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Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo: intervista alla scrittrice Anna Vinci

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Torna in libreria con una nuova intervista il suo illuminante racconto del grande pentito di mafia, mentre la Vinci ci parla anche del film di Maresco di cui è una delle produttrici.

Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo: intervista alla scrittrice Anna Vinci

Mentre arrivava in libreria il libro Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo di Anna Vinci, veniva presentato in concorso alla 76° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia La mafia non è più quella di una voltail nuovo film di Franco Maresco, prodotto da Rean Mazzone e proprio Anna Vinci per la Ila Palma, con un cameo dello stesso Gaspare Mutolo

Stiamo parlando di un libro che è allo stesso tempo confessione e coinvolgente punto d’osservazione dall'interno del mondo della mafia, attraverso la mente di uno dei più importanti collaboratori di giustizia. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come mai raccontare Gaspare Mutolo? 

Potrei rispondere con un’altra domanda: come non raccontarlo? E per entrare nel merito, direi che raccontarlo è conseguenza del mio interesse per la sua storia ricca di pathos, piena di echi antichi nel mondo della criminalità organizzata, della mafia vincente dei Corleonesi. E poi per il valore del suo impegno quale collaboratore di giustizia. Nasce nel 1940 in un mondo in guerra, nei quartieri poveri di Palermo. È un bambino che abbandona la scuola a dieci anni. Un figlio di una famiglia disagiata, il cui disagio si rispecchia in altre famiglie, il cui futuro è segnato: restare ladruncolo per sempre o fare un ‘salto sociale’, entrare nell’ambiente di Cosa Nostra e poi in quell’ambiente fare ‘carriera’. E che carriera: Gaspare, Asparinu da piccolo, crescendo è notato da chi conta nel quartiere e poi in carcere incontra Riina, colpo di fulmine.  

Una volta fuori, diventa braccio destro di Riina, suo guarda spalle, entra nel gruppo di fuoco dei corleonesi la mafia che sarà vincente su quella più ‘blasonata’ dei palermitani. Nel 1973, attraverso i riti della “pungintina” e della ‘Santina bruciata’ (immaginetta sacra), diventa a tutti gi effetti affiliato a Cosa Nostra. Si dissocia nel 1992 e a tutt’oggi non è tornato più a delinquere, ha scoperto una nuova ’quiete’ nella pittura e vive una sua ricerca di redenzione attraverso la fede, una ricerca diventata centrale nella sua vita dopo la morte della moglie, tre anni fa, la paziente Santina Maria, una vita da donna di mafia. Non rinnega il passato, ma non ricommetterebbe gli stessi ’errori’. Mutolo è stato protagonista dell’ultimo interrogatorio di Paolo Borsellino a Roma, il 17 luglio del 1992, [Borsellino morirà nella strage di via D’Amelio il 19, due giorni dopo] quando il magistrato scopre il ‘tradimento’, la ricerca alle sue spalle di un accordo con Cosa Nostra da parte di alcuni organi e rappresentanti delle Istituzioni. Vicenda che ha portato a un processo per la trattativa Stato- Mafia. 

Che idea si è fatto della persona Mutolo?

La sua storia appena raccontata, parla da sola: un uomo particolare, furbo, coraggioso, accorto, contradditorio, un uomo che è oggi la memoria orale della Mafia. 

Siamo abituati a vedere mafiosi che sono in carcere da molti anni senza scalfire le loro granitiche certezze, invece il percorso di Mutolo è molto diverso. Cosa l’ha portato a cambiare così tanto?

Due motivi. Essersi trovato a un bivio, come racconta lui nel libro, dove ho raccolto e ordinato la sua biografia: ‘O fuori, o morto’. Riina era diventato un sanguinario, non rispettava più le regole che nella Mafia sono ferree. Ognuno poteva essere ammazzato. Un delirio di onnipotenza, là dove la Mafia ha bisogno di calma, di ordine, di tempi lungi, di attese del momento opportuno per agire e non solo quando si tratta di ammazzare. Mutolo è responsabile di ventidue omicidi, di cui alcuni strangolamenti.  E, non meno importante, seppur racchiusa in poche frasi, la presa di distanza della moglie, la paziente Santina, che davanti ai ragazzini che vengono uccisi da Cosa Nostra, si rivolge al marito in quel periodo in carcere a Spoleto, e in tal modo lei per prima ‘si dissocia’: ‘Siete tutti matti! Ammazzare dei figli!’ 

Lei ha anche prodotto il film di Franco Maresco, ‘La mafia non è più quella di una volta’. Che esperienza è stata, e in che modo un film apparentemente comico può raccontare la mafia, oggi, a Palermo?

Diciamo che il film prodotto da Ila Palma, vede soprattutto in Rean Mazzone il vero protagonista produttivo di un’impresa molto complessa scaturita dalla forza creativa di Maresco. Un’esperienza che mi ha arricchito portandomi su altri binari. Scrivere vuol dire essere soli davanti a un computer, ricordare una voce ascoltare una registrazione, produrre vuol dire condividere, e mettere insieme piani diversi di esperienze e di ruoli. Il film non lo definirei comico, grottesco, forse? Soprattutto la qualità del film che ha vinto il premio speciale della giuria dell’ultimo festival d Venezia, è quella di non scadere in alcun tipo di moralismo di raccontare ‘da dentro’, pur restando fuori con lo sguardo. Credo che sia la stessa qualità del libro. In tal modo attraverso esperienze di criminalità, si penetra dentro la normalità nella quale siamo immersi.  

È anche un film che racconta il rischio della ritualità vuota come risposta alla mafia, dell’antimafia da manifestazione con le autorità e i fiori d’ordinanza.

Sciascia ha già detto tutto, molti anni fa. Il rito, se non è nutrito di emozioni, memoria, ricerca di verità, assunzione di responsabilità, diventa un contenitore svuotato di valore. Formule vuote dove può penetrare lo stesso crimine che si contrasta. Come si racconta nel film La mafia non è più quella di una volta

Mutolo dice nel libro, “La mafia si assimila, come l’aria”. È ancora così, secondo lei, per le nuove generazioni?

Rispondo con una frase di un gesuita del secolo scorso: “dateci un bambino per qualche anno e sarà per sempre ‘nostro’”.

Che effetto le ha fatto riprendere il discorso, interrotto alcuni anni, fa con Mutolo?

Lo desideravo molto. Nella prima fase di lavoro, era tutto nuovo, dovevo raccontare dopo aver ascolto, aver assimilato l’altrui ‘anima’, pur essendo vigile, all’erta nel non farmi fagocitare. Oggi a distanza di alcuni anni conosco l’altro e mi permetto di insistere su alcuni punti restati oscuri, come quello del pentimento. Io incalzo. Do le battute. L’appendice del libro scritta nel gennaio del 2019, dopo alcuni incontri con Mutolo è chiara fin da titolo: ‘Nella mente di un killer di Mafia’. 

Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo di Anna Vinci, Chiarelettere, pagine 244, euro 16



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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