Tutto può cambiare - la recensione del film con Mark Ruffalo e Keira Knightley

09 ottobre 2014
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Un feel good movie che, grazie alla musica e a Ruffalo, fa passare in secondo piano i suoi eccessi d'arrangiamento.

Tutto può cambiare - la recensione del film con Mark Ruffalo e Keira Knightley

La magia della musica. La spiega bene Mark Ruffalo, scarmigliato e simpatico protagonista di Tutto può cambiare: la magia della musica è quella attraverso la quale ogni scena o situazione banale, con adeguato sottofondo, si può tramutare in qualcosa di speciale.
John Carney lo sa bene: lo aveva dimostrato con Once, e lo ribadisce ancora di più con questa sua opera seconda con la quale ha conquistato l’America (si gira a New York, vera eminenza grigia della storia) e un cast da prime pagine (non solo Ruffalo ma Keira Knightley e Adam Levine dei Maroon 5).

Perché, ammettiamolo, il canovaccio del film è davvero esile e risaputo: lui è un discografico down on his luck, lei una cantante riluttante e alternativa quanto basta, il loro incontro risolleverà le sorti di entrambi dandogli la possibilità di fargliela vedere, a quelli che han venduto l’anima al business; ex soci o ex fidanzati che siano.
E però, siccome non si parla di cacciaviti né di t-shirt, ma di canzoni e dischi, ecco che la storia di Dan e Gretta assume tutto un altro profilo, gradevole e quasi convincente, come un volto irregolare illuminato nel modo giusto.

Abbandonandosi alla musica, e alla presenza di un Ruffalo che con la sua goffa, alcoolica e contagiosa energia riesce quasi a far dimenticare le smorfie irritanti della Knightley e l’arrogante insipienza di Levine, si può vivere Tutto può cambiare come il rinfrescante feel good movie che è, godendosi qualche battuta ben assestata e facendo finta che, nei primissimi minuti del film, si sia osato prendere a bersaglio Sua Maestà Bob Dylan.
In fondo, Carney non azzecca solo le note, ma anche la misura e il ritmo di una storia d’amore, quella tra i due protagonisti, che ha il coraggio e la furbizia di non far mai consumare loro, e la malizia di giocare all’insubordinazione contro il sistema discografico ed economico nella pienissima coscienza di farne parte integrante.

A guardare bene, è evidente, infatti, che il film sia vittima di quella perdita d’innocenza e purezza che imputa ad alcuni suoi protagonisti, e che è curato fin troppo nei minimi dettagli, risultando overproduced e sovra-arrangiato come i pezzi che contesta apertamente.
Eppure, è ancora una volta il personaggio di Ruffalo - focoso idealista che si muove a bordo di una Jaguar che pare uscita da Whitnail & I, ma anche pragmatico imprenditore - a dare la chiave di lettura più utile: quando spiega alla spocchiosa e rigida Knightley (un’aspirante Carol-fucking-King) che anche per far l’arte bisogna cedere a qualche compromesso che alla gente ti ci faccia arrivare.

Detto ciò, intendiamoci: di arte, in Tutto può cambiare, non ce n’è nemmeno l’ombra. C’è però quella lieve spensieratezza tutta pop, che, sebbene magari evanescente, è di buon gusto sufficiente a non irritare mai e regalare qualche distrazione e un buon umore che può tornare alla memoria, canticchiando, sotto la doccia.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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