Enrico Vanzina: "La sera a Roma è lo sguardo su un paese che non fa progetti"

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Enrico Vanzina: "La sera a Roma è lo sguardo su un paese che non fa progetti"

E’ dedicata a Ennio Fantastichini, che con la sua improvvisa scomparsa ha sconvolto, sconcertato e addolorato il cinema italiano, la ventottesima edizione del Noir in Festival, che prende il via oggi, 3 dicembre, e proseguirà fino al 9. Lo hanno reso noto ieri Giorgio Gosetti e Marina Fabbri, che hanno riconosciuto in un attore che tutti amavano e stimavano "un amico sincero" e un artista che ha attraversato il genere noir (e il festival stesso) in più di un'occasione, lasciando un'impronta forte e personalissima.
Pur cimentandosi di tanto in tanto nelle commedie, Fantastichini non ha mai "incrociato" i Vanzina. Carlo ed Enrico non avevano grande familiarità con lui, ma lo stimavano, ed Enrico, arrivato a Milano per presentare il suo nuovo romanzo, dice di lui: "Non conoscevo di persona Ennio, non ho mai avuto modo di incontrarlo per un casting. Marco Risi, che lo ha diretto in Fortapàsc, mi ha confidato l'altro giorno: 'Ha avuto grandi problemi dovuti a alle sue debolezze, ma li ha superati, era uomo con due palle così'. Mi dispiace che non ci sia più, gli volevo bene".

La sera a Roma non è il primo romanzo di Enrico Vanzina né il suo primo giallo, o noir. Questo, però, ha un protagonista che fa lo sceneggiatore, cosa che ha permesso all'autore di superare una piccola impasse iniziale:  "Quando ho cominciato a buttare giù La sera a Roma, volevo scrivere un romanzo giallo che fosse anche divertente, che ricordasse Fruttero e Lucentini, in particolare La donna della domenica, però non riuscivo ad andare avanti. Poi mi sono detto: 'Il protagonista devo essere io, così ho inventato Federico, che fa lo sceneggiatore come me e che come me è sposato con una donna straniera. Flaubert diceva: 'Madame Bovary c'est moi', io invece dico: 'Federico c'est un peu moi', anzi, non un peu, molto, perché anche io ho una rubrica su Roma sul Messaggero, e prima ancora, l'ho avuta sul Corriere della sera, prendendo il testimone da Ennio Flaiano. Chi meglio di me, dunque, poteva raccontare qualcosa in più sulla mia città attraverso una trama gialla?".

Usando una tecnica americana un po’ alla Truman Capote e un po’ alla Tom Wolfe, Enrico Vanzina ha voluto mettere nel libro nomi e cognomi. Per lui era importante che il lettore avesse un'impressione di verità, e la prima verità da raccontare riguardava Roma: "Roma è ciclica: scende, sale, scende, sale, e nel frattempo i suoi fantasmi la rendono affascinante. La sera a Roma è un libro sui fantasmi del cinema che aleggiano fra le strade della città, fantasmi dei grandi che non ci sono più: Monicelli, Age, Scarpelli e tutti coloro che hanno fatto commedie intelligenti, popolari".

Quando si ambienta una storia nella capitale d'Italia e si parla di viveur, decadenza morale, ricchezza, sedicenti intellettuali, non si può non pensare a La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Vanzina non solo ci ha pensato, ma ha immaginato il suo Federico, che flirta con l'aristocrazia nera pur essendone a tratti disgustato, alle prese con un articolo sul film del regista napoletano, opera sublime che però, a suo dire, parla d'altro: "Sorrentino ci ha regalato un film bellissimo ed è un autore che ha un passo visivo superiore agli altri, ma Paolo ha voluto fare un film sul tempo, ha voluto fare La recherche di Proust. Lui non ha fotografato Roma nella sua essenza. Fellini, per La dolce vita, aveva Flaiano, che ha portato nel film un tasso di contemporaneità che poi Federico ha trasformato in qualcosa di misterioso. Quello che vediamo sulle terrazze de La grande bellezza non è Roma".

Poi Enrico Vanzina racconta un aneddoto sempre legato a La grande bellezza: "Ho fatto una presentazione de La sera a Roma al Circolo degli Affari Esteri, dove un mio amico, Claudio Strinati, ha detto: 'Nel film di Sorrentino Gep Gambardella ha scritto un libro solo, poi se ne va in giro per feste e balli a dire che ne sta scrivendo un altro. E sapete che libro è? La sera a Roma’”.

Il nuovo romanzo dello sceneggiatore di Vacanze di Natale, infine, è intimo e personale perché scandaglia la doppia anima di quanti si dividono fra scrittura per il cinema e cronaca: "Questo romanzo va letto in cinque ore, poi bisogna ripensarci, perché c'è qualcosa in più sotto, qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle, con cui mi sono spesso confrontato. Chi fa il cinema, finisce per immaginare la vita come un film, quindi tende a pensare che i suoi rapporti interpersonali possano essere cambiati come si fa sulle pagine di una sceneggiatura. Il giornalista, invece deve rappresentare le cose per ciò che sono e deve quindi lasciarle stare. Io oscillo fra questi due atteggiamenti. In ogni modo, La sera a Roma è il romanzo di uno sguardo, uno sguardo su un paese che non ricorda e che non fa progetti, e che si è rassegnato al presente".

Ed Enrico Vanzina si è rassegnato al presente? Sembra proprio di no, perché per il futuro ha progetti ben chiari. Ne parla prima di congedarsi, sottolineando ancora una volta la sua fascinazione per il noir: "Mi piace immaginare che negli anni che mi restano da vivere io riesca a scrivere altri due o tre romanzi, però il mio compito principale è portare avanti la memoria di mio fratello, facendo cose che volevamo fare insieme. Insieme abbiamo percorso la strada del noir, con Sotto il vestito niente, Mystère e Tre colonne in cronaca, e se ci penso, preferirei fare un film noir piuttosto che un romanzo noir. Da ragazzi, Carlo ed io abbiamo visto con grande gusto tantissimi noir, il genere che preferisco resta sempre il western, ma il noir è subito dietro".



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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