Wonder Woman: la recensione del cinecomic con Gal Gadot

30 maggio 2017
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Il DC Extended Universe alza la posta con una storia appassionante e un solido assolo.

Wonder Woman: la recensione del cinecomic con Gal Gadot

Figlia della regina delle Amazzoni, Diana (Gal Gadot) attende di capire la sua vocazione, quando il pilota americano Steve Trevor (Chris Pine) precipita nelle acque che circondano la mistica isola di Themyscira. Il grande conflitto universale di cui parla l'uomo sembra proprio opera di Ares, il dio della Guerra, e Diana insiste per riaccompagnare Steve e porre fine alle sofferenze di sua mano. Lì fuori però imperversa la Prima Guerra Mondiale, e Diana scoprirà che tra le profezie e la realtà ci sono di mezzo gli esseri umani.



In uno scontro tra major a colpi di cinecomic, Wonder Woman riesce a distinguersi egregiamente, perché giustifica la sua esistenza nel modo più naturale possibile. Non ci riferiamo solo alla freschezza di un debutto, pur se è doveroso ricordare che questo è il primo lungometraggio cinematografico mai dedicato all'eroina DC Comics, e la novità aiuta. Appellandosi direttamente alla mitologia greca (rivisitata), il mondo di Wonder Woman rende esplicito quel legame evidente che i supereroi hanno avuto da sempre con i miti antichi: nel corso dei decenni è stato quel legame a rendere istintivo e quasi ancestrale il calore con cui il pubblico li ha accolti, ed è stato sempre quel legame ad affascinare il mondo degli intellettuali che aveva colto il nesso (discutemmo delle analisi di Umberto Eco nella nostra recensione di Batman V Superman). Agli occhi dei non iniziati che non danno per scontato uno dei personaggi più famosi del fumetto mondiale, questa legittimazione riduce molto la carica autoreferenziale del classico cinecomic, e consente a tutti di godersi lo spettacolo senza aver necessariamente ottenuto la laurea con lode all'università del nerdismo.



Ma Wonder Woman risulta naturale anche nell'epoca in cui la voce della donna cerca ancora di farsi sentire: in rete si ragiona tanto sul femminismo, con schieramenti aggressivi e appassionati appelli, che di solito Hollywood legge nel modo più meccanico, con un inseguimento del politically correct spesso oggetto di scherno. Diana però è al di sopra di ogni sospetto: creata nel 1941 da William Moulton Marston con dichiarato intento emancipatorio, Diana è femminista per definizione, e il personaggio non necessita nemmeno di essere caricato per trasmettere la sua fiera combinazione di fascino, ingenuità, decisione e dolcezza. La presenza maschile non è comunque affatto gregaria nel senso della vicenda. Tutto è ben calibrato dall'efficace ex-Miss Israele Gal Gadot, dal copione di Allan Heinberg (sceneggiatore per i tipi Marvel/DC, ma anche di Sex and the City e Grey's Anatomy) e soprattutto dalla regia di Patty Jenkins, che non incontravamo in sala dai tempi di Monster, e che prende sulle sue spalle un tipo di blockbuster tipicamente maschile, così come Wonder Woman prende sulle sue le sorti di un conflitto mondiale. Insieme riescono a non rendere un fuoco di paglia l'entusiasmo che suscitò l'apparizione in battaglia di Diana/Gal in Batman V Superman, sublimata dal galvanizzante tema musicale di Hans Zimmer e Junkie XL.



Il sentore di ritorno alle origini che dà al film una sua corposità è anche nell'ambientazione bellica: nonostante infatti gli autori abbiano trasformato l'allora contemporanea II Guerra Mondiale di Marston nella Prima, messaggi e significati del racconto profumano di una concezione di avventura all'antica, con un retrogusto alla Quella sporca dozzina. Persino nell'inevitabile chiassoso scontro finale, dove altri cinecomic cedono il passo al luna park a 360°, le fondamenta drammatiche del racconto compensano gli eccessi visivi con una tensione metaforica niente affatto disprezzabile.
Per le ragioni elencate, Wonder Woman riesce nell'intento di avere un'identità senza vendersi a tutti i costi come "diverso" o "autoriale": non si presenta come un fenomeno in stile Deadpool o Logan, non è irriverente, non è supercruento e nichilista. Il suo sincero candore aderisce a quello della sua eroina.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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