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Il Regno della realtà - incontro con Emmanuel Carrère

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Abbiamo incontrato lo scrittore francese in occasione de L'immagine e la parola


“Non è un’opera di invenzione, ma il racconto della realtà”.
È quasi un mantra quello ripetuto dallo scrittore francese Emmanuel Carrère nel corso della tre giorni "L’immagine e la parola", organizzata lo scorso fine settimana dal Festival di Locarno. Giornate dedicate a incontri, workshop, proiezioni: tutte orientate intorno al rapporto fra cinema e letteratura, e parlando di Carrère al rapporto fra realtà e finzione. Proprio l’autore francese ha stilato il programma insieme ai responsabili Carlo Chatrian e Daniela Persico.

Sono molti anni che nei suoi libri ha scelto di non utilizzare la finzione, ma di cimentarsi con la realtà, con gli strumenti di un documentarista e il filtro della propria esperienza, diventando protagonista a sua volta delle storie che racconta usando la prima persona singolare.

Lo abbiamo incontrato nel corso della manifestazione, parlando soprattutto della sua carriera di scrittore, del suo ultimo libro Il Regno, appena uscito per Adelphi, non dimenticando le sue due opere da regista: L’amore sospetto, adattamento “tradizionale” del 2005 del suo romanzo di finzione Baffi (1986) e il documentario Ritorno a Kotelnitch, a lui ben più caro, che lo ha portato nella Russia della madre alla scoperta di una realtà che si modificava davanti alla sua macchina da presa.

Pensa alla possibilità di tornare a dirigere un adattamento, che sia di un suo romanzo o no?

Non ne ho alcuna intenzione. Mi piacerebbe tornare a fare del cinema, ma non film di finzione come L’amore sospetto, sicuramente non adattando uno dei miei libri. Se tornassi a fare cinema mi interesserebbe più qualcosa di vicino al documentario, a un film che ho mostrato qui a Locarno e che amo molto, Sans Soleil di Chris Marker. Rivedendolo per l’ennesima volta mi sono detto che vorrei andare in una direzione del genere, con delle immagini eterogenee, è una cosa che mi attira molto, mentre il cinema tradizionale di finzione lo amo molto come spettatore, ma non penso di avere un talento particolare.

Come mai con Il Regno ha deciso di tornare a ragionare sulla fede, a distanza di molti anni dal suo periodo intenso di immersione nel cattolicesimo, di farne il soggetto di un nuovo libro?

Per me il vero soggetto è la generazione successiva a Gesù, che ha portato a termine la scrittura dei vangeli. La mia piccola storia personale di conversione e crisi religiosa ne è assolutamente subordinata. Se non avessi voluto fare un libro sulle origini del cristianesimo non avrei avuto delle ragioni particolari di evocare quell’episodio della mia vita. Ma a partire da quando mi sono immerso in questa sorta di lettura guidata del Nuovo Testamento che è divenuto questo progetto, allora mi è sembrato legittimo tornare sulla lettura da credente dogmatico che ero venticinque anni prima. Portavo un punto di vista, un contrappunto, ma il soggetto centrale era questa specie di enigma legato a una credenza molto strana come era all’origine il cristianesimo e poi il modo in cui ha iniziato a prendere forma letteraria, di racconto. Una delle grandi originalità del cristianesimo è il non essere una dottrina, ma prima di tutto una narrazione. La sfida per me era cercare di immaginare chi potesse essere realmente il narratore. Da un certo punto di vista è la biografia di uno scrittore.

Che rapporto c’è fra Il Regno e Limonov?

Sono dei libri che ruotano intorno alle stesse cose. Come se fossero delle riflessioni intorno a due modi di vivere, di stare al mondo. Si potrebbe dire che il personaggio Limonov, con il suo dinamismo, la sua vitalità e il suo lato fascista, incarna una versione nietzschiana della vita, mentre Il Regno è una riflessione sull’idea cristiana dell’esistenza. Sono due poli estremi: da una parte quella che identifica i forti e i deboli e dall’altra quella cristiana per cui è un po’ il contrario. Non so che grado di verità ci sia, ma nella nostra coscienza esistono due poli opposti ed è come se noi ci girassimo intorno avvicinandoci a l’uno o all’altro.

Il Regno esce in un momento in cui la religione è centrale nella vita pubblica, non solo privata, della nostra società.

