"Basta con i thriller sugli ispettori amanti della buona cucina" Sandrone Dazieri in difesa del genere che destabilizza

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"Basta con i thriller sugli ispettori amanti della buona cucina" Sandrone Dazieri in difesa del genere che destabilizza

Tu tueras le Père. Suona così in francese Uccidi il padre, il romanzo di maggior successo dello scrittore di thriller Sandrone Dazieri, appena tradotto oltralpe. Uno dei nostri romanzi di genere più apprezzati degli ultimi tempi, scritto da un autore che si è fatto conoscere con la serie del Gorilla e si divide ormai da anni fra una carriera letteraria e una come sceneggiatore di serie tv come "Squadra antimafia", successo ormai da sette anni della fiction di Canale 5.

Abbiamo incontrato Dazieri in un affollato caffé parigino, parlando di serie, di romanzi, di cinema. Insomma, di alcune delle molteplici idee sempre in circolo nella fantasia di questo scrittore di Cremona, tanto affabile di persona, quanto cruento nella penna.

Come funziona una serie così rodata come Squadra antimafia?

È costruita attorno alla figura del fondatore Pietro Valsecchi, ideatore di tutte le serie che escono dalla Taodue; decide il soggetto di serie, le linee generali dei personaggi principali e l’obiettivo della storia, per poi affidarlo agli story editor. Ognuno ci mette del suo; io credo di aver contribuito con il gusto del colpo di scena e del cliffhanger, su cui insisto molto. Non mi interessava rifare "La piovra", o una storia super realistica, ma raccontare di cose vere con un taglio vicino al genere, sopra le righe come il personaggio del super cattivo De Silva o dei poliziotti esagerati come Calcaterra. Una strana alchimia fra genere e racconto sociale che continua a darmi molte soddisfazioni. È una serie particolare che credo abbia fatto scuola. Ha un ritmo che ha svecchiato il modo di fare genere in televisione: è più veloce e moderna e in scrittura cerco di togliere tutto quello che è superfluo al plot. In sette anni non ho mai scritto una scena in cui qualcuno mangia un panino. Questo è uno dei motivi di discussione con Valsecchi, che è più realistico, e so che un po’ diffida di me che non sono uno sceneggiatore puro, ma vengo dai libri. Con Taodue ho imparato molto, anche dal rapporto spesso conflittuale con Valsecchi. Lo definisco lo Stan Lee italiano - il creatore e inventore dei personaggi della Marvel - che discuteva con tutti i disegnatori e li mandava a fanculo. Più o meno è questo il rapporto che ho con lui.

La serialità nella televisione in chiaro da noi necessita davvero di essere svecchiata.

Io ho sempre lavorato nella tv generalista in cui devi parlare a tutti. Cerco di spingere la storia ai limiti, ma non puoi ragionare come scrivessi per Sky, dove il pubblico è più raffinato, ma composto da un milione di persone, in cui puoi mostrare sesso, violenza ed evitare di spiegare molte cose. Sei costretto, invece, a essere molto chiaro, non perdendo nessuno. In Squadra antimafia abbiamo cinque interruzioni pubblicitarie e quando scrivi non puoi dimenticarti di inserire dei riepiloghi, altrimenti il pubblico che si alza un attimo si perde. Gli attori mi odiano per questo, ma cerco di farlo senza che pesi troppo.

Che pensi della serialità di successo di Sky firmata Stefano Sollima: Gomorra e la nuova Suburra che sarà prodotta da Netflix?

