La furia di un uomo - Wrath of Man, la recensione: Statham spietato e mefistofelico, Ritchie azzera l'ironia

24 dicembre 2021
3 di 5

Guy Ritchie dirige per la quarta volta in carriera Jason Statham nel remake del thriller francese Le Convoyeur. Il film è disponibile in streaming su Amazon Prime Video in anteprima esclusiva dal 27 dicembre. La recensione di Federico Gironi.

La furia di un uomo - Wrath of Man, la recensione: Statham spietato e mefistofelico, Ritchie azzera l'ironia

Guy Ritchie e Jason Statham, atto quarto. In attesa di un quinto, già imminente, ma tutto diverso. Già, perché Operation Fortune: Ruse de Guerre è un film del Ritchie più ironico e giocoso, perlomeno stando al trailer. Di ironia e di gioco, in La furia di un uomo - Wrath of Man, non c’è niente. Ma proprio niente di niente.
Basta guardare in faccia Statham, che nel film si chiama Patrick Hill, o almeno così dice. Per i nuovi colleghi, H. Basta vederlo agire.
H è un neo assunto in un’azienda di trasporto valori. Ha superato le prove d’ammissione - test fisici, poligono di tiro, guida del furgone blindato - per un pelo. Quel tanto che bastava ad avere il lavoro. Coi colleghi, tutti o quasi tutti, è brusco e scontroso. Sicuro di sé senza dare confidenza. Poi un giorno, un tentativo di rapina al furgone in cui presta servizio, ed ecco che H mostra il suo vero volto: quello di uomo freddo come il ghiaccio, spietato, dotato di una mita implacabile e nessuno scrupolo a lasciare una scia di cadaveri sul suo percorso.
Chi è H? Perché ha cercato lavoro lì? Perché, durante un nuovo tentativo di rapina, gli assalitori sono fuggiti al solo vederlo?

Action. Thriller. Neo-noir. Film di rapina. Revenge Movie. Wrath of Man è tutto questo, tutto insieme, con compattezza e coerenza, nel segno di uno Statham intagliato nel legno, meravigliosamente inespressivo, diabolicamente spietato, portatore di un’ira distruttiva veterotestamentaria (da cui titolo originale del film, che pure è il remake di un thriller francese, più modestamente intitolato Le convoyeur).
Ritchie lo segue, lo illustra, ne spiega con una struttura temporalmente variegata - con capitoli che vanno avanti e indietro sulla linea temporale del racconto - identità e origini della sua ira, nonché lo scopo della sua personalissima missione. E il suo stile, al netto dell’assenza di ogni ironia, è quello preciso, stiloso, patinato e accattivante di sempre. Uno stile dentro il quale le esplosioni di violenza esplicita e spietata rimbombano e riecheggiano liberamente. Uno stile dai toni gestiti con precisione inaspettata.

Certo, l’originalità non è il punto di forza di questo film, a partire dalla sua natura di remake passando per richiami quasi ovvi al cinema di Michael Mann (Heat, nella fattispecie) o a action più recenti come Nella tana dei lupi.
Lì dove Wrath of Man picchia duro, e ottiene quel che vuole, sta nella carica magnetica (ebbene sì) e sulfurea, diabolica, alla Kaiser Soze che non si maschera dietro il ruolo dello scemo del villaggio, che Ritchie mette adosso a Statham, e che l’attore indossa con inusitata naturalezza e sciolta sicurezza. Sta nella carica di minaccia e nella promessa di morte che si porta appresso H.
Nel modo in cui Ritchie pulisce il suo stile, gli regala precisione balistica e la capacità di evocare l’intensità dello scontro almeno quanto quella della furia, e del desiderio di vendetta di un protagonista emerso dagli inferi (H come Hell) che è molto di più e di diverso di un novello Charles Bronson.
In breve: ci si diverte.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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