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"Faccio il tifo per una catastrofe, da cui poi ripartire" - Marco Cubeddu ci racconta Pornokiller

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Una conversazione fra necessità di una rivoluzione creativa, serialità, cinema e letteratura.


Carlo Ballauri è un gigante, 2 metri per 200 chili. La sua casa di produzione di porno va uno schifo, la sua carriera di regista altrettanto.
Con Pornokiller il ventisettenne Marco Cubeddu ha scritto un libro smodato come il suo protagonista. Torino è lo sfondo di una storia popolata di prostitute sagge, poliziotti violenti, politici marci dentro. Pulp violento, scorretto e divertente, è il secondo romanzo dell’autore che arriva a un paio d’anni da Con una bomba a mano sul cuore.

L’avete capito, niente fioretto o cesello nelle opere di Cubeddu, provenienza Scuola Holden, ma le continue contraddizioni di personaggi in bilico fra la disperazione e l’estasi, il dramma e la risata. Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione della manifestazione Libri come.  

È una genesi molto cinematografica quella del tuo romanzo. Come è nato?

La genesi è un soggetto cinematografico puro e semplice, di cui ho scritto anche una quarantina di pagine di sceneggiatura. Poi mentre con Mondadori lavoravamo al primo libro, l’abbiamo inserito nella trama come plot del primo grande romanzo di successo di Alessandro Spera, il protagonista del libro Con una bomba a mano sul cuore. A Mondadori è piaciuta la trama del finto romanzo e mi ha chiesto di scriverne un vero romanzo.

Il pasticciere trotzkista di Nanni Moretti, praticamente.

Il concetto è un po’ quello. Io vorrei in realtà farne un film, ma servono come minimo due milioni di euro e siccome nessuno me li dà, fare un libro è molto più economico. Poi mi convince anche come romanzo, però credo sarebbe un film più bello di quanto possa essere, o meno, il libro.

Tu vieni dalla Scuola Holden, che le storie le incanala in vari ambiti, siano cinema o letteratura. Recentemente James Ellroy ha sostenuto la superiorità della letteratura rispetto al cinema. Tu come ti poni?

Più che sul cinema attualmente il dibattito è sulle serie televisive, sul fatto che siano o meno la nuova letteratura. Io penso che contrapporre forme d’espressione diverse abbia poco senso. Ogni forma ha i suoi punti di forza e di debolezza e soprattutto deve confrontarsi con un clima storico in cui ha più o meno successo. Mi sembra improbabile che il teatro possa diventare la forma espressiva dominante del futuro; mi sembra ragionevole e bello che oggi, e sempre di più nel futuro, lo siano le serie televisive. Penso che i romanzi non moriranno mai, perché fanno un’altra cosa, ma forse è da ripensare il sistema produttivo dietro ai libri, di carta o ebook. In ogni caso sono tutte forme espressive che mi piacciono molto, con cui mi piacerebbe esprimermi a mio modo. Il romanzo ben si presta a mischiare un po’ tutto.

Il libro, però, che è scorretto, pulp, o qualsiasi etichetta si voglia usare, mi sembra difficile da rendere al cinema; almeno in un periodo in cui questa forma espressiva tende ad autocensurarsi, a preoccuparsi della possibile vendita televisiva, nonostante non ci sia un soldo neanche lì.

Ho incontrato dei produttori in queste settimane e la prima domanda è sempre se si tratta di una commedia. Ha dei toni comici, ma non la definirei mai una commedia. Questo provoca immediatamente una loro mancanza d’interesse nell’investire in un prodotto che non sia quello che va di più da un punto di vista commerciale in Italia. Però trovo che, per esempio la serialità televisiva, dimostri come la amoralità delle narrazioni sia fondamentalmente la nuova morale. Quello che conta è una coerenza contenutistica, estetica, senza che si badi più alla morale intesa come bontà dei protagonisti. Da Breaking Bad a House of Cards, a Boardwalk Empire, si è superata questa cosa. Da questo punto di vista sono molto fiducioso. Penso che per un libro come il mio l’unico vero limite legato a una trasposizione cinematografica sia trovare un produttore sufficientemente folle da investire in una storia che è profondamente italiana; pur essendo difficile far capire al sistema produttivo quanto sia italianizzabile. Io la vedo quasi più al cinema che sulla carta. Certe pagine possono piacere o no, ma non rendono al meglio quello che visivamente potrebbe essere un trionfo sia di catastrofe che di farsa.


Ormai c’è una spaccatura sempre maggiore: da una parte la serialità delle generaliste, legata alla ricerca della moraletta per rassicurare il pubblico medio e sempre più invecchiato; dall’altra invece - magari attraverso un passaggio intermedio che può essere il cinema di Tarantino, che mi sembra tu ami molto - quella serialità nell’epoca dei social, in cui si è arrivati alla catarsi di un Breaking Bad o di un House of Cards. Serie in cui c’è quasi l’elogio di un lato oscuro che tutti abbiamo dentro, ma che per fortuna non scarichiamo nella vita di tutti i giorni, se non anonimamente e vigliaccamente sui social.

