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Da Broadway al grande schermo, da West Side Story a Annie

Riflettiamo sulle versioni cinematografiche di celebri musical, mentre Annie esce in Blu-ray

Da Broadway al grande schermo, da West Side Story a Annie

Il legame tra teatro e cinema appare, ancora oggi, indissolubile. Una connessione rafforzata dai numerosi accavallamenti tra queste due forme d’arte con trasposizioni cinematografiche di pièce teatrali e viceversa a suggellare un rapporto che ha come denominatore la recitazione degli attori e le emozioni suscitate nel pubblico. Come nel film Annie – La felicità è contagiosa, disponibile in edizione dvd e Blu-ray, distribuito dalla Universal Pictures Italia.

Ispirato alla striscia a fumetti che fece il suo esordio nel 1924 sulle pagine del New York Daily News, quella di Annie, una graziosa orfanella adottata da un miliardario filantropo, è una storia già adattata per il cinema in tre differenti versioni dal 1932 per la regia di John S. Robertson, alla celebre pellicola diretta da John Huston nel 1982. Ottenne uno straordinario successo anche a Broadway, dove fece il suo esordio nel 1977 con ben 2377 repliche. Annie – La felicità è contagiosa, prodotto tra gli altri da Jay-Z e Will Smith e premiato con due candidature ai Golden Globe del 2015, vede come protagonista Jamie Foxx, qui nei panni di un magnate candidato a sindaco di New York che decide di passare del tempo, con l’intento di farsi pubblicità, con una bambina rimasta prematuramente orfana. Quest’ultima è interpretata da Quvenzhané Willis, già candidata all’Oscar come miglior attrice per Re della terra selvaggia. In occasione dell’uscita in home video del film andiamo insieme alla scoperta delle migliori trasposizioni cinematografiche ispirate a celebri opere teatrali di Broadway e cominciamo con un classico come West Side Story.

Dieci premi Oscar per l’adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale messo in scena nel 1957 e quattro anni dopo sbarcato al cinema. La pellicola è ambientata in una New York sconvolta dalla guerra tra due bande rivali, dove si consumerà l’amore tra due appartenenti a opposte fazioni, in una rilettura moderna del dramma shakespeariano Romeo e Giulietta.

Diversa è l’atmosfera che si respira in The Rocky Horror Picture Show. Il musical scritto e interpretato da Richard O’Brien debuttò a teatro nel 1973 con la regia di Jim Sharman. La stessa coppia fu protagonista anche dell’adattamento cinematografico realizzato nel 1975 e ambientato in un castello dove vive Frank-N-Furter, una sorta di Victor Frankenstein con la passione per il travestimento femminile, insieme al suo stravagante entourage tra disordinate cameriere e maggiordomi inquietanti, impegnato nella creazione dell’uomo perfetto, biondo e atletico, con lo scopo di farne il proprio gioco erotico. E saranno proprio l’erotismo, le incertezze sessuali e le allusioni, neanche troppo velate, a rendere questa pellicola un capolavoro del cinema con – ancora oggi – una schiera di agguerriti fan che amano riunirsi per assistere alla proiezione della pellicola, alimentando il mito attraverso le generazioni. Nonostante la coinvolgente colonna sonora e un clima surreale e distensivo, The Rocky Horror Picture Show presenta anche dei richiami al cinema dell’orrore a cominciare dalla tetra ambientazione.

Un luogo spaventoso, ma non ai livelli del Teatro dell’Opera di Parigi, ai tempi della presenza del fantasma descritto nel libro del 1910 da Gaston Leroux e adattato numerose volte per il cinema e il teatro. La versione più celebre è indubbiamente quella realizzata da Andrew Lloyd Webber, artista inglese che nel 1986 compose le musiche e i libretti dell’opera. Nel 2004 fu realizzata anche una versione cinematografica di Il fantasma dell'opera, firamta da Joel Schumacher, con Gerald Butler nei “panni” del fantasma che vive nei sotterranei del teatro con il cuore rigonfio d’amore per la bella Christine, già promessa al proprietario del teatro stesso. Il fantasma dell’opera è lo spettacolo teatrale più visto di tutti i tempi ed è ancora oggi messo in scena quotidianamente, mentre il film, voluto fortemente dallo stesso Lloyd Webber, è la logica conseguenza commerciale di un classico della letteratura e del teatro risucchiato dalla settima arte.