Quando mi sono lanciato in questo progetto, qualcosa come sette anni fa, non era così presente un contesto del genere, ma ero ben cosciente come fosse una questione assolutamente contemporanea, che non fosse una vicenda puramente legata a un tempo passato senza rapporti col presente. Mi sembrava comunque un soggetto che potesse suscitare interesse generale, che molte persone potessero ritenerla appassionante. Tanto quando la vita di Gesù è molto conosciuta, tanto poco lo è la storia delle origini. Un soggetto non riservato agli specialisti, ma di portata universale. Ho cercato di raccontare quelle origini, senza pensare a tutta l’immensa e pensate tradizione di duemila di storia del cristianesimo. Un periodo in cui nessuno sapeva di vivere “dopo Cristo”. Volevo approcciare questa stranezza del cristianesimo, a cui non pensiamo perché siamo abituati da secoli di conoscenza, di opere d’arte nei musei che raccontano la vita quotidiana di Gesù o dei santi, tanto che ci sembra naturale. Ma se ce ne distanziamo ci rendiamo conto come siano cose molto stravaganti, una follia pura e semplice. Ho cercato di ritornare allo sbalordimento che provoca questa storia.

Michel Houellebecq ha scritto un libro, Sottomissione, molto diverso dal suo. Lei ne ha scritto una difesa dopo le tante critiche ricevute nei giorni drammatici dei fatti di "Charlie Hebdo". Può essere una coincidenza, ma è senz’altro legata allo spirito del tempo, il fatto che vari scrittori affrontino la religione e la spiritualità.

Quello che penso di Sottomissione l’ho scritto. Ne penso molto bene come di tutti i libri di Houellebecq. Non penso che lo scenario delineato in Sottomissione sia plausibile per il futuro, ma non è importante. Lo ritengo in generale uno scrittore che ha una percezione straordinariamente precisa del momento storico in cui viviamo e non intendo solo dell’Islam, ma di questo momento della civilizzazione umana molto particolare. C’è qualcosa nel modo in cui l’uomo ha vissuto da secoli che sta cambiando, una sorta di mutazione che stiamo vivendo di cui Houellebecq è lo scrittore con la maggiore consapevolezza. Per questo trovo tutti i suoi libri appassionanti. Inoltre mi sembra che affronti il tutto ogni volta con un’angolazione differente. Un giorno l’Islam, un’altra volta la clonazione o l’ingegneria genetica, il turismo, le metamorfosi della sessualità e della famiglia. Ci possono essere delle visioni scioccanti o discutibili in quello che scrive Houellebecq, ma c’è una visione globale del momento che vive la nostra civilizzazione che trovo appassionante.

Il punto di partenza de Il Regno è la rievocazione di Carrère della sua esperienza come sceneggiatore di una serie prodotta da Canal Plus, Les Revenants. Qualche mese di proficuo lavoro con il regista e cosceneggiatore Fabrice Gobert, poi l’insofferenza per le pressioni “di un manipolo di fighetti con la barba di tre giorni che potevano essere miei figli e prendevano un’aria di sufficienza davanti a quello che avevamo scritto”. Inevitabile l’abbandono del progetto, ma anche la candida ammissione di come sia pentito della scelta “poco umile”, alla luce della potenza del soggetto e del successo di culto della serie, arrivata lo scorso autunno anche in Italia, su Sky.

Al riguardo Carrère ha dichiarato: “non sono all’origine dell’idea de Les Reventants, ma quando mi hanno proposto la storia sono caduto dalla sedia. L’ho subito ritenuta un’idea straordinaria. Non ho appetito come autore per la finzione, ma come lettore sì. Quando mi propongono un’idea del genere accetto di buon grado perché mi trovo davanti qualcosa che giustifica il ricorso alla finzione, che diventa insostituibile, visto che non potrebbe prendere nessun’altra forma. È una serie che affronta tematiche molto profonde legate al lutto, alla famiglia”.

Riguardo al coinvolgimento nei suoi libri di persone reali, Carrère ha una regola ben precisa, “che vale per i libri, per i film, per tutto quello che parte dalla realtà. Quando ci si mette in scena in prima persona si ha il diritto di scrivere quello che si vuole, non si pone un problema morale, laddove quando si scrive sugli altri, specie se in vita, c’è una regola morale che impone di non offenderli, di non fargli del male. Regola che in La vita come un romanzo russo ho trasgredito parlando di mio nonno nonostante mia madre mi aveva esplicitamente chiesto con forza di non farlo; e della mia compagna dell’epoca, Sophie, di cui ho raccontato cose molto intime, ferendola. Non ho scatenato drammi e non mi pento di averla violata, perché ritengo mi abbia fatto molto bene. In ogni caso non penso che uno scrittore abbia tutti i diritti e spero di non ritrovarmi a scrivere di nuovo dei libri del genere.”

Il libro seguente che ha scritto, Vite che non sono la mia, si muove all’opposto: “sono storie private e intime spesso dolorose, ma che ho fatto interamente con l’accordo delle persone in questione, mettendomi alla loro mercé in tutto e per tutto. Ho preso l’impegno che non avrei pubblicato niente senza il loro accordo: alla fine l’ho ottenuto, dopo qualche piccolo ritocco. Un’idea quindi opposta rispetto al libro precedente in cui ho messo le persone coinvolte di fronte al fatto compiuto e non poteva essere altrimenti”.

Il Regno di Emmanuel Carrère, Adelphi, pagine 428, euro 22

 

 

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