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"Il più grande giudice è Dio, oltretutto senza giuria": Ian McEwan fra amore, giudici e brani del nuovo romanzo

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Anteprima mondiale per gli Eventi letterari di Ascona.


“E ora vi leggo alcuni brani del mio nuovo libro, che non ha ascoltato nessuno, a parte mia moglie”. Non che ci volesse questa frase a effetto per catturare l’attenzione del pubblico ticinese, accosto numeroso a deliziarsi con l’arguzia di Ian McEwan, finendo ricompensato, tra le altre cose, da un’anteprima mondiale del suo nuovo romanzo, Nutshell, previsto in originale per il prossimo settembre. Lo scrittore britannico ha condito con la consueta analitica ironia i suoi interventi su Utopia e amore, tema degli Eventi letterari, in corso di svolgimento ad Ascona, sul Lago Maggiore svizzero. Dai romanzi d’esordio fino all’ultimo La ballata di Adam Henry, racconto della crisi del rapporto fra un uomo e una donna, sullo sfondo di un caso giuridico controverso; temi affrontati tanti, dall’amore alla religione, al valore stesso della vita.

“L’esplorazione dell’amore in letteratura non riguarda solo gli esseri umani”, ha dichiarato lo scrittore, “ma anche quello per il panorama che ci circonda, il cibo, il vino, ci sono molte forme diverse d’amore. Se volete vivere estatici momenti potete leggere delle liriche, se preferite momenti di vita attraverso il tempo, allora ecco il romanzo. Non tutto l’amore, però, produce grandi risultati, basti vedere le conseguenze nefaste dell’esagerato amore per dio”.

Riguardo all’utopia, identifica nella Repubblica di Platone il primo esempio, e più estensivo, con esclusi eccellenti: “per primi i poeti e gli scrittori furono esclusi, l’amore che diventa utopia è una delle creazioni più disastrose della storia, ha provocato estrema miseria, spingendosi a ritenere una soluzione ragionevole, per raggiungere l’amore eterno, l'uccisione di 30 milioni di persone, come nel comunismo”.

La ballata di Adam Henry (Einaudi, 2014), suo ultimo romanzo pubblicato, racconta il dilemma di una giudice della Corte Suprema britannica, Fiona Maye, alle prese con un ragazzo di 17 anni che, sostenuto dalla madre e dalla sua comunità religiosa, i Testimoni di Geova, si rifiuta di accettare una trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita. Cosa fare? Imporre a qualcuno di curarsi?

“Nella letteratura non si trova una devozione così assoluta e autodistruttiva come quella di chi si nega il sangue; un contrasto fra convinzioni religione molto sincere e l’interesse personale: genitori pronti a perdere un figlio per un tenue riferimento a tre o quattro passaggi del Vecchio Testamento”.

Alternando da consumato uomo da leggio il paradosso e la riflessione ponderata, Ian McEwan ha ricordato come “il più grande giudice sia Dio, oltretutto senza giuria. Il mio interesse nei confronti del diritto di famiglia è nato casualmente, attraverso la lettura di alcuni casi mi sono trovato a domandarmi con curiosità cosa succeda alla fine dell’amore, dopo il divorzio; chi tiene il figlio? In quale ambiente farlo crescere? Sono i temi centrali del mio romanzo. Mi è sembrato che all’interno di questa dinamica un soggetto enorme, quasi mai toccato dalla narrativa, fossero i giudici, le difficoltà di questi esseri umani, i conflitti interni, le loro idee sulla vita, le loro credenze”.

Non ha mancato di riconoscere una certa qualità letteraria anche alle sentenze dei giudici inglesi. “Spesso sono scritte bene, piene di riferimenti filosofici. Ho cenato con dei giudici, rendendomi conto che fra loro si innescano delle dinamiche, fra frecciatine e acidi riferimenti ai non presenti, simili a un tavolo di romanzieri. Poi, come i medici, anche i giudici utilizzano come difesa uno strordinario senso dell’umorismo; indispensabile per mandare la gente in carcere per 25 anni”.

Tornando al suo prossimo romanzo, Nutshell, viene anticipato come “una classica storia di delitto e inganno, amore e tradimento, vita e morte. Situazioni che si uniscono in maniera totalmente inaspettata e sensazionale”. Lo scrittore inglese ha letto un brano assolutamente inedito del primo capitolo, precisando: “Il mio punto di partenza per questo libro sono state un paio di righe, in prosa, dall’Amleto di Shakespeare che dice ‘potrei viver confinato in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore d'uno spazio sconfinato, non fosse per i miei brutti sogni’. La premessa è che ogni essere umano trascorre del tempo in un guscio di noce”.

Per concludere, la sua ricetta in pillole del bravo scrittore di successo. "Credo che un romanzo per funzionare abbia bisogno di un tempo e di un luogo definiti. Abbiamo bisogno di più vita. Il dubbio è una grande risorsa, per questo credo che nella narrazione sia funzionale partire dai dettagli, non estetici, ma quelli più pregnanti, che ci facciano poi arrivare al grande tema, senza quasi che ce ne accorgiamo".

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