Li considero dei grandissimi lavori, "Gomorra" è la serie della pay che ho più amato, anche perché ho avuto la sensazione che tutta la macchina andasse nella stessa direzione. Cosa rara, visto che nel passaggio dalla scrittura al montaggio talvolta si va in direzioni diverse da quella originaria. Ho sempre sperato che Sky avesse la funzione della tv via cavo in America, dove se fossero rimaste solo due televisioni generaliste staremmo ancora a vedere "Starsky & Hutch". Il gusto si espande. Tre anni fa avevo scritto un documento in cui invitavo i produttori a scrivere direttamente per il digitale con progetti a basso costo, saltando le televisioni e rivolgendoci direttamente agli spettatori. I produttori mi risposero che non erano capaci di rimediare i soldi al di fuori del rapporto con le televisioni. In Italia funziona così. Ho sperato che riuscissimo a portarci avanti noi, prima dell’arrivo di Netflix, realizzando contenuti per lo streaming, magari aiutati da grandi aziende con voglia di investire fortemente nel product placement. Un’occasione per intercettare il pubblico dei ventenni che la televisione non la guarda più, ma vede tutto sul computer. Bisogna uscire dalla logica per cui quando vai fuori dai tuoi confini fai quelle coproduzioni tristissime in cui c’è un attore di ogni paese, che sembrano girate in un non luogo in cui sei a Roma, ma sulla macchina c’è scritto Polizei. Poi abbiamo una storia incredibile e ce la facciamo saccheggiare dagli americani. Perché non le facciamo noi Rome, I Borgia o Da Vinci’s Demons? Avrei dato un piede per farla. Ma se andavo io da un produttore italiano proponendo una serie in cui Leonardo Da Vinci sconfigge il male mi buttavano fuori dalla finestra e mi dicevano di raccontare di un prete in bicicletta.

Il genere in Italia. Il solito rimpianto di questi anni, per televisione e cinema.

Penso che l’horror oggi sarebbe perfetto per raccontare il presente al cinema, mentre i committenti reagiscono scetticamente. Ti dicono che gialli, fantascienza o horror non li puoi fare. Sei bloccato in partenza, ma io ho un progetto di cui ho già scritto il soggetto, a basso budget. Se non trovo un produttore me lo produco da solo.

Nel cinema il paradosso è che l’horror in Italia incassa discretamente, allora li prendiamo da altri paesi, ma noi non li facciamo.

Bisogna anche trovare gente che abbia il gusto di scriverli. Una cosa che ho notato spesso in alcuni colleghi è che scrivono il genere, ma gli fa un po’ schifo, perché in realtà si sentono autori. Il risultato è una palla infinita, una cosa che non sopporto. Io il genere lo faccio perché mi piace, mi trasmette emozioni direttamente nella pancia. Molti esperimenti horror che ho visto erano viziati da questo atteggiamento. Oppure erano cose brutte, fatte da gente che ama il genere, ma non sa scrivere. Del resto, lo sappiamo, il 90% di quello che viene scritto fa cagare.

Parlando di libri, il thriller è un genere molto frequentato dagli scrittori italiani e che si difende in libreria.

In Italia il genere si vende purché sia rassicurante. Se vuoi vendere un giallo devi metterci un ispettore di mezza età amante della buona cucina che si occupa di un delitto di periferia, possibilmente la morte di una duchessa. Funziona questo romanzo: borghese e rassicurante. Il thriller non funziona, l’unico è stato Faletti a venderli bene, poi Donato Carrisi ed io. Con Uccidi il padre ho dovuto lottare contro la diffidenza dei librai, del pubblico; non dimentichiamoci che viviamo in un Paese bacchettone. In certe librerie lo hanno tolto dalle vetrine, pensando che invitasse al parricidio. Ora funzionano i cloni di Camilleri, romanzi brevi, divertenti, che provocano affezione nel lettore.

È l’equivalente letterario del pubblico delle serie TV generaliste? Il pubblico che vede il prete in bicicletta è lo stesso che legge Camilleri?

