Thor Ragnarok Recensione

Titolo originale: Thor: Ragnarok

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Thor Ragnarok: la recensione del terzo cinecomic dedicato al Dio del tuono

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Thor Ragnarok: la recensione del terzo cinecomic dedicato al Dio del tuono

Non poteva esserci modo migliore di terminare la trilogia dedicata alle avventure di Thor, il Dio del Tuono creato da Stan Lee e disegnato da Jack Kirby nel 1962, che con questo Thor Ragnarok, film bizzarro, divertente e fuori dagli schemi, affidato al creativo e misconosciuto neozelandese Taika Waititi, abituato a budget infinitesimali, con una mossa azzardata di cui, per una volta, la Marvel non si è pentita. Dopo l'inizio simil shakespeariano di Kenneth Branagh e un sequel discontinuo in cui l'umorismo era affidato totalmente al personaggio di Loki, la fine è arrivata sotto la forma di quella che molti critici americani hanno descritto come pura commedia. In realtà, anche se si ride molto di più di quanto non si faccia di solito con questo genere di film, quello che ne esce è un incredibile miscuglio di elementi diversi e in alcuni casi contrastanti che la mano di Waititi riesce miracolosamente ad amalgamare in un insieme, se non del tutto omogeneo, gustoso e spettacolare. 

E c'è davvero tanto, in questo calderone, come gli immancabili scontri tra eroi con l'epica e spettacolare battaglia gladiatoria tra i "colleghi di lavoro" Thor e Hulk, i traditori e i leader carismatici, un mondo di spazzatura che ricorda le discariche di District 9 con i personaggi dell'ultimo Mad Max, una cattiva alla Malefica (l'originale) e i mostri giganteschi e terrificanti ben resi in digitale, in questo caso il demone di fuoco Surtur e il lupo Fenrir, che - detto per inciso -  nella mitologia norrena e non in quella Marvel è figlio di Loki e di una gigantessa. Senza contare gli immumerevoli Easter eggs che scopriremo meglio nella visione casalinga.

Ma il punto è un altro: un eroe che è anche un dio, biondo e bello, coi muscoli pompatissimi e un martello gigante come arma indistruttibile, rischia di diventare una noia (im)mortale. E allora via subito questa ingombrante coperta di Linus, sbriciolata come se niente fosse da qualcuno di più potente (c'è sempre qualcuno più forte), via quell'aria da perfettone:  con la goffaggine di un elefante in un negozio di cristalli Thor diventa uno come noi, perfetto protagonista di imbarazzanti scene slapstick (chi di noi non è mai caduto in pubblico?), più simpatico ed umano. Gli altri non sono da meno, a partire da un Hulk insolitamente “chiacchierone” e dal suo alter ego Bruce Banner in piena crisi di panico. E c'è anche ampio spazio, per fortuna, per la deliziosa cattiveria di Loki (Tom Hiddleston è, come Mary Poppins, praticamente perfetto), un dio degli inganni che si ritrova altrettanto spesso ingannato.

Nessuno, pensiamo, griderà alla lesa maestà, perché in fondo quello che ha reso grandi i fumetti Marvel di Stan Lee (qui protagonista del più divertente di tutti i suoi cammei) era anche l'umorismo delle autoparodie, nonché le improbabili battute che oggi chiameremmo (se ci passate il termine) di cazzeggio, durante gli epici scontri tra supereroi e supercattivi. Non si tratta comunque in questo caso di una vera parodia, perché dopo tutto parliamo del Ragnarok (con la G dura), ovvero la profetizzata distruzione del regno di Asgard. Ed Hela, la dea della morte, non è certo una che ha voglia di scherzare. Però, per contrasto, sono proprio quelli più seri i personaggi più deboli del film.

Nonostante la splendida caratterizzazione anche visiva di un'irriconoscibile e nerissima Cate Blanchett, Hela è una dea degli inferi, caduta in disgrazia dal fianco del padre come un Lucifero qualsiasi: è prevedibile e senza sfumature, mentre il personaggio di Valchiria (brava Tessa Thompson) viene introdotto come una cinica e disillusa mercenaria, caratteristica - ovviamente non permanente - che la rende più interessante e moderna.

Nel pentolone di Thor: Ragnarok, tra le tante sorprese, ci sono anche temi seri e attuali come l'esilio e l'emigrazione, in mezzo a battute folgoranti ed esilaranti autocitazioni (se avete visto What We Do In The Shadows riderete ad una in particolare), un pizzico di doppi sensi e di sana goliardia, brevi visite di altri personaggi del Marvelverse e mutazioni fisiche e psicologiche. Accanto al faceto c'è il serio e una storia che continua, sorvolando perfino su eventi - non vi diciamo quali - su cui altri film si sarebbero soffermati fin troppo. Anche se Thor Ragnarok è un'avventura a sé stante, un cosiddetto standalone, nonostante i collegamenti con gli altri film, potrebbe rilanciare l'affetto del pubblico per un mondo che rischia di implodere per la troppa voglia di superare se stesso e la concorrenza.

Ad ogni modo, come potremmo non amare un film dove risuonano a palla le note di Immigrant Song dei Led Zeppelin e la soave musichetta di Willy Wonka (il primo), con un Jeff Goldblum colorato e bizzarro, un dio che impreca come uno scaricatore di porto e un wormhole chiamato L'Ano del Diavolo? Per non parlare della t-shirt vintage che Bruce Banner prende in prestito da Tony Stark. Sono anche i piccoli particolari che fanno di questi film quello che dovrebbero essere: un'evasione collettiva da un mondo triste e grigio in un universo multicolore e pieno di stimoli sensoriali, in cui non si debba per forza, per godersi lo spettacolo, spegnere il cervello.

Thor Ragnarok
Il trailer italiano ufficiale - HD
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Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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