Tori e Lokita: la recensione del film dei fratelli Dardenne in concorso al Festival di Cannes 2022

24 maggio 2022
2.5 di 5

I fratelli Dardenne sono sempre uguali a loro stessi, tornano a raccontare l'umanità della società di oggi con uno stile fluido seguendo fratello e sorella adolescenti che dall'Africa cercano di trovare la loro strada in Belgio. La recensione di Mauro Donzelli.

Tori e Lokita: la recensione del film dei fratelli Dardenne in concorso al Festival di Cannes 2022

Passano gli anni, ma il cinema di Jean-Pierre e Luc Dardenne non cambia. Cambiano, neanche troppo, i personaggi che raccontano, mentre lo stile e le atmosfere sono sempre le stesse, ambientate in una sorta di presente storico eterno. La società a chilometro zero dalla loro Liegi, nel Belgio francofono, è cristallizzata in dinamiche e ostacoli che si frappongono costantemente allo svolgersi della vita dei protagonisti. 

Anche Tori e Lokita sono ai margini e lottano ogni giorno per trovare un centro, magari raggiungere una felicità fatta di ordinarietà, non certo di voli pindarici. La sola particolarità rispetto al passato dei Dardenne, è che sono due adolescenti che vengono dall’Africa, dal Benin, hanno trovato asilo in Belgio e cercano di ripagare il debito di chi gli ha permesso di giungere in Europa, inviando contemporaneamente soldi a casa. Si spacciano per sorella maggiore (Lokita) e fratello minore (Tori), ma in realtà sono solo compagni di un viaggio che non contempla tappe intermedie. Un’amicizia che diventa complicità, perché solo convincendo le autorità di essere fratello e sorella, legittimamente scappati da una situazione di pericolo in patria, possono sperare in un futuro.

I Dardenne continuano a seguire i loro personaggi con un moto ondoso sempre attivo, meno frenetico e senza le alte e basse maree di alcuni anni fa, ma sono cantori di un racconto cinematografico in cui ogni azione si svolge ora e subito, portando a un’altra e un’altra ancora, in una sorta di viaggio on the road quotidiano che non prevede molti salti in avanti temporali e sottopone lo spettatore a un flusso narrativo che continuano, senza dubbio, a mettere in scena con grande maestria. Uno stile a dir poco rodato, che in cambio di un marchio di qualità per appassionati perde sempre un po’ più di energia ed efficacia film dopo film, anno dopo anno. Come un piccolo buco in una camera d’aria, permette per molto tempo di andare ancora avanti, a prima vista e non troppo da vicino sembra anzi che tutto funzioni a dovere, però basta una seconda occhiata per rendersi conto di come sia un usato garantito, sicuramente, ma pur sempre un usato.

Lo sguardo sulla migrazione è appunto solo una riverniciata al loro consueto racconto di marginalità, fermo a una quindicina d’anni fa, un brodo riscaldato che non ci stupisce più e ben poco aggiunge al loro cinema e a quello sull’immigrazione. Detto questo i 90 minuti scarsi si seguono con un certo piacere, anche grazie ai giovani: Pablo Schils più di Joel Mbundu. Tori e Lokita è più ipnotico e abitudinario che intrigante o capace di far montare una tensione che si sgonfia presto, appena ci rendiamo conto come la prevedibilità trionfi a ogni bivio narrativo. I due registi dicono di augurarsi che lo spettatore giunga a conclusione del viaggio con “un sentimento di rivolta contro l’ingiustizia che regna nelle nostre società”. Impossibile non augurarselo, possibile sperare in una presa di coscienza di come queste stesse società siano in continuo movimento, oltre e al di là dei soliti poveri pedoni sfruttati da un sistema mai in crisi fatto di individui e istituzioni.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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