Vizio di forma Recensione

Titolo originale: Inherent Vice

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Vizio di forma - la recensione del film di Paul Thomas Anderson

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Vizio di forma - la recensione del film di Paul Thomas Anderson

Siamo a Gordita Beach, luogo al tempo stesso immaginario e reale, ovvero la Manhattan Beach di Los Angeles, ribattezzata con un nome che in spagnolo richiama l'opulenza. E’ il 1970, anno spartiacque tra le battaglie e le speranze del '68 e le derive violente e autoritarie dei '70, la famosa Era dell'Acquario con la congiunzione tra Urano e Plutone che apre la porta alla New Age, l'era del cambiamento. All'insaputa dei più, il Grande Fratello controlla già la vita di tutti, la politica complotta, spia e manda in guerra la meglio gioventù e le illusioni e gli ideali si sono già infranti nella pace dei paradisi artificiali e nel sangue versato dalla Manson Family e dagli Hell's Angels ad Altamont, lasciando nei più consapevoli un senso di nostalgica malinconia per quello che sembrava possibile e non lo è più.

Ci sono davvero poche good vibrations in Vizio di forma, per molti il romanzo più mainstream dell’elusivo Thomas Pynchon, che, sotto le spoglie del genere hard-boiled, ci parla in realtà dell’America e del mondo che verrà.

Nel caotico ufficio dello strafumato detective privato Doc Sportello, in un perenne stato alterato di coscienza, arriva il classico caso: a portarglielo non è la solita dark lady ma la sua solare ex, l'amatissima Shasta Fay, che lo ha lasciato per un milionario e che vuole sventare un piano di rapimento che lo riguarda. Da lì prende il via una trama in cui il Caso apre una porta dopo l’altra in una caleidoscopica serie di scatole cinesi, con indizi, situazioni e personaggi le cui interazioni sembrano determinate da una specie di karma cosmico. Più del mistero da risolvere, per Doc conta la ricerca di Shasta, che scompare poco dopo assieme al ricco fidanzato.

Sia nel ponderoso e labirintico romanzo che nel film, a muovere le azioni del protagonista è l'amore infelice, perduto, idealizzato e dunque eterno. Anderson porta il libro sullo schermo nella migliore versione possibile, accentuandone gli elementi sentimentali e romantici e dipingendo, con la forza di una felice immaginazione visiva, un'epoca psichedelica dove il peace & love è stato ormai sostituito dalle droghe e dal sesso a pagamento, e dove un improbabile cavaliere con molte macchie e un po’ di paura è impegnato in una difficile quest. Di questo mondo Doc conosce riti, volgarità ed edonismo e veste gli abiti corrispondenti ai vari ruoli sociali come una tuta mimetica e non con la narcisistica vanagloria dei suoi abitanti.

Da spettatori, non mettiamo mai in dubbio la ricostruzione di Anderson: come se fossimo appena scesi dalla macchina del tempo, ci troviamo catapultati in un periodo storico da dove usciremo solo al termine del film. Assieme a Doc incontriamo una bizzarra fauna di personaggi, dotati di spessore e peso specifico anche quando restano poco tempo in scena (citiamo solo a titolo d’esempio l'apporto di Eric Roberts). A volte invece queste figure invadono letteralmente lo spazio vitale del protagonista con la loro dirompente fisicità, non solo nel caso di Shasta, ma anche in quello del detective “Bigfoot” Bjornsen (un’altra grande prova di Josh Brolin), che è in tutto e per tutto l’esatto contrario di Doc e che proprio per questo ne è respinto e prova per lui al tempo stesso un'attrazione quasi sessuale, evidenziata da momenti esilaranti in puro stile slapstick, ispirati alle demenziali scenette dei Three Stooges.

Non ci sono scene o personaggi superflui in questo film, ma tutto è connesso in modo imperscrutabile, come se un burattinaio invisibile si divertisse a incrociare i fili che muovono le sue marionette. A dare un ordine al caos ci pensa la musicale voce fuori campo di Sortilège, l'amica di Doc, che lo conosce da sempre e alla cui bocca vengono affidate le parole scritte da Pynchon. Ricco di ruoli femminili affascinanti e complessi, stratificato ma godibile anche a un livello di pura superficie, come quasi tutti i film di Anderson anche questo a ogni successiva visione ci rivela un nuovo tassello, un particolare prezioso o buffo, un dettaglio significativo che ci era sfuggito e che arricchisce la nostra esperienza di spettatori, gratificandoci come parti attive della rappresentazione.

Se The Master era l'apoteosi lirica del cinema grandioso e magniloquente ma anche profondamente intimista del regista, Vizio di forma ci riporta nel solco dei suoi film più corali, da Boogie Nights a Magnolia, con in più la dolcezza stralunata di Ubriaco d'amore. E Joaquin Phoenix, animale da scena per eccellenza, dà vita a un’infinità di splendidi balletti sincopati, da solo e con i suoi coprotagonisti. Trasformista, malinconico clown capace di fare vere e proprie acrobazie col volto, l’attore aderisce completamente al personaggio, per il quale proviamo un'immediata e irresistibile empatia. E' come se Doc Sportello fosse l'ultimo dei romantici, un pynchoniano Grande Gatsby con Shasta Fay nel ruolo della sua infedele Daisy. E' questa consapevolezza che il grande party volge al termine che gli fa prendere a cuore la situazione del sassofonista/ex eroinomane/spia Coy Harlingen (Owen Wilson): la nuvola di fumo dentro cui costantemente vive non gli ha annebbiato la mente e il cuore e anche lui, come molti personaggi di Anderson, vorrebbe soltanto far parte di una famiglia.

Vizio di forma è un film costellato di sorprese e folgoranti intuizioni, che - tra un’Ultima Cena a base di pizza, bikers della Fratellanza Ariana, prostitute lesbiche e misteriosi cartelli di droga che alimentano dentisti cocainomani (occhio a Martin Short in una rutilante apparizione) – ci restituisce il gusto e il senso di una visione non prevedibile o addomesticata. E’ anche e soprattutto un’esperienza cinematografica da gustare in sala nello splendore della pellicola a 35 millimetri, possibilmente in versione originale. Ai suoi tantissimi pregi unisce al solito una colonna sonora che alterna le splendide musiche di Jonny Greenwood a pezzi vintage da cantare ad alta voce, che incrementano la nostalgia per un'epoca che non abbiamo vissuto e in cui tutto, sia pure per un breve periodo di tempo, è stato davvero groovy.

 

Vizio di forma
Il trailer italiano ufficiale del film di Paul Thomas Anderson
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