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"Come i supereroi lo scrittore è solo": Maurizio De Giovanni ci racconta Nozze per i bastardi di Pizzofalcone

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Al Noir in Festival abbiamo intervistato lo scrittore, che ha appena invaso le librerie con un nuovo romanzo.

"Come i supereroi lo scrittore è solo": Maurizio De Giovanni ci racconta Nozze per i bastardi di Pizzofalcone

E… dulcis in fundo, al Noir in Festival abbiamo incontrato Maurizio De Giovanni, che quando ha partecipato, nel 2005, a un concorso letterario con un racconto di cui era protagonista il Commissario Ricciardi, non immaginava certo che, nel giro di un decennio o poco più, sarebbe diventato uno dei più grandi giallisti italiani. I suoi libri grondano umanità, i suoi personaggi sono adorabili, la sua Napoli una città dal cuore pulsante e dalle mille anime. L'ultimo libro dello scrittore, pubblicato da Einaudi e arrivato nelle librerie il 3 dicembre, è Nozze per i bastardi di Pizzofalcone e vede l'Ispettore Lojacono e i suoi fidati collaboratori alle prese con l’omicidio di una futura sposa. De Giovanni ce ne parla nel salottino di un hotel milanese. Ascoltarlo è un piacere, perché è un affabulatore e perché ha una grande vivacità intellettuale. Ed è generoso e si racconta volentieri. La nostra prima domanda, naturalmente, riguarda il romanzo.

Molti scrittori e registi partono da un’immagine che li colpisce e poi ci costruiscono intorno una narrazione. Siccome l’immagine dell’abito da sposa che galleggia nel mare, che vediamo anche sulla copertina del libro, è molto potente, mi domando se sia stata quella la tua prima ispirazione…
Bella domanda. E’ stato proprio così. Camminavo per Via Duomo, che è una strada centrale di Napoli, e sono capitato di fronte a un negozio che vendeva abiti da sposa. C'erano due o tre vestiti esposti in vetrina e da uno dei manichini si era sfilato un abito che era caduto a terra lasciando il manichino scoperto a metà. Noi maschi siamo abituati a immaginare i vestiti da sposa addosso alla sposa o in una vetrina, e quindi vedere un abito così ricco in una condizione così povera, come se lo avessero gettato via, quasi fosse un rifiuto, mi ha colpito molto visivamente. Un abito da sposa gettato via dopo il matrimonio è una cosa normale. Invece, un abito da sposa gettato via prima del matrimonio, cioè prima di esercitare la sua funzione, rappresenta le nozze mancate, e proprio le nozze mancate sono diventate l'idea centrale di questo libro. E’ la cosa più noir che esista la festa negata, la sottrazione di una festa nel giorno più bello della vita di una donna, perché, parliamoci chiaro, le nozze sono la festa della donna, della sposa, non dello sposo, L'idea dell'abito gettato via che scorre con i rifiuti sul mare era l'immagine più potente che potesse supportare un storia criminale.

Nel libro Napoli è fredda, ventosa, i personaggi si lamentano in continuazione dell'inverno e del maltempo. Perché un tale accanimento meteorologico?
Un libro è un viaggio, e la lettura di un libro, contrariamente alla fruizione di una storia per immagini, implica un coinvolgimento sensoriale da parte del lettore. Il lettore va in viaggio in un libro, quindi il clima è fondamentale. In tutti i miei romanzi il clima è chiarito all'inizio e deve accompagnare i personaggi per tutto il tempo. Quando andiamo in viaggio, la prima cosa che pensiamo è: che mi metto? Come mi vesto? Così dev'essere un libro, perché la lettura è coinvolgimento, immaginazione, profondità emotiva, e quindi la pelle, l'epidermide, dev’essere forte. Se io devo scrivere una scena di sesso, non la descriverò guardandola, la descriverò vivendola, e così dev'essere in ogni momento della narrazione, quindi il clima va chiarito in maniera preventiva, e l'immedesimazione del lettore passa attraverso il clima. Se io dico che c'è vento e fa freddo, non ti posso far chiacchierare per strada, perché non ha senso, devo interromperti, devo alterare i tuoi pensieri, devo spezzarli, devo spettinarli, proprio come fa il vento.

Uno dei momenti più belli del libro è un dialogo fra Pisanelli e il malavitoso Emiliano Sorbo, che, riferendosi alla Camorra, dice: "Noi siamo il grande alibi". Sei d'accordo con lui?
Sì. La criminalità organizzata è un alibi con cui la gente comune si spiega qualsiasi forma di malaffare. Molto spesso, invece, si tratta di normale corruzione, normale incapacità, normale inadeguatezza. A me piace molto che si dica che la criminalità organizzata che c'è ed è un cancro, ma va combattuta nel suo ambito, cioè dove effettivamente è presente, non va usata come un ombrello per spiegare ogni cosa che non va.

Ti innamoreresti più facilmente di Ottavia Calabrese, della Piras o di Elsa Martini?
Io amo tutti i miei personaggi, ma se mi chiedi quale delle tre mi sia più cara, direi Ottavia, Ottavia mi piace perché è umana, la sua sofferenza di madre si può trasformare in un umano sentimento di oppressione di fronte al figlio. Noi siamo abituati alle mamme angelo, che sacrificano la propria vita per un bambino che non sta bene, ma non è sempre così, una donna è una donna, vuole vivere. La Piras mi piace molto perché è una donna che si fa largo a gomitate in un mondo maschile e quindi amo il suo atteggiamento da donna forte, ma se mi chiedi di chi mi innamorerei, ti rispondo della Martini, perché Elsa è una donna con molte paure e fragilità nascoste dietro una durezza estrema. Non c'è niente di più bello di vedere una crepa in una scorza dura, e capire che sotto la scorza ci sono tenerezza e fragilità.