Camilleri lo terrei fuori, ha creato un genere e una scuola, è molto bravo. È il nostro Simenon, ibridato con Sciascia. È come, però, se il mercato ti chiedesse di essere rassicurante, verso un pubblico che non vuole troppe sorprese. È qualcosa con cui mi scontro da quando ho iniziato a scrivere, con Attenti al gorilla. Lo dico con un certo orgoglio: è stato il Giallo Mondadori meno venduto della storia, perché divergeva dal giallo classico. Mi dicevano: ma come, è il periodo in cui tutti scrivono di serial killer e tu vai a parlare dei punkabbestia? L’altra categoria che va molto è il noir di denuncia, che rielabora la storia del Paese, ma non tutti sono De Cataldo o Carlotto. Mi sono sempre trovato in mezzo a questi due estremi: non mi è mai interessato di raccontare la realtà attraverso la cronaca e neanche il giallo della duchessa. Ho sempre pensato che un romanzo dovesse essere una storia universale, quindi una metafora del mondo, non un articolo di giornale rielaborato e neanche una storia fuori dal mondo che può accadere sempre, ovunque, con gli stessi stilemi di Agatha Christie. Per trovare un pubblico bisogna lottare. Quello che mi è piaciuto di Uccidi il padre è il suo essere capito più all’estero che in Italia, pur essendo stato molto letto. Discutendo di contenuti ho trovato maggiore sintonia in Spagna, in Germania o in Francia. Va poi detto che la critica letteraria da noi si occupa poco del thriller, io sono stato fortunato perché Antonio D’Orrico del Corriere della Sera ha parlato bene del libro. Sento, però, che manca un’analisi approfondita nel nostro Paese, proprio per una certa assuefazione alla letteratura rassicurante, che evita situazioni scomode. Io ho cercato di cambiare qualcosa, di rompere qualche gabbia.

Per te quindi Uccidi il padre è stato un nuovo inizio, quindi. È vero che c’è un sequel in vista?

Sì, lo sto scrivendo. Il libro l’ho concepito dall’inizio come una trilogia, perché io sono un pirla, voglio fare sempre le cose difficili.

Attento che lo uso come titolo: io sono un pirla.

Va bene, non c’è problema. La mia prima serie è stata quella del Gorilla, ma invece di fare una storia all’anno, come va di moda ora, con un caso e un amore nuovo ogni libro, ho voluto che questo personaggio, a cui ho dato il mio nome ed era una specchio di quello che facevo nella mia vita vera oltre che una metafora del presente, avesse un percorso. Volevo che invecchiasse e si muovesse all’interno delle cose che accadevano davvero, trasmettendo un senso di realtà e creando una connessione elaborata fra una storia e l’altra, a blocchi. In Uccidi il padre ho presentato due personaggi, Dante e Colomba, che quando alla fine risolvono il caso finiscono con un pezzo ancora aperto, un cliffhanger. Questo significa che nel nuovo romanzo ci sarà una loro nuova avventura, ma allo stesso tempo devo portarmi dietro quella roba là, come fosse una storia orizzontale. Sono costretto, così, a pensare sia a quelli che non hanno letto il primo libro sia a non annoiare quelli che lo hanno letto. Devo fare le cose difficili, sennò non mi diverto. Ho passato i primi tre mesi della scrittura di questo secondo romanzo scrivendo i primi quattro capitoli, perché mi sembrava che l’introduzione dei personaggi non andasse mai bene. Questo per spiegare come lavoro.

Scrivere thriller in Italia è una benedizione, visto quanto materiale la realtà propone, o una maledizione, visto che stessa realtà in un thriller rischia di non essere credibile?

L’Italia è un posto di misteri oscuri, ma quel lavoro lì lo devono fare i giornalisti, facendo delle inchieste documentate. Il mio mestiere è domandarmi quale sia lo spirito del tempo, il senso delle cose. Non andrei ma a raccontare in un thriller, mascherata, la storia del sindaco Marino. Non è interessante, ma ti racconto i meccanismi che ci sono dietro, la pancia, inventando. Se vuoi scoprire com’è Roma oggi, è meglio che leggi qualcos’altro, però se vuoi sentire come ci si sente all’interno della Roma di oggi, può darsi che leggendo i miei romanzi tu lo capisca. Penso che il male sia una parte di tutti noi, per questo il genere affascina, rappresenta le nostre parti oscure. Dobbiamo fare conti con il male che è in noi, la narrativa rassicurante invece ti dice che è esterno a te, quella ancora più rassicurante ti dice che non esiste il male, ma il peccato e la colpa, la visione cattolica del mondo. Invece penso che noi contribuiamo al male, a modo nostro. Come dice Castle, ci sono due categorie di persone che pensano tutto il giorno a come ammazzare la gente: i serial killer e gli scrittori di gialli. Io faccio parte della categoria pagata meglio.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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