Undine: la recensione del film di Christian Petzold in concorso alla Berlinale del 2020

24 febbraio 2020

Tra thriller sovrannaturale, melodramma sentimentale e studio scientifico delle relazioni e delle vite delle persone.

Undine: la recensione del film di Christian Petzold in concorso alla Berlinale del 2020

Raccontare l’amore attraverso il mito (quello germanico dell’Ondina) e la fiaba. Ma anche qualcosa di più complesso, dove la fine di una storia, la sua morte e la sua rinascita, il sacrificio e il sogno, si vanno a intrecciare in modo sottile ma inestricabile con la storia di Berlino, la città prima divisa e poi riunita. E forse anche con quella di tutti noi.
In Undine ci sono i plastici (veri) che di Berlino raccontano la storia urbanistica e architettonica, il passaggio dalla città imperiale a quella metà occidentale e metà socialista, fino alla metropoli del Terzo Millennio. Ci sono enormi pesci gatto, palombari impegnati in saldature, gli occhi azzurri profondi e inquieti di Paula Beer, bravissima del ruolo della misteriosa protagonista, che in fondo altro non è che una donna bisognosa d’amore.
Ci sono acquari che esplodono, abbracci che uniscono, mani che si sfiorano.

L’eleganza delle immagini e delle inquadrature di Christian Petzold non è (quasi) mai fine a sé stessa, e la fluidità del suo racconto innegabile. Peccato che, a un certo punto, inizi a inanellare finali su finali, per quasi venti dei minuti terminali del suo film.
Ma nonostante questo disperdersi in mille rivoli, invece di trovare uno sbocco unitario e più potente, Undine rimane un film misterioso e affascinante, coraggioso nel suo flirtare con il fantastico mantenendo però i piedi ben piantati nella realtà dei sentimenti, se non delle cose.

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Assieme a certi primi piani della Beer, ed alcune sequenze subacquee, i momenti migliori del film del regista tedesco arrivano quando alla sua protagonista sono messi in bocca i monologhi nei quali illustra le evoluzioni e le modificazioni urbanistiche di Berlino. La stratificazione della storia nei palazzi e nelle vie della città, il sogno forse impossibile di ricreare un passato tendendo alla modernità, col risultato - come detto chiaramente - di negare in fondo l’idea stessa del progresso, della sua possibilità.
L’eternità ricercata dall’urbanistica e dall’architettura della città tedesca, il loro studio sulla collocazione e la vita delle persone, allora, sono come quelli sperati da Undine per il sentimento amoroso: che non è eterno, se non nell’eternità di un ciclo che si ripete, e che cerca di mettere insieme, tra mille difficoltà e sperimentazioni, due generi, due epoche, due identità differenti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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