Voyage of Time: Life's Journey Recensione

Titolo originale: Voyage of Time

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Voyage of Time: recensione del film di Terrence Malick presentato in concorso al Festival di Venezia 2016

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Voyage of Time: recensione del film di Terrence Malick presentato in concorso al Festival di Venezia 2016

Cullato per anni, figlio di una costola di The Tree of Life, Voyage of Time è esattamente quello che si poteva immaginare e, allo stesso tempo, qualcosa di completamente inimmaginabile.
È la stessa voce off di Cate Blanchett a mettere in rilievo la questione di quello che si può vedere e contemplare e di quanto è impossibile fare in maniera piena, quando si rivolge alla Vita, alla Natura, della quale è possibile cogliere solo scorci parziali, frammenti di una incommensurabilità di cui facciamo comunque parte.

Terrence Malick fa quello che ha dichiarato di voler fare, e riassume in un'ora e mezza bignamesca la storia dell'Evoluzione, partendo dal Big Bang per arrivare a un futuro irrappresentabile, rappresentandolo. Passa per splendide immagini che raccontano il mondo animale con una bellezza e una vicinanza senza precedenti, e senza la paura di utilizzare la CGI (perfettamente dissimulata) per mettere in scena esattamente quel che vuole mettere in scena. Passa per gli albori della civiltà umana, con l'apparire sulla terra di prime figure umane, perdendo il tono e proiettando il suo film dentro una dimensione di diorama da museo di storia naturale. Si e ci ossessiona con le sue domande esistenziali e naturali, che risolvono nell'abbraccio dell'amore la più elementare e indispensabile connessione dell'uomo con la Natura.

Nonostante le stonature, e nonostante inserti sporchi e quasi da found footage d'autore con i quali Malick intervalla le sue abbacinanti fotografie, e con cui fa emergere la crisi profonda degli esseri umani col pianeta e con sé stessi, qualcosa in Voyage of Time lo rende più forte, più importante, di un documentario del National Geographic curato da un regista capace di cose straordinarie.
Quel qualcosa è la grandissima e limpidissima adesione emotiva e intellettuale del regista al suo film, la sincerità totale e totalizzante con cui racconta e si racconta, trovando momenti di enorme suggestione come incappando in clamorose ingenuità.

Meno mistico, ma non meno filosofico, meno ampolloso ma non meno ambizioso di Tree of Life, Voyage of Time ne è un'estensione, un'appendice, una nota a fine capitolo che ha cercato una diversa dignità. Non strettamente necessaria, né altrettanto ponderosa, altalenante sia nel suo fascino visivo che in quello filosofico.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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