In un solo quartiere Pisanelli individua una Napoli commerciale, una finanziaria, una aristocratica e una popolare…
Questa è una caratteristica della mia città, la mia città è l'unica città del mondo che ha la periferia in centro, è l'unica città che ha mille confini e in cui ogni quartiere ha il suo doppio, ogni singolo quartiere ha all'interno un nucleo in cui si parla un'altra lingua, si mangia un altro cibo, si vede un altro teatro e si suona un'altra musica. Questo rende Napoli difficile da un punto di vista sociale, ma meravigliosa dal punto di vista narrativo, perché le storie sono i conflitti, ogni storia è la differenza fra lo status quo ante e lo status quo successivo e finale. Napoli è la città dei contrasti, è la luce forte e la tenebra profonda, e tutte le ombre che ci stanno in mezzo sono meravigliose da raccontare.

Napoli ormai è un set privilegiato. Qual è la tua Napoli cinematografica preferita?
Io sono molto affezionato a Così parlò Bellavista, che in maniera sorridente racconta molta amarezza. Lo trovo vicino al L'oro di Napoli, il meraviglioso film di De Sica che è a episodi e per quadri racconta la città. Io credo che Napoli vada raccontata per quadri, perciò ti nomino questi due film, perché Napoli è una città talmente plurale, talmente polifonica che non può essere raccontata con un'unica nota.

Ricciardi ha un dono, in un film americano si parlerebbe di un superpotere. Se la scrittura è un superpotere, che cosa ti consente di fare?
Quella di Ricciardi è una condanna e anche la scrittura lo è, il regalo più grande che fa un autore ai propri lettori è l'immedesimazione nei personaggi. Diventare un pedofilo, diventare un assassino seriale, diventare un violentatore di donne, per spiegarne le ragioni, per raccontarne le ragioni, è un grande sacrificio. Io ho dovuto raccontare genitori che uccidono i figli, o che li perdono, o che li usano. Per un padre raccontare una cosa del genere è straziante, è lesivo del proprio cuore e della propria anima. Il grande sacrificio che uno scrittore fa è questo. Quindi, come i supereroi e come Ricciardi, lo scrittore è solo.

Scrivi tanto e scrivi bene, è come se i tuoi romanzi vibrassero, fremessero. Ci vedo tanta vita ma anche tanta vitalità e mi domando se la tua sia un’urgenza di scrivere o semplicemente una passione.
Io so scrivere per immedesimazione, non ho una scrittura aulica, io dico sempre che sono aiutato dal fatto di non essere bravo. La mia scrittura non è alta, io racconto storie, non faccio arpeggi, non so fare gli assoli, ma so narrare storie, quindi raccontare storie, salvaguardando i miei personaggi, lasciandoli veri così come li trovo, credo sia la forza di questi romanzi.

Cosa rende Alessandro Gassmann un perfetto Lojacono?
Alessandro è un ragazzo dalla sensibilità immensa, un grande artista. Le sue regie teatrali sono magnifiche. Ho avuto due volte modo di lavorare con lui, con l'adattamento di Qualcuno volò sul nido del cuculo, che scrissi per lui come regista, e Il silenzio grande, che adesso sta girando per i teatri e sta avendo un successo clamoroso e che diventerà un film per il cinema a maggio, con la sua interpretazione. Di Alessandro mi colpisce l'enorme capacità di guardare al di là del testo. Lui rappresenta le ferite di Lojacono, la durezza di una solitudine acquisita. E’ un ottimo Lojacono Alessandro, ma ho il sospetto che sia merito non di Lojacono ma di Alessandro.

E come vedi Lino Guanciale nei panni del commissario Ricciardi?
Lino Guanciale non lo conosco.
Sei stato sul set della fiction sul commissario Ricciardi?
No.La fiction tv, così come un film o un'opera teatrale è un contesto di professionalità in cui ogni professionista legittimamente esercita la propria autonomia. Queste autonomie possono essere sintoniche ma anche distoniche, puoi anche non trovartici. Siccome io non mi sono riconosciuto in molte delle scelte fatte da chi ha ideato la fiction con Ricciardi, lasciando piena libertà ho fatto un passo indietro e non ho seguito il progetto nella sua realizzazione.

Cosa invidi a Ricciardi e cosa a Lojacono?
Di Ricciardi apprezzo la testardaggine, che è una caratteristica che non mi appartiene. Ricciardi non è particolarmente bravo ma è pertinace, quindi prende ogni cosa come un fatto personale. A Lojacono invidio l'intuito. Lojacono è straordinario a mettere insieme i particolari che gli altri non vedono nemmeno.

Ti è mai capitato che, come i sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello, i tuoi personaggi ti siano sfuggiti di mano e abbiano cominciato a vivere di vita propria?
Sempre mi sfuggono di mano, soprattutto i personaggi femminili, non mi sogno minimamente di poterli gestire, le donne non le ho mai capite, figurati se posso comprenderle nei romanzi. Io credo che il bravo autore debba lasciare andare i personaggi, funziona come un'espressione algebrica, tu scrivi il primo passaggio e sei creativo, ci metti quello che vuoi: potenze, parentesi, radici. Quando arrivi alla fine e metti uguale, quell'espressione ha un risultato, e tu che l'hai creato non lo conosci, l'unico modo di conoscere il risultato è svolgere l’espressione. La scrittura di un romanzo è lo svolgimento di quell’espressione in cui vedi, passaggio dopo passaggio, i numeri interagire fra di loro, incontrarsi, separarsi, sovrapporsi, allontanarsi, riavvicinarsi. Quando arrivi alla fine e realizzi il risultato, quell'espressione ti sorprenderà, e i personaggi ti sorprendono ogni volta.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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