Wolfenstein II: The New Colossus - Recensione

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Wolfenstein II: The New Colossus - Recensione
Come era facile aspettarsi, dato il finale del precedente capitolo, Wolfenstein è tornato, in tutto il suo splendore da film pulp e con tutto il cast di strambi personaggi che caratterizzava la già ottima narrazione del gioco.

Valzer con i nazisti
Nel caso abbiate già giocato i precedenti episodi, è probabile che siate già a conoscenza della attuale situazione: i nazisti hanno conquistato il mondo, l’assassinio di Deathshead non ha ancora segnato la fine della guerra, ma ha dato modo alle cellule della resistenza di farsi forza e continuare a resistere. William J. Blazkowicz, dato per morto, è invece sopravvissuto all’esplosione. Non rappresenta più la figura stereotipata dell’eroe grosso, sano, muscolo e immortale, ma bensì quella di un uomo rotto, fisicamente e mentalmente, obbligato a vivere per il resto della sua vita su una sedia a rotelle ed in grado di camminare grazie solo ad un’armatura potenziata. E proprio qui risiede il fascino principale di Wolfenstein II: The New Colossus. MachineGames non si fa nessun problema nel rompere le costanti e nel mostrare le debolezze dell’animo umano e – di conseguenza – nei protagonisti del diversificato cast di Wolfenstein, ognuno segnato dalla guerra e dalla crudeltà nazista. Chi senza un braccio, chi costretto a vivere con le atrocità compiute, ognuno con un proprio demone interiore, soffocato per il bene comune. Un futuro liberi dall’oppressione nazista. Non si fa nemmeno problemi a mostrare la pazzia, con un cattivo carismatico come Egel, generale nazista consumata dalla vendetta.


Ad un primo impatto potrebbe sembrare il solito tentativo forzato di aggiungere inclusività all’interno di un medium, ma è in realtà così ben fatto e genuino da dare l’idea si tratti di un semplice cast di un film di Tarantino o Rodriguez, piuttosto che di una wishlist di razze e persone comode per attirare l’attenzione pubblica. Wolfenstein II: The New Colossus è un’accozzaglia di esseri umani lontani dalla perfezione molto differenti tra loro ma costretti a vivere una situazione da cui è impossibile scappare. Una spettacolare accozaglia che contribuisce a spezzare l’azione frenetica del gioco con cutscene e sezioni più incentrate all’interazione sociale con i propri amici. Un giorno si va a sterminare nazisti muniti di fucile laser e accetta, l’altro si esplora il sottomarino – base della resistenza – in cerca di patate da dare al maiale di compagnia di Alex, il piccolo grande omone della compagnia.


Ovviamente le relazioni anticipate nel prequel non sono l’unica componente di gioco ben realizzata, il resto dell’azione è perfettamente in linea con Wolfenstein: The New Order: armi folli, tanta violenza e migliaia di nazisti da sterminare. Non mancano ovviamente qualche nuova aggiunta al repertorio delle armi o alla varietà dei nemici, oltre alla soddisfacente capacità di equipaggiare due armi allo stesso momento, ma per il resto è un “more of the same” migliorato sotto tutti gli aspetti. Ancora una volta torna il sistema di progressione più soddisfacente di uno sparatutto, in cui il protagonista diventa più forte in un azione ogni volta che la usa, e lo stesso per il level design, lineare ma non troppo. Un ottimo connubio tra i corridoi di titoli quali Call of Duty, ma con la possibilità di scegliere più strade o – addirittura - metodi di approcio, quale lo stealth.
Se poi alle 13 ore necessarie per completare la campagna aggiungiamo anche i codici enigma, delle missioni di assassinio secondarie tramite il quale è possibile ritornare in vecchi livelli con l’obiettivo di assassinare un Ubercommando, Wolfenstein II: The New Colossus diventa a tutti gli effetti una delle migliori esperienze della saga, nonché la più longeva.



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