondo avesse più senso all'epoca di Dickens, quando la società era divisa più nettamente e a leggere erano in pochi. Chi lavorava in fabbrica non aveva tempo per farsi una cultura e a volte nemmeno un'opinione, quindi si chiedeva a pochi illuminati, i cosiddetti intellettuali, di interpretare gli eventi del proprio tempo. Oggi, invece, noi scrittori ci troviamo di fronte a un pubblico molto più acculturato, magari laureato, che spesso ha letto più libri di noi, quindi non ha molto senso. Quando mi hanno chiesto di parlare di Utoja, mi sono sentito a disagio, mi sono detto: Ma perché io? Posso rispondere a questi grandi interrogativi solo scrivendo di quelli che sono i miei sentimenti, delle mie sensazioni personali. Le risposte lasciamole ai sociologi, gli scrittori devono essere liberi di fare domande.

Personaggi tormentati e problematici
La ragione per cui alcuni miei personaggi hanno vite così difficili è che in qualche modo tutte le storie devono basarsi su un conflitto. Quando in un romanzo poliziesco c'è un omicidio su cui la polizia deve indagare, ecco che arriva il conflitto. In altre storie, i conflitti vanno al di là del crimine commesso: sono conflitti interiori, che riguardano i personaggi, che magari si trovano di fronte a una scelta morale, a un dilemma, oppure hanno una vita incasinata, o problemi con il capo, o rapporti difficili con le donne.

Macbeth
Mi è stato chiesto di scrivere questo romanzo per i 400 anni dalla morte di Shakespeare. All'inizio non ero sicuro di volermi mettere all'opera, perché, se c'è una cosa che mi piace del mio lavoro di scrittore, è il fatto di avere un'idea e di svilupparla. Qui l’idea c'era già, ed era un'idea forte. Alla fine ho accettato perché Macbeth è uno dei personaggi di cui mi sono innamorato quando ero giovane, soprattutto dopo aver visto il film di Polanski. Ho acconsentito anche perché penso che Harry Hole abbia preso qualcosa da Macbeth. Quando ho cominciato a scrivere, mi sono reso conto subito che non potevo competere con la lingua meravigliosa di Shakespeare, quindi ho buttato via tutte le sue parole e mi sono soffermato sull'impalcatura, sullo scheletro della storia. Volevo apportare dei cambiamenti, ma quando ci si confronta con un'opera d'arte, è meglio lasciare le cose come sono, altrimenti l'intera costruzione rischia di cadere. Perciò mi sono attenuto fedelmente alla struttura dell'opera: scena per scena, atto per atto.

L'ambientazione di Macbeth
Shakespeare ha ambientato Macbeth in un passato remoto, in tempi crudeli lontani dai suoi, e quindi anche io ho pensato di dover trovare un passato un po’ oscuro, e questo passato erano gli anni '70. Magari una simile scelta vi sorprenderà, perché li ricordiamo come un'epoca di libertà, di ottima musica, però è stato anche un periodo inquietante, nel quale ci svegliavamo con la paura di una guerra nucleare, e poi in molti luoghi il tasso di criminalità era elevatissimo. La città in cui si svolge la storia è un mix fra la New York di allora, come viene descritta in "The Basketball Diaries" di Jim Carroll, e la Newcastle del film con Michael CaineCarter, una città industriale inglese. Infine c’è anche un po’ di Bergen, una città sulla costa occidentale della Norvegia in cui piove sempre.

Raymond Chandler
Raymod Chandler è importante per il noir moderno, però confesso di essere arrivato tardi alle sue opere, non prima di aver letto altri romanzi che si rifacevano ai suoi personaggi e al suo stile, e quando mi è capitato fra le mani un vero Raymond Chandler, ho pensato che fosse un ennesimo romanzo di questa serie, ma poi mi sono reso conto che invece era lui! Era il maestro, e che maestro! Negli anni ho apprezzato molto sia Chandler che Dashiell Hammett, ma il mio preferito è un personaggio più oscuro e che non ha avuto la stessa fortuna: Jim Thompson.



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
Lascia un Commento
Lascia un Commento