Andrew Lloyd Webber è tra le personalità più influenti della storia del teatro moderno e il suo nome è associato a uno degli spettacoli più controversi e importanti di quest’arte: Jesus Christ Superstar, opera rock ispirata all’ultima settimana di vita di Gesù, dall’arrivo a Gerusalemme fino alla condanna e la crocifissione. Non mancarono le polemiche, soprattutto per una rappresentazione storica non convenzionale dei personaggi: Gesù è umanizzato e la sua figura ricorda quella di una rockstar in declino, Maria Maddalena è una donna attraente e innamorata, mentre Giuda Iscariota, forse il vero protagonista dello spettacolo, è rappresentato come un uomo inquieto, una vittima degli eventi là dove il tradimento sembra circoscritto all’interno di un destino già scritto e non sovvertibile. Nel 1973 fu realizzata una trasposizione cinematografica, diretta da Norman Jewison e interpretata da Ted Neeley e Carl Anderson, già protagonista nel ruolo di Iscariota nell’opera teatrale. Nel film non ci sono dialoghi parlati, a vantaggio di una maestosa e complessa messa in scena esclusivamente musicale.

Negli anni settanta Andrew Lloyd Webber compose anche le musiche dello spettacolo Evita, ispirato alla vera storia di Evita Perón, moglie del presidente argentino Juan Domingo Perón e icona del popolo argentino stregato dalla bellezza e dalla loquacità della first lady. Nel 1996 fu realizzato un film, con Evita interpretata dalla cantante e attrice Madonna e Antonio Banderas nel ruolo di Ernesto “Che” Guevara. La pellicola riesce a trasmettere anche sul grande schermo quelle emozioni già tipiche del teatro, favorite dalla drammatica vita della ragazza argentina che divenne leader per il suo paese, fino alla tragica e prematura morte che fece sprofondare il paese nello sconforto.

Più allegra è invece l’atmosfera che si respira in Chicago, un musical condito da umorismo nero sbarcato a Broadway nel 1975 e poi riproposto nel 1996. Dallo spettacolo teatrale fu realizzato un film nel 2002, diretto da Rob Marshall, cineasta e coreografo statunitense, e interpretato da Renée Zellweger e Catherine Zeta-Jones nei panni di due donne sbattute in galera per omicidio, rese celebri grazie alle gesta di un brillante avvocato con il volto di Richard Gere. Ambientato nella Chicago degli anni venti, vinse sei Oscar, tra cui un meritato riconoscimento all’imponente e suggestiva scenografia, imponendosi come uno dei musical più cinematografici più ricordati.

Negli anni 90 (precisamente nel 1992) fece poi la sua comparsa al cinema Sister Act – Una svitata in abito da suora, diretto da Emile Ardolino e con protagonista la magnifica e simpaticissima Whoopi Goldberg nei panni dell’esuberante Deloris Van Cartier, solista di un trio di cantanti in stile anni ’60 in fuga e sotto copertura nei panni di una suora. Il film ha avuto un grandissimo successo e ancora oggi è una delle commedie più amate dal pubblico e da diverse generazioni. Broadway non si è lasciata sfuggire l’occasione di portare sul palco questo grande successo, così come anche i teatri del resto del mondo, tra cui anche quelli italiani; lo spettacolo Sister Act sarà anche a Roma al Teatro Brancaccio dal 10 dicembre al 10 gennaio, diretto da Saverio Marconi in collaborazione con la Compagnia della Rancia. Cinque brani musicali sono scritti dal premio Oscar Alan Menken (autore di celebri colonne sonore Disney come La Bella e la Bestia e Aladdin) con protagonisti Pino Strabioli e Belìa Martin. E l’ennesima conferma del connubio vincente tra cinema e teatro.



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