Un bacio: recensione del film di Ivan Cotroneo contro omofobia e bullismo

25 marzo 2016
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Una favola pop che scolora nel dramma sulla fragilità dell'adolescenza e la paura di essere giudicati.

Un bacio: recensione del film di Ivan Cotroneo contro omofobia e bullismo

Quando gli adolescenti del racconto "Un bacio" hanno bussato alla porta dell’immaginazione di Ivan Cotroneo chiedendo di poter animare le pagine di una sceneggiatura cinematografica, hanno immediatamente trovato terreno fertile, perché era da un po’ di tempo che il regista de La kryptonite nella borsa meditava su tante conversazioni avute con ragazzi dei licei italiani, anime ancora a metà spaventate dal giudizio dei coetanei e dalla coercizione all’omologazione che attraversa per intero un paese che fatica a stare al passo con gran parte dell’Europa. Così, non appena il libro ha ceduto il passo al film, il progetto è diventato un percorso, un work in progress, una missione quasi, alimentata da una grande onestà intellettuale e dalla speranza di aiutare chi a sedici anni si sente solo, chi teme le etichette e chi, fra i corridoi di scuola, conosce un’unica durissima realtà: il bullismo.

Il tema non certo è nuovo, però Cotroneo lo affronta senza paternalismo, mettendo non soltanto la sua macchina da presa ma anche il suo cuore e la sua sensibilità "ad altezza ragazzo". Lo fa innanzitutto inventando personaggi veri, che non sono né i nerd o i "bad ass" di tanti teen-movie americani, né i finti ragazzi di vita di certo cinema d’autore, né i vacui liceali dei vari Notte prima degli esami e Scusa, ma ti voglio etc.

Antonio, Lorenzo e Blu non sono mai affettati e dimostrano sempre la loro età: sognano, amano, sono ribelli e al tempo stesso fragili, e hanno una coscienza di sé e una capacità di osservazione e di comprensione che a un primo sguardo sembrano inconsuete per dei teenager, ma che in realtà fanno parte del loro DNA proprio come succedeva con la saggezza e la sensibilità dei bambini del documentario di Walter Veltroni I bambini sanno. Ecco, è la verità emotiva il pilastro che sorregge i personaggi di Un bacio, che si può così permettere di essere al 100% pop e di sconfinare nella commedia romantica, nella favola e nelle farfalle che si staccano dalla camicia di Lorenzo per volare nel cortile della scuola, mentre il ragazzo balla eseguendo una coreografa inventata da Luca Tommassini. Ce ne sono altre nel film, e per quanto impeccabili, non sempre appaiono necessarie. Anzi, a un certo punto tengono il racconto un po’ troppo sospeso, rendendo brusca la virata verso l’inattesa e drammatica parte finale. Non dimentichiamo che Cotroneo parla di amore eterosessuale, ma anche omosessuale, ed è appunto nella descrizione di questa seconda forma che Un bacio subisce una metamorfosi, risolvendosi in un accadimento ispirato a un fatto di cronaca avvenuto nel 2008 vicino a Los Angeles.

Viviamo in un mondo omofobo, non c’è dubbio e da un certo punto di vista le cose vanno peggio di qualche anno fa, perché la solita gente che mormorava è stata ora sostituita dalla gente che crea le pagine di odio su Facebook, e la rete ormai non solo accoglie e moltiplica il disprezzo e le discriminazioni, ma ci rimanda la brutta immagine di centinaia di gesti disperati, a cominciare dal suicidio di ragazzi e ragazze che non ce l’hanno fatta a sentirsi chiamare diversi.

Diversi… una volta la diversità era un arricchimento, un valore aggiunto, mentre ora è sinonimo di minaccia, pericolo, aberrazione, ed è chiaro che a renderla tale sono stati gli adulti. E allora i gli studenti "cattivi" del film altro non sono se non il frutto dell’educazione sbagliata da parte di genitori ottusi e ipocriti, che indirettamente uccidono sogni e desideri di felicità.

Sembrano superficiali i tre outsider di Un bacio a chi per esempio, negli anni Sessanta e Settanta, lottava per i diritti delle donne o la liberazione sessuale e culturale. Ma Lorenzo, Blu e Antonio non hanno la testa per intonare cori manifestando o occupando i licei, perché sono impegnati a sopravvivere, a superare un momento difficilissimo, a finire il più in fretta possibile un infinito numero di giornate trascorse fra i banchi di una scuola moderna e grande come un campus americano, tuttavia rigida e conservatrice come il peggior collegio militare. Non a caso Ivan Cotroneo ambienta il film in una città del Nordest, zona d’Italia bellissima eppure chiusa e diffidente, punto di incontro fra vecchio e nuovo, capannoni industriali e antichi palazzi, stanze piene di computer e boschi millenari nei quali ancora si va a caccia.

Eppure non c’è disperazione in questa rappresentazione, in questa visione delle cose e dell’Italia. C’è, nonostante tutto, l’amore per la vita, e c’è un film popolare nel senso più autentico del termine. Magari perfino un po’ nazional-popolare, nelle canzoni e nei balli di cui sopra, ma va bene così, soprattutto se lo scopo è di sensibilizzare sia chi sonnecchia che chi dorme della grossa.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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