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C'era una volta, a Genova, la millennial Blondie: Bruno Morchio presenta Dove crollano i sogni

Il quarto incontro online con i finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco è con Bruno Morchio, che nel suo penultimo romanzo Dove crollano i sogni lascia a casa Bacci Pagano.

C'era una volta, a Genova, la millennial Blondie: Bruno Morchio presenta Dove crollano i sogni

Il penultimo appuntamento online con i finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco, assegnato al miglior romanzo noir italiano dell'anno dal Noir in Festival, è con Bruno Morchio, conosciuto ai più come l'inventore dell'investigatore privato genovese Bacci Pagano. Costui non appare nel penultimo romanzo dello scrittore, che si intitola Dove crollano i sogni, che poi è il libro di cui si parla nell'incontro. Protagonista della storia è una diciassettenne di nome Ramona (per gli amici Blondie) che è nata il 4 luglio del 2000 e che ritroviamo nella primavera del 2018.
Dell'origine di questo personaggio e delle sue caratteristiche parla prima di tutto Morchio, incalzato dal giornalista e scrittore Valerio Calzolaio e da Marina Fabbri, che dirige insieme a Giorgio Gosetti Il Noir: "Di Blondie ne ho incontrate diverse nel corso di 30 anni di esperienza in un consultorio familiare pubblico di periferia, dove ho lavorato come psicologo fino a maggio del 2018. Non ho avuto grandi problemi a identificarmi con Blondie e a darle una voce. La difficoltà è stata darle una lingua, perché questo romanzo l'ho finito e poi l'ho riscritto completamente da cima a fondo nel momento in cui ho voluto rendere realistico il linguaggio di una ragazzina di 17 anni che ha la terza media e che parla in maniera molto basica, riuscendo tuttavia a esprimere concetti che vanno al di là dell'immediatezza concreta. Ramona non ha un'educazione sentimentale, è autocentrata ed è orfana di padre, o meglio non lo ha mai conosciuto, ma suo papà è importante nell'economia della storia perché la mamma le ha detto: tuo padre è un marinaio che poi è sparito, e così lei immagina di raggiungerlo perché vede una rivista patinata con un servizio sul Costa Rica, si innamora di quel posto e decide che il suo sogno è recarsi là. Blondie ha un'intelligenza animale, è capace di intuire ciò che gli altri si aspettano da lei e di sfruttarlo per i suoi scopi, ma riesce anche a snocciolare pillole di saggezza in maniera sorprendente".

Se è vero, come osserva Marina Fabbri, che il noir è il romanzo sociale della nostra epoca, allora Dove crollano i sogni è un noir al 100%, perché il suo autore racconta anche Genova attraverso uno dei suoi quartieri più in difficoltà: Certosa.
"Certosa" - spiega Morchio - "è il quartiere che sta sotto il ponte Morandi. Ho scritto questo romanzo dopo il crollo del ponte. Non sono riuscito a non scriverne, e credo che potremmo considerare il libro una forma di elaborazione di quel trauma là. A me interessava, al di là della tragedia che poi si racconterà alla fine, quello che ci stava e che ancora ci sta sotto: una zona che è stata un grande distretto industriale e che con la deindustrializzazione ha cambiato completamente volto, perché le opportunità di lavoro sono venute meno. L'altro processo terribile che il quartiere ha subito è l'invecchiamento della popolazione, che a Genova è un fenomeno drammatico. Io però volevo guardare al futuro, il futuro di una generazione a cui l'avvenire è stato rubato, perché questi ragazzi che non studiano, non lavorano e non fanno nulla non rappresentano una minoranza marginale, ma una fetta cospicua dei giovani della periferia genovese, e parliamo di oltre il 20% dei ragazzi fra i 15 e i 22 anni. A me interessava entrare in quel contesto, in quel vuoto, che rimane un vuoto fintanto che non arriva qualcosa di drammatico e quindi irrompono delle emozioni quasi incontenibili. Tornando a Blondie, lei legge la realtà dei suoi coetanei, la divisione in classi della società e capisce il mondo degli adulti".

Con Dove crollano i sogni Bruno Morchio si è un po’ distaccato dal noir più classico, quello in cui c'è un detective che indaga sull'omicidio di qualcuno. Il pubblico ha gradito questa originalità e, pur amando Bacci Pagano, si è appassionato alla vicenda di Blondie: "Quando Massimo Carlotto ha buttato il sasso nello stagno dicendo: questi noir italiani sono tanti e questi investigatori tendono un po’ a diventare ripetitivi, penso che avesse ragione. Credo che la cosa che bisogna fare per non essere uguali a tutti gli altri sia andare a rileggere i classici. Io, in questo caso, sono andato a riprendere il noir nella sua versione più originaria, che è probabilmente quella di James Cain de Il postino suona sempre due volte, ma anche quella del Simenon senza Maigret, dove il crimine viene sezionato, anatomizzato, e una persona normale, sotto le spinte della società, arriva a varcare il limite. Ora, questo è interessante perché è l'opposto del giallo, dove c’è una rottura, uno strappo nella normalità del tessuto sociale quando si verifica un crimine. Qui invece il discorso viene rovesciato: c'è una società che promuove le condizioni del crimine".

A proposito di Massimo Carlotto, al momento sta vivendo un periodo di grande felicità per via della serie tv di grande successo L'Alligatore, tratta dai suoi libri e a cui ha contribuito come sceneggiatore. Bruno Morchio la ama e non gli dispiacerebbe che lo stesso destino toccasse ai libri con protagonista Bacci Pagano: "Speriamo che, se mai si farà una serie su Bacci Pagano, sia del livello di quella di Carlotto, perché ultimamente Genova è stata l'ambientazione della serie incentrata sui libri della Bartlett che a me non ha convinto per niente, nonostante la bravura degli attori. La città, per esempio, appare come una cartolina per turisti. Anche dal punto di vista narrativo ci sono dei problemi. Amo L'Alligatore. Ho apprezzato la sceneggiatura, il ritmo, la musica, gli attori, la regia. Massimo lo meritava e gli hanno restituito una delle serie televisive hard boiled più belle degli ultimi anni. L'ultimo hard boiled che mi ha colpito tanto in tv è stato il Perry Mason che ha trasmesso Sky, che però è una serie americana. Non so se mai riusciremo ad avere a Genova una cosa del genere, perché noi abbiamo il grande problema del dialetto, che ha una marcata vocazione comica e solo alcuni autori sono riusciti a uscirne, per esempio Andrea Camilleri con La mossa del cavallo".

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