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Il BarLume, Marco Malvaldi e il gigante Nero Wolfe

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Incontro con lo scrittore pisano che unisce umorismo e giallo.

Il BarLume, Marco Malvaldi e il gigante Nero Wolfe

Un pisano si aggira per la Svizzera italiana dai mille accenti diversi. Si chiama Marco Malvaldi, distinto accademico nell’ambito chimico farmaceutico per una prima fase di vita, poi esploso come scrittore di romanzi gialli dal forte umorismo (e accento) pisano, i delitti del BarLume, poi diventati anche una serie televisiva di successo, trasmessa da Sky. Con lui parliamo, in occasione di Eventi letterari ad Ascona, del suo ultimo romanzo ambientato nel passato, naturalmente della serie che l’ha reso celebre, e di un gigante molto particolare e irresistibile, sulle cui spalle tutti vorremmo salire.

Dopo ormai anni di BarLume, passando dai lettori agli spettatori della serie, inizi a sentirlo come una maledizione, come talvolta accade agli scrittori costretti a portare avanti personaggi diventati troppo popolari?

Ce ne fossero di maledizioni così, a me ha cambiato la vita, è il contrario di una maledizione. Certo, i personaggi non sono più tuoi, però è anche il segnale del fatto che qualcosa di buono ne è venuto fuori. Poi non erano miei nemmeno prima, perché non sono tutti farina del mio sacco, ma un misto di realtà e finzione. Non ho la presunzione di aver inventato niente, ma di aver osservato e ricombinato. Il BarLume mi ha cambiato la vita e andrò avanti fino a che mi divertirò, e ancora mi succede. Sulla serie televisiva: è diversa dai libri, seppur fatta molto bene. Ha avuto alcune vicissitudini legate agli attori, però la cosa che mi rende più orgoglioso è aver potuto ricambiare un favore, perché uno degli interpreti è Atos Davini, un grandissimo attore di vernacolo pisano. A Pisa è come fosse Bud Spencer, ha regalato un’infanzia felice, per cui vederlo recitare in una cosa che ho scritto io è commovente.

In Italia rimane una localizzazione forte per la comicità.

È perché la comicità va di pari passo col dialetto. Noi toscani siamo fortunati perché è intellegibile in tutta Italia, anche se poi un comico è eccezionale sfonda questa barriera. Ma in linea di massima funziona con il dialetto parlato, l’italiano scritto è molto diverso da quello parlato. La comicità nasce da un punto di vista peculiare e non necessariamente informato sul mondo. Mi ricordo che quando ero ragazzo mi facevano ridere battute che oggi non lo fanno, ma soprattutto il divertimento risiede nel ridere di te stesso, del fatto che non riesci a vedere le cose dal giusto punto di vista. Ogni volta che ridiamo ci rendiamo conto di un nostro errore cognitivo, quindi è un piccolo scatto in avanti che fanno la nostra intelligenza e la capacità di capire il mondo.

Unire due generi spesso contrapposti come il giallo e l’umorismo è una sfida non sempre facile.

A me è venuto naturale, perché mi piace far ridere, è il modo in cui vivo. Sarebbe stato difficile commuovere o terrorizzare. 

Il giallo serve un po’ a mettere quei personaggi così caratterizzati in una situazione straordinaria, quasi hitchcockianamente?

Esattamente. Il giallo è il genere principe dell’intrattenimento proprio perché si parte dalla situazione straordinaria. Nessuno di noi inizia la giornata con un morto a colazione, a meno che non faccia il cronista di nera. Hai una situazione con la quale non ti aspetteresti di dover interagire e, come nei film di Hitchcok che avevano spesso degli elementi di commedia, c’è un dipanarsi di situazioni non necessariamente tragiche. Poi Hitchcock diceva anche una cosa, nei confronti della quale sono completamente d’accordo: se hai un messaggio da mandare col tuo film, non seccare e spedisci un telegramma. Io sono orgogliosamente uno scrittore di intrattenimento, il mio scopo è regalare qualche ora serena. Se uno impara qualcosa leggendo il mio libro, la cosa è del tutto involontaria e dovrebbe porre riparo quanto prima a questa lacuna leggendo dei libri più seri.

Il passaggio al Rinascimento come avviene, invece, come mai Leonardo raccontato nell’anno del suo cinquecentesimo anniversario della morte ne La misura dell’uomo?

È un libro su commissione, mi hanno chiesto di scrivere su Leonardo a cinquecento anni dalla morte. Ho deciso di fare un giallo perché è la cosa che so fare, se non uccido qualcuno non mi trovo a mio agio. Mi è venuto naturale fare una cosa non scontata: io sono toscano, come la casa editrice e Leonardo, allora dove l’ambiento? Ovvio, a Milano, perché è il posto in cui Leonardo si esprime pienamente e il Rinascimento acquista una dimensione fondamentale e diversa da quella che gli attribuiamo di solito; tutti associano Firenze con quell’epoca, perché c’è la libera circolazione dei soldi e delle idee, ma a Milano le banche danno prestiti non in base a quanti soldi hanno i richiedenti, ma alle idee che propongono, così anche un poveraccio può ottenere un prestito se ha un’idea commercialmente o artigianalmente degna di nota. Questo è veramente il Rinascimento, il mettere l’uomo al centro di ogni cosa. Il tutto dà il via a un periodo fantastico, che durerà trent’anni, perché poi arriveranno i francesi e l’Italia entrerà in un gorgo piuttosto imbarazzante. Ma in quei trent’anni ne hanno fatte davvero di cose.

Parlando di gialli, quali sono invece i tuoi riferimenti, i giganti sulle spalle dei quali vorresti salire, riferendoci al tema di questi Eventi letterari di Ascona?

A me piacciono i gialli classici, intesi come unità di tempo, di luogo e di azione, meglio se ambientati in un paese anglosassone, meglio se l’investigatore è decisamente sovrappeso e aiutato da alcuni suoi colleghi. Per me il nume tutelare del giallo è Rex Stout, perché inventa un investigatore perfetto, che è doppio: ha la parte europea di ragionamento, con Nero Wolfe che non muove il suo settimo di tonnellata dalla poltrona, e c’è Archie Goodwin che è la parte hard boiled che corre, indaga e scopre. Mi ha dato una soddisfazione enorme scoprire, in un suo giallo, che Nero Wolfe non era americano, ma montenegrino. Ho cercato, forse anche inconsapevolmente, di copiare Rex Stout, perché l’investigatore collettivo è una pensata geniale. Non hai una spalla, ma un punto di vista diverso e due persone notevoli che insieme fanno un investigatore geniale, ed è bello il fatto che Saul Panzer, quello che secondo lo stesso Archie Goodwin, tolto Nero Wolfe che è un genio, è l’investigatore più intelligente, è in realtà un comprimario. Archie ti dice che se si mettesse veramente di impegno potrebbe fregargli il posto, ma non vuole. È un modo di narrare che ha dell’umorismo, della tensione e alcuni momenti che sono pura letteratura. Fra l’altro, Rex Stout quando voleva fare della vera letteratura ci riusciva, il suo primo romanzo era un vero tour de force sperimentale; poi però si mette a scrivere gialli e rende edotti anche i comuni mortali di essere un grande.

A questo punto il sottoscritto sveste i panni del serio intervistatore, si toglie la maschera e confessa la sua passione fin dalla prima giovinezza per il genio di Rex Stout/ Nero Wolfe, scambiando ricordi da fan con Marco Malvaldi. Non che possa interessare il lettore, che dovrebbe invece allietarsi con le avventure del BarLume, certo, ma anche recuperare i libri di Stout della serie con protagonista Nero Wolfe, che sono in corso di (ri)pubblicazione da Beat.

La misura dell'uomo di Marco Malvaldi, Giunti editore, pagine 300, euro 18,50

foto di Marco Malvaldi © Nicola Ughi



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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