Three Faces Recensione

Titolo originale: Three Faces

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Three Faces: recensione del film di Jafar Panahi presentato in sua assenza forzata al Festival di Cannes 2018

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Three Faces: recensione del film di Jafar Panahi presentato in sua assenza forzata al Festival di Cannes 2018

Jafar Panahi continua fare cinema nonostante gli arresti domiciliari a cui è relegato, seppur con una flessibilità nell’applicazione tipica degli (sciocchi) regimi liberticidi. L’iraniano, solo per aver svolto il suo lavoro con autonomia intellettuale è da alcuni anni costretto a girare piccoli film, dal budget limitato, ma per i quali le idee non mancano. Dopo il precedente, Taxi Tehran, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2015, resta presente in prima persona, volante in resta, in un’avventura con molte tappe che lo porta a incontrare delle persone, in questo caso non nella capitale ma nelle campagne quasi desertiche; sono tre, come suggerisce il titolo, le persone che intrecciano le loro storie con l’autista/regista.

Il punto di partenza è un video lasciato su instagram, in cui una giovane ragazza, a cui viene impedito dalla famiglia e dal contesto rurale da cui proviene di proseguire il suo sogno del cinema, si suicida. I social network sono molto diffusi in Iran, un paese molto giovane in cui il 60% e oltre della popolazione ha meno di trent’anni. Panahi ha preso spunto da una notizia letta sui giornali, incuriosito poi dai tanti messaggi e video che riceve. Come avrebbe reagito nel caso gli fosse mandato un video così disperato?

Le cose in Three Faces non sono così semplici, non vi preoccupate, non vi abbiamo svelato informazioni che non si risolvano nei primi cinque minuti del film. Il viaggio proposto da Panahi non è solo fisico, ma anche nel tempo, alla riscoperta della storia del cinema iraniano, incarnato dalle caratteristiche di tre donne di tre età diverse, unite da una strada impervia, ventosa e in cui non passa due macchine affiancate, nel mezzo di alture brulle.
C’è un omaggio a Abbas Kiarostami de Il sapore della ciliegia, scomparso da poco, capostipite del nuovo cinema iraniano, fra i primi a conquistare i festival e poi il pubblico dei cinefili occidentali negli anni Novanta. C’è un protagonista in macchina, in cui attraverso degli incontri cruciali costruisce un vero microcosmo che diventa semplice metafora delle dinamiche sociali di un grande paese in evoluzione.

Tre non solo solo i volti, ma anche i villaggi in cui il film è girato, nel nord ovest turcofono: quelli di origine della madre, del padre e dei nonni del regista, la cui figlia, residente in Francia, gli ha procurato una videocamera particolarmente adatta a girare con scarse condizioni di luminosità, specie la notte, che ha un ruolo cruciale nel film.

Three Faces ci conduce nell’Iran profondo, quasi arcaico in alcune abitudini sociali ben lontane rispetto alle aperture alla modernità degli appartamenti chiusi della capitale Tehran. Ma al centro del film sono comportamenti eterni, i sogni di un futuro migliore, l’amore per una figlia che rischia di soffocarla, e lui, Panahi, sornione cantore di queste avventure al femminile, dopo Taxi Tehran sempre più a suo agio alle prese come attore. Una piccola nota di speranza alla fine del film arriva, non solo da un percorso intrapreso con convinzione verso un domani per cui vale la pena mettersi in gioco, ma anche più prosaicamente dalla presenza di titoli di coda completi, quando per Taxi Tehran in molti avevano preferito non apparire per timore di ritorsioni. Un segnale di un regime meno chiuso in se stesso, che sarebbe bello giungesse anche dalle parti delle Trump Tower di questo mondo.



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