Vogter: recensione del film in concorso al Festival di Berlino 2024

23 febbraio 2024
3.5 di 5

Opera seconda del Gustav Möller di Il colpevole - The Guilty, è un prison movie al contrario, ma anche un thriller psicologico e un dramma familiare. Arriverà al cinema in Italia con Movies Inspired. La recensione di Vogter di Federico Gironi.

Vogter: recensione del film in concorso al Festival di Berlino 2024

L’opera prima del danese Gustav Möller, quel Il colpevole - The Guilty che era così ben fatto e interessante che gli americani si son sentiti in dovere di rifare a modo loro, vedeva protagonista un poliziotto. Un poliziotto messo al centralino del 113, o come si chiama adesso, o come si chiama in Danimarca, in attesa che una controversia su un’azione che lo vedeva coinvolto venga risolto, e che al telefono riceveva la chiamata d’aiuto di una donna rapita. Poi le cose si complicavano. Ma, insomma: The Guilty era un film che, coi toni del thriller, per quanto vocale e apparentemente statico, ragionava sulla percezione delle cose, sull’idea di morale e giustizia, su colpa e riscatto.
Più o meno sono tutti temi che tornano anche in questo suo nuovo Vogter. O Sons, come recita un titolo internazionale che è quasi un po' spoiler.

Questa volta non c’entrano telefoni e centralini, ma la protagonista Eva, se non è esattamente una poliziotta, è qualcosa che ci va molto vicino. Eva è una guardia carceraria.
Lavora in un ala relativamente tranquilla, ha un buon rapporto coi detenuti, è gentile, sorridente, tiene per loro lezioni di mindfulness.
Poi però - rapidamente, senza perdere tempo inutile, come è giusto che sia - Möller incrina questa routine lavorativa apparentemente serena. Eva, da una finestra, vede arrivare nel carcere nuovi detenuti, e uno di loro, tale Mikkel, uno che è stato portato lì e destinato all’ala di massima sicurezza per aver ucciso un altro giovane detenuto, in un’altra prigione, sembra non solo attirare la sua attenzione, ma turbarla profondamente.
Perché Eva sia così turbata, perché chiede di essere trasferita nell’ala del carcere dove viene detenuto Mikkel, perché sembra ossessionata da lui e perché sembra avercela con lui al punto da mentire, gettare via la sua posta, nascondere nella sua cella droga e armi da taglio affinché venga punito, il film lo svelerà in fretta.

Thriller psicologico, prison movie al contrario, ma anche, a suo modo, dramma familiare, Vogter mette in scena un duello costante, e pieno di oscillazioni, tra Eva e Mikkel.
La prima si spinge a superare i limiti della legge e della morale nel nome della vendetta, il secondo diventa una sorta di vittima, ma i rapporti di forza si ribaltano, si innescano nuove leve psicologiche, Eva viene messa all’angolo.
Il tutto, mentre sottotraccia scorre, elettrico, il tema della maternità, delle difficoltà di un genitore di fronte a un figlio ribelle, violento, che non sa come prendere.
Il naturalismo documentaristico che caratterizza buona parte del film si scioglie, a tratti, in momenti da thriller puro, e la tensione tra i due protagonisti (Sidse Babett Knudsen e Sebastian Bull, bravissimi entrambi) è così forte, e carica di violenza inesplosa, da riuscire a trasmettere una tensione che si traduce in un fastidio quasi fisico.

La forza delle intepretazioni, e delle cariche psicologiche di questi due personaggi fanno passare in secondo piano il fatto che, in termini di plausibilità, molte delle situazioni messe in scena da Möller non stiano tanto in piedi, e anche un relativo schematismo con il quale il danese ragiona sulla questione della colpa, della vendetta, della redenzione.
Sono, lo abbiamo detto, gli stessi temi di Il colpevole, che aveva peraltro dalla sua la forza di un racconto insolito, innovativo e coraggioso. Coraggioso Möller forse lo è anche qui, ma di certo è anche più convenzionale: perlomeno nella forma e nella messa in scena.
Ma in fondo, forse, più di ogni altra cosa, quella di Vogter è la storia di una madre che si sente di aver fallito in quanto tale, e che cerca il suo riscatto facendo da mamma, redentrice, ai suoi detenuti, fino a quando un doloroso rispecchiamento la riconduce a quello che è davvero: una donna prigioniera nel carcere di sé stessa, e del suo passato.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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