Whiplash: recensione del jazz-movie con J.K. Simmons e Miles Teller

09 febbraio 2015
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Una battaglia a colpi di bacchette, una riflessione sulla solitudine dell'artista.

Whiplash: recensione del jazz-movie con J.K. Simmons e Miles Teller

Più che un romanzo di formazione, un viaggio all'Inferno.
Più che un film musicale, la storia di una guerra combattuta con le bacchette e a mani nude, meglio se sanguinanti.
Più che un racconto autobiografico su uno studente ai tempi del conservatorio, un'impietosa e scomoda riflessione sulle responsabilità e sulla solitudine dell'artista.
Il tutto nel nome di Charlie Parker, diventato “Bird” solo dopo l'esplosiva protesta di Jo Jones, mirabilmente espressa dal lancio di un piatto della batteria.
Ecco il number one – secondo noi – dei film candidati l'Oscar. Ecco Whiplash, quintessenza della raffinatezza fuori dal coro del cinema indipendente e seconda prova da regista del trentenne Damien Chazelle. Con una disinvolura da autore consumato, costui ha preso ispirazione dalla propria esperienza di batterista in una scuola di musica e dal ricordo di un insegnante crudele per narrare, in un'alternanza di ritmi suggerita da un montaggio di una precisione inaudita, uno scontro epico nel quale i fantasmi da scongiurare sono due: sbagliare il tempo e precipitare nell'oblio.

In questa sfida fra maestro e allievo, che è punitiva tanto per chi la vive quanto per chi la osserva, il primo non è un sergente testosteronico alla Hartman di Full Metal Jacket, un carnefice accecato dal delirio di onnipotenza o un uomo d'ingegno superbo e autoreferenziale. No, l'insegnante dallo sguardo da rettile Terence Fletcher è un "servitore dell'eccellenza", un cercatore di quel prodiogioso quid che distingue il genio assoluto dai mediocri e che rende lecita perfino la violenza psicologica.
Whiplash non è Saranno famosi che incontra L'attimo fuggente e nemmeno una dimostrazione dell'assunto “solo da una grande sofferenza può nascere un'opera d'arte”. No, ridurre il film a un'applicazione pratica della filosofia "yes, we can" significa fraintenderne l'impeto rivoluzionario, che sta tutto nella sua ambiguità morale.
Non c'è nulla di bello, simpatico o eroico nel giovane e prodigioso protagonista, che si vergogna dello scarso talento nella scrittura di suo padre e di una famiglia middle-class che si bea del successo sportivo di un figlio muscoloso e stupidotto. Non c'è niente di nobile nell'egocentrismo e nell'individualismo schietto di Andrew Neyman, e proprio questo ci riconduce al concetto di isolamento dell'artista. Chi vuole diventare grande deve sacrificare gli affetti, trasformare lo spirito competitivo in gioia per le altrui sconfitte e soprattutto prepararsi a una vita in cui a ripagare la fatica non sono l'amore e l'amicizia, ma l'ammirazione estatica, magari postuma, di un numero imprecisato di intenditori. Lo dice anche il professore dall'umorismo malato, così come la storia.

Al prodigio di Whiplash contribuiscono certamente la grinta di J.K. Simmons, la sua interpretazione vibrante, i suoi nervi tesi. Come il film, nemmeno lui perde un colpo e, dopo un'ora e quaranta di "via crucis", ci trascina verso una catartica e inaspettata conclusione. Lasciando uscire di scena una New York che si porta dietro le camminate di Dustin Hoffman e Al Pacino e i logorroici personaggi di Woody Allen, Fletcher ci rinchiude in un teatro, portandoci su un palcoscenico dove uno stile musicale nato per affermare gioia e libertà diventa una gabbia sempre più piccola. Ma poi la prigione esplode e il talento si autocelebra in un virtuosismo visivo e acustico che è piacere puro.
Paolo Conte forse si sbagliava quando cantava che le donne odiano il jazz. Il jazz è una musica meravigliosa e a ricordarcelo c'è la colonna sonora del film: un pugno di brani da annoverare fra i must have di ognuno di noi.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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