Da questo punto di vista tu parlavi del pubblico datato, principale destinatario di quelle fiction rassicuranti, francamente orribili; non vedo perché non dirlo. Faccio molto affidamento su questo, magari sono troppo ottimista; il fatto che quel pubblico si estinguerà è un dato incontrovertibile e quel pubblico sarà rinnovato. Io non conosco miei coetanei che guardino la televisione. Non è una forma di snobismo, perché invece divoriamo serie televisive; ma le guardiamo sul computer, in streaming o scaricandole coi torrent. Peraltro le serie più piratate sono anche quelle che incassano di più, quindi evidentemente pirateria e qualità non sono così tanto in contraddizione come viene fatto passare negli inutili tentativi di fermare questo fenomeno. È come Bob Dylan che fa togliere i suoi brani da youtube: per uno che viene tolto dieci ne vengono messi. È come svuotare il mare con un cucchiaino, non ce la faranno mai. Io ho molta fiducia in questo, penso che il pubblico sia sempre più sofisticato, competente, alla ricerca di contenuti e forme migliori e questo porterà, spero, a un collasso totale di un’industria audiovisiva fallimentare e becera in cui nessuno è contento. È questo, secondo me, il grande paradosso; non c’è uno sceneggiatore, un produttore, un addetto ai lavori che sia uno, che quando fa la merda non la chiami esattamente con il suo nome: merda. Tutti dicono: ‘eh, ma è così. Facciamo la merda, perché bisogna fare la merda’.

Non capisco economicamente il discorso, perché se rendesse, anche a lungo termine, si potrebbe prendere atto che il mercato vince e chissene frega. Ma siccome la serialità televisiva americana ci insegna che la qualità fa anche grandi incassi... è questo il mio grande enigma, ma penso sia ormai irriformabile. Ci deve essere un crollo. Se nell’arco di qualche anno crollerà completamente il mercato televisivo forse ricostruiremo da zero una nuova industria capace di fornire prodotti per un pubblico che già esiste e che andrà ad ampliarsi sempre di più.

Soprattutto un pubblico stimolato e molto curioso che è quello di coloro i quali scaricano o fanno i sottotitoli nelle varie community.

C’è una resistenza, ma penso che alla fine i numeri parleranno da soli. Io vedo un futuro luminoso e non catastrofico, grazie a una catastrofe per cui faccio il tifo e con me penso molti di noi.

Tornando al libro, c’è anche molta malinconia. Il racconto della fine di un’epoca, con questo personaggio di 200 kg, vagamente inverosimile, di 2 metri d’altezza.

Lui è un po’ Michael Madsen in Kill Bill. Un bell’uomo sfatto.

Vive in una società ipervitaminizzata, sempre più enorme, ma con i piedi d’argilla, sempre più fragile.

Da cittadino e autore trovo la situazione frustrante. Mi devo confrontare con un mercato del lavoro che in tutti i campi è disastroso, catastrofico. Questo ovviamente, da trentenne, non mi lascia del tutto sereno. Invece da mettere in scena trovo sia uno spettacolo assoluto. Penso che le macerie di cui noi siamo testimoni siano molto simili a quelle di una guerra mondiale. Se, da vivere, l’idea di bombardati, rastrellati, ghettizzati, deportati, è ovviamente terrificante e da combattere, invece da un punto di vista artistico è quanto di più interessante, magmatico e plasmabile ci sia. Io me la godo molto.

Praticamente vuoi proporre un nuovo manifesto futurista?

No, non mi azzarderei mai. In realtà trovo di essere molto fortunato a vivere in questo tempo. Perché è un tempo in cui si stanno rompendo tante vecchie dinamiche, ci è consegnato un mondo di gigantesca inquietudine esistenziale, senza valori o istituzioni come quella della famiglia a rassicurarci; a dirci che faremo dei figli, che ci sposeremo. Non c’è niente: non un mercato del lavoro, nulla che ci dia una prospettiva di sviluppo. C’è un momento di stagnazione e una paura condivisa e imperante. Questo ovviamente mi lascia sveglio la notte a chiedermi come diavolo pagherò l’affitto il mese prossimo... ma per scriverne, mi ritengo molto fortunato. Questa inquietudine è quanto di più fertile artisticamente ci sia. Nel libro - senza nessun intento sociale o sociologico, che non penso sia compito mio -volevo raccontare solo una storia che fosse bella, secondo la mia idea di bellezza. Quindi appunto catastrofica, dolorosa, malinconica. Però penso che il protagonista, ma anche i personaggi secondari, incarnino una grande bellezza e una grande decadenza. È questo quello che mi piace raccontare.

Pornokiller di Marco Cubeddu, Mondadori, pagine 196, euro 17